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Raccontare la violenza sessuale: “La Carne” di Emma Glass

 

Ci sono un sacco di modi di parlare di stupro e se c’è una cosa che negli ultimi mesi, negli ultimi anni, è salita a galla con sempre maggiore veemenza è che la quantità di violenza, di malessere, di molestie a cui le donne sono assoggettate è qualcosa di difficilmente quantificabile e definibile: permea in modo così costante la realtà in cui siamo immersi da diventare un dato di fatto, un numero con cui fare i conti.

La carne è un libro che parla di uno stupro molto preciso.

Ma anche di salsicce, di carne, carne concreta, di pesche e nuotate e violenza e paura e ne parla non solo attraverso la storia che racconta, ma attraverso la lingua in cui viene raccontata – una lingua non a caso tradotta da quella che è la traduttrice italiana di Burroughs, una lingua che è come se fosse fatta di marshmallow tutti morbidi.

La carne racconta dello stesso stupro di cui avete letto in altri libri, quel tipo di stupro che bastava fare attenzione e non sarebbe successo. Torni a casa la sera, è buio, vieni aggredita, forse non dovevi passare di lì, almeno non eri ubriaca.

C’era una volta un uomo fatto di salsicce. E c’era una volta una ragazza vegetariana. L’uomo fatto di salsicce aggredisce la ragazza vegetariana. La ragazza vegetariana torna a casa col sangue che cola lungo le cosce, sutura la ferita con ago e filo e prova a fare come se niente fosse.

Per un sacco di aspetti La carne mi ricorda un sacco questa canzone dei Knife, tutta squillante ed allegra, finché non ascolti il testo “I felt the ground, I felt the snow /I thought of linen and of lace/ I never really saw his face”, solo che nonostante il linguaggio morbido e infantile nella Carne nessuna parte della violenza è celata o nascosta o smussata, ma al contrario espansa, come il grasso della salsiccia quando la incidi per farla sfrigolare in padella, dalla padella prende e unge tutto quello che lo circonda.

La Carne racconta e descrive un sacco di sensazioni (raramente piacevoli) di corpi e funzioni corporali, di malessere, una impressionante quantità di malessere, come quando hai mangiato qualcosa che non riesci a digerire o come quando hai mangiato qualcosa che detesti, che ti riempie di nausea.

Tutta la descrizione di quello che è carne nelle 114 pagine che compongono il volume gronda – trasuda, proprio come il grasso del maiale, lo strutto, una cosa molliccia e disgustosa – disprezzo e disgusto per l’uomo fatto di salsiccie e per il suo stupro, un odio che porterà la protagonista del romanzo Peach (pesca, perché questo è un libro tutto fatto di cibo e di sapori) verso una fine che per quanto drastica e surreale non poteva essere una fine diversa.

Tutto vi farà provare un sacco di disgusto, come mani ricoperte di lumache, e ne varrà la pena.


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