di Arzachena Leporatti

Foto dall’archivio Apeiron

Nella valle di Kathmandu, ai margini del Nepal più remoto, sulle sponde del fiume che la bagna sono nascoste migliaia di donne, ricurve e consumate, coperte di veli e di calli, che per tutto il giorno si occupano di raccogliere e distruggere pietre. Le stesse pietre che serviranno per costruire di edifici di Kathmandu, in pieno, ed incontrollabile, boom demografico. Sono le donne “spaccapietra” e il fiume è Agarakhola. Una storia vera, tangibile, di fatica, di vita, di morte, di sfruttamento e di altre cose incomprensibili.

Dai primi anni Novanta, le spaccapietra vivono in tendopoli e baracche blu, adagiate sul letto dell’Agarakhola per un’estensione di ben 10 km. Sono arrivate qui da più di trenta distretti del Nepal (su settantacinque), con i loro mariti e i loro figli, spinte dall’insostenibilità delle condizioni di vita nel loro luogo di origine e dalla speranza di poter offrire qualcosa di meglio alla loro famiglia.

La giornata di queste donne inizia con la raccolta delle pietre dal letto del fiume, a mani nude. L’acqua non è alta ma è difficile rimanere in equilibrio per via della forte corrente. Spesso anche i bambini si immergono in acqua aiutando le madri nelle loro attività quotidiane. Gli uomini non ci sono, vanno in cerca di un lavoro o di altri diversivi nei villaggi vicini.

Riempiono dei coni di bambù con più pietre possibili e poi tornano davanti alle loro tende e li svuotano. Qui con dei martelli, per circa 11-13 ore al giorno, rompono le pietre in pezzi sempre più piccoli, fino a raggiungere la grandezza desiderata dai tekadar, i broker edilizi che rivenderanno i ciottoli al mercato.

Foto dall’archivio Apeiron

Foto dell’archivio Apeiron

Ogni 15 kg di pietre frantumate sono pagate 10 rupie (13 centesimi di euro). Il reddito medio di una donna si aggira intorno alle 80-90 rupie al giorno (80 centesimi di euro). Le condizioni di igiene nelle baracche sono insufficienti e durante la stagione dei monsoni le donne devono vedersela con acquazzoni e tifoni. Quando non ci sono i monsoni, c’è il rischio di cadere e scivolare sui massi bagnati, di ferirsi le mani e gli occhi con qualche scheggia.

Il meccanismo di sfruttamento che intrappola l’intera comunità del fiume Agarakhola è purtroppo tristemente comune. I broker contraggono con le famiglie che arrivano qua un debito iniziale, aiutandole a pagare il viaggio e l’affitto delle baracche sul fiume (ben 100 rupie al mese). Il debito sarà impossibile da ripagare e quindi l’accordo renderà queste donne, e di conseguenza le loro famiglie, schiave delle pietre per sempre. Femminilità soppressa, infanzia rubata, dignità completamente morta.

Quello che sappiamo di questa grande comunità femminile è dovuto alle associazioni umanitarie che operano sul territorio, sollevando il problema e portando alla luce le condizioni in cui vivono e lavorano le donne “spaccapietre”.

Apeiron, una delle associazioni principali che opera in Nepal, la cui Presidente è Barbara Monachesi, ha intrapreso un percorso di emancipazione per le donne di questa comunità, per sostituire gradualmente il lavoro di spaccapietra con altro.

Foto dall’archivio Apeiron

Così ad 85 famiglie, in un lasso di tempo di cinque anni, per un totale di 470 persone, sono state donate delle coppie di maiali. Questo ha permesso di dedicarsi all’allevamento ed alla vendita dei cuccioli di maiali, un’attività molto più redditizia e dignitosa per le famiglie coinvolte.

Mese dopo mese parte della comunità ha potuto comprare piccoli appezzamenti di terreno lontani dalla valle del Dadhing per dedicarsi completamente a questa nuova mansione. In molte stanno continuando a svolgere entrambe le professioni, con costanza e sacrificio, per poter racimolare abbastanza rupie per sganciarsi dai broker ed essere finalmente donne libere.

Nel 2015, a seguito del sisma che ha gravemente colpito il Distretto, in parternariato con l’organizzazione canadese Aura Freedom International, Apeiron ha anche aperto e gestito in diversi campi di terremotati degli spazi sicuri per donne, rese ancora più vulnerabili dalla situazione di emergenza. Con la chiusura dei campi da parte del governo, le attività svolte negli spazi sicuri (tecnicamente chiamati FFS – Female Friendly Space) sono state riviste e trasferite alle comunità locali.

Nel frattempo sono state istituite le prime scuole e sono state svolte le prime lezioni pomeridiane dedicate a* bambin* delle baracche, quasi tutt* privi di alfabetizzazione. Non sarà facile abbandonare questo stato di schiavitù né poter vivere in condizioni realmente dignitose. Ma la loro forza e la consapevolezza di avere dei reali diritti, aiuterà queste donne e le loro famiglie a vincere la lotta contro la piccola mafia delle pietre.

Come in Nepal, questo fenomeno è diffuso in altri luoghi dimenticati del mondo, ad esempio il Benin, in cui ad occuparsi di questa mansione anacronistica sono i bambini, la cui infanzia trascorre fra il dormire e il spaccare le pietre per tutto il giorno. Che cosa è andato storto? Quanto siamo lontani dal riconoscimento dei diritti di quelle popolazioni che abitano paesi meno sviluppati e, soprattutto, delle donne?

L’UNPFA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, in un report del 2016, curato nella versione italiana da Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo), afferma che, se governi ed istituzioni fossero uniti da subito nel promuovere un sostegno alle bambine di 10 anni, che si apprestano a diventare donne nei paesi più poveri, garantendo loro istruzione, cure, assistenza legale e informazioni sulla salute sessuale e la fertilità, ci vorrebbero 15 anni per arrivare ad un vero e duraturo sviluppo globale.

Forse non ci resta che sperare nelle future 25enni, libere. E, potendo, fare delle donazioni a queste oneste associazioni che si adoprano per realizzare cambiamenti reali nei Paesi che hanno bisogno di aiuto.

 


Per approfondire:

EastWest – La vita agra degli spaccapietre
Dimensioni.org – Donne più dure della pietra

Apeiron – Il progetto Asha, per scuole gender friendly