La prima acclamata stagione di Top of The Lake, miniserie BBC scritta e diretta da Jane Campion, ci ha così positivamente colpite nel 2014 da voler immediatamente a vedere la seconda stagione, presentata all’ultima edizione del Festival di Cannes e disponibile da luglio 2017 su BBC iPlayer (trailer, qui).

Da qui in avanti ci saranno spoiler, quindi se ancora non avete avuto modo di vederla vi chiediamo gentilmente di fermarvi qui nella lettura e ripassare fra qualche tempo a farci sapere che cosa ne pensate!

Elisabeth Moss e Gwendoline Christie

I 6 nuovi episodi sono girati in un contesto infinitamente più urbano rispetto all’ambientazione boschiva della prima serie: da una piccola località lacustre della Nuova Zelanda, il nuovo corpo del reato viene ritrovato sulla popolare spiaggia di Bondi Beach a Sidney. Infatti dopo le vicende della prima stagione, la detective Robin Griffin – interpretata sempre da Elisabeth Moss – ritorna dopo qualche anno a lavorare in Australia, e il suo primo incarico ufficiale è scoprire che cosa è successo ad una ragazza di origine asiatica ritrovata strangolata dentro una valigia, riportata a riva dall’oceano – la China Girl del titolo, appunto.

Il tema attorno a cui ruota la seconda stagione è quello delle madri surrogate, procedura illegale in Australia e praticata da coppie che si avvalgono per lo più prostitute straniere in difficoltà economiche per ottenere un bambino. La China Girl ritrovata è per l’appunto una di loro: si scopre che al momento della morte portava in grembo un bambino – biologicamente non suo – di 17 settimane.

I primi 2 episodi della seconda stagione sono carichi di tutta la tensione drammatica concepibile: oltre al cupo background da cui si deduce debba provenire la ragazza ritrovata morta, è anche il passato di Robin Griffin a rendere l’atmosfera difficile. Relazioni fallimentari da lasciarsi alle spalle in Nuova Zelanda, una situazione abitativa precaria, e un grande trauma da gestire come quello di aver dato in adozione la figlia appena nata frutto di uno stupro di gruppo, che ora spera di poter rincontrare a Sydney. Si scopre che la figlia, Mary (Alice Englert), è una teenager con una relazione complicata con i genitori adottivi, un fidanzato molto più vecchio di lei di estremo dubbio gusto e ancor più dubbiose origini, e tendenzialmente una gran voglia di fare il passo più lungo dei suoi 17 anni.

Nicole Kidman. Interpreta la madre adottiva della figlia di Robin (Julia)

A partire da “Surrogate”, l’episodio numero 3, Top of the Lake 2 inizia a scricchiolare quando ci si rende conto che il subplot della vita privata di Robin Griffin vuole essere a tutti i costi fatto collimare con il plot principale della serie. Come a dire che la vita privata della detective non poteva essere un mondo parallelo, ma doveva ad ogni costo tracimare nel suo lavoro per avere più risonanza.

Un esempio: il fidanzato di Mary gestisce il bordello da cui proviene China Girl. Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che in mezzo ai 4 milioni di abitanti di Sydney, proprio lui stia con la figlia appena ritrovata della detective incaricata di risolvere il caso. La cosa fatica a risultare credibile: funziona in un piccolo villaggio di 500 anime, ma a Sydney? In quel momento si spezza la magia, e diventa visibile la mano dello sceneggiatore che forza la storia verso un’innaturale incastro di situazioni.

Il tema della surrogazione di maternità è potente, ma viene sprecata l’occasione di dare vero peso alla questione. Nell’episodio n. 5 “Who’s your daddy”, viene deciso di svelare allo spettatore che la collega poliziotta di Robin Griffin è ricorsa alla surrogazione con il suo amante ancora sposato, che guarda caso è il capo della polizia per cui lavorano entrambe le donne, e guarda caso la madre surrogata lavorava nello stesso bordello di China Girl… che dire, è il momento in cui cascano le braccia davanti all’assurdità delle coincidenze.

David Dencik interpreta il fidanzato di Mary (Puss)

La storia purtroppo continua ad incalzare verso una moltitudine di situazioni superflue: personaggi confusi e senza sbocchi narrativi degni di nota, come il fratello di Robin; una scena allucinante dove Robin lotta con un ex potenziale stupratore in carrozzina; i genitori adottivi di Mary, passivi davanti alle scelte sbagliate della figlia al limite della tortura psicologica. Per non dimenticare poi la chicca di un gruppo di clienti di prostitute che commenta al bar locale le proprie “conquiste” sessuali a pagamento in pieno pomeriggio fra un flat white e l’altro.

In tutto questo, c’è ancora un caso da risolvere: chi ha ucciso China Girl? E perché? Dov’è la polizia in questa serie, che nasce e cresce come un poliziesco, ma che vira verso la soap opera a tradimento? Fra un crollo psicologico e l’altro dei suoi protagonisti, risulta che il responsabile del delitto di China Girl (che in realtà è thailandese e si chiama Padma), non è un killer singolo, ma una comunità intera, ossia la società occidentale.
Padma si è apparentemente suicidata perché non riusciva a risolvere il dilemma se fosse giusto avere o meno il bambino bianco che aveva in grembo, figlio di una coppia ricca e ossessionata dall’idea di riprodursi ad ogni costo. Il corpo suicida di Padma viene gettato a mare dalla mezzana del bordello, con il benestare del pappone fidanzato di Mary e l’indifferenza delle altre ragazze surrogate, che apparentemente, non hanno grandi dilemmi morali da risolvere riguardo alla loro condizione.

La giustificazione della morte della ragazza viene data concitatamente durante l’ultimo episodio “The Battle of the Mothers”, in cui tutte le madri surrogate del bordello di Padma decidono di fuggire verso i loro paesi d’origine portando con loro i bambini delle coppie che le hanno ingaggiate. A capitanarle è il pappone (ormai ex fidanzato della figlia di Robin), che dopo esserne stato il principale facilitatore, ora improvvisamente è il liberatore profeta di queste sex workers e madri surrogate.

Le “surrogate mothers”

La serie si chiude con un finale pseudo filosofico, in cui il terzo mondo si libera del primo, infertile mondo portando via i loro bambini, e con una Robin Griffin che nel mentre ha allacciato una relazione clandestina con il padre adottivo della figlia.

La forza e la bellezza della prima stagione stavano nel non aver paura di mostrare la violenza e ferocia dell’universo, e come questi elementi impattavano i personaggi, senza filtri o misericordia sui più deboli. La seconda stagione si accartoccia invece sul dolore interiore dei suoi personaggi, che non arriva però allo spettatore, confuso da eventi, situazioni di discutibile plausibilità e caratteri minori, che distraggono dal centro della vicenda non aiutano ad alleviare la pena di chi vive l’azione in scena. Top Of the Lake 2 ci ricorda goffamente che il mondo (occidentale) è essenzialmente un postaccio dove nascere e crescere, ma in ultima battuta non riesce a farci apprezzare lo sforzo di chi vuole provare a renderlo un po’ migliore per le generazioni a venire nonostante tutto.