Ormai non conosco più nessuno che guardi prodotti culturali anglofoni doppiati in italiano e questo dato empirico mi aveva in parte illuso che la popolazione generale godesse di una maggiore comprensione dell’inglese. Purtroppo, il modo in cui sono stati recepiti gli accadimenti intorno al problema delle molestie e degli stupri sul posto di lavoro (da parte di persone famose e non) ha dimostrato che mi sbagliavo anche per quanto riguarda quel segmento demografico che alcuni potrebbero definire “l’élite”.

IL Magazine, il periodico settimanale de Il Sole 24 Ore, ha pubblicato un pezzo a firma di Claudio Giunta che è indistinguibile da un’apologia della carriera di Louis CK, il cui ritorno alle scene l’autore non teme di auspicare. L’unica cosa che si possa dire dell’articolo è che non è mal scritto. Per il resto, è l’ennesimo esempio dell’atteggiamento adolescenziale che prolifera nei riguardi dell’arte e degli artisti, anche da parte di chi dovrebbe essere meno sprovveduto. Non sono stata l’unica a trovare questo articolo quantomeno discutibile.

Ma partiamo dall’inizio: possiamo dare per scontato che l’arte migliore non solo dimostra estrema capacità tecnica, ma di solito tocca chi ne fruisce anche a un livello interiore, generando quindi ammirazione estetica (nel senso più ampio dell’aggettivo) unita a coinvolgimento viscerale. Questo vale per ogni espressione artistica, che si tratti di un libro, di un ruolo interpretato da un attore, di un quadro, di un film.

È altrettanto vero che non è possibile conservare a lungo un posto di lavoro se si è sempre in ritardo o si soffre di problemi come alcolismo o tossicodipendenza. Pochi protesterebbero se l’impiegato assenteista venisse licenziato; pochi si sorprenderebbero se l’impiegato alcolista o tossicodipendente venisse licenziato.

Eppure assistiamo a vesti stracciate per l’esonero di creatori di show o attori che sono stati pubblicamente denunciati come molestatori. Louis CK, il caso specifico di cui ci stiamo occupando, ha anche riconosciuto di essere colpevole di quanto è accusato – costringere diverse donne non consenzienti ad assistere mentre si masturbava, per chi non lo sapesse – ma è difficile lodarlo a riguardo dopo che per anni ha mantenuto un atteggiamento vago quando confrontato con le accuse, e con la consapevolezza che il suo manager ha cercato di impedire che si parlasse degli eventi fin da quando erano ancora “voci di corridoio”.

Giunta scrive anche:

Bullying, coercive, oozing vanity and egoism [Giunta si riferisce a un tweet di Joyce Carol Oates riguardo CK]: qui non c’è traccia di queste cattive qualità, c’è invece l’autorappresentazione desolata di un uomo che è soprattutto vittima delle proprie pulsioni: qui l’attrazione per i cibi insalubri e ipercalorici, altrove l’attrazione per il divano, la TV, il sesso e – sì, con sorprendente frequenza – la masturbazione. Dei difetti e dei vizi elencati da Oates non c’è traccia, e la verità è che non ce n’è traccia in nessuno degli stand-up di LCK, o nelle sue serie TV: la chiave della sua comicità è davvero tutta un’altra.

Va bene, ma questo è solo il personaggio di Louis CK, sebbene basato sull’uomo Louis CK. E forse ora si può dire che l’uomo Louis CK è un molestatore seriale rimasto impunito per molto tempo che forse non ha fatto di sé stesso un ritratto poi così fedele.

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Che io riesca a essere così netta su Louis CK perché niente della sua produzione mi ha mai interessato, tantomeno coinvolto interiormente? Non lo escludo.

Ad ogni modo, una delle mie serie preferite è  Mad Men. Elogiata per la vivida ricostruzione di un’epoca (gli anni Sessanta nell’ambiente pubblicitario di New York), per la sceneggiatura di carattere letterario e per le splendide interpretazioni, Mad Men ha segnato un’epoca. Il critico Matt Zoller Seitz ha pubblicato un libro a riguardo, Mad Men Carousel: The Complete Critical Companion.

Matthew Weiner, il creatore della serie, è stato accusato da un’ex sceneggiatrice – Kater Gordon, con la quale condivide il credito della sceneggiatura e la vittoria dell’Emmy per l’episodio di Mad MenMeditation on an Emergency”, uno dei più celebri e acclamati dell’intera serie – di molestie, in questo caso verbali. Gordon ha dichiarato di non aver mai preso contromisure, ma che l’evento la scosse. Un anno dopo venne licenziata dallo staff, per ragioni mai chiarite, e decise poi di lasciare del tutto la professione.

A differenza di Louis CK (i cui misfatti sono di entità più grave, tra l’altro), Matthew Weiner ha negato di aver commesso il fatto. Marti Noxon, affermata sceneggiatrice e regista che all’epoca faceva parte dello staff di Mad Men, si è espressa in supporto di Kater Gordon, dipingendo l’immagine di un ambiente di lavoro a dir poco malsano per chiunque, uomo o donna, fosse alle dipendenze di Weiner. Di conseguenza, il racconto di Kater Gordon mi sembra verosimile e degno di fiducia.

Niente di tutto questo ha un grande impatto sul mio amore per Mad Men, ma allo stesso tempo niente mi spingerebbe a chiedere maggior considerazione per Weiner in quanto grande artista dei nostri tempi o a scrivere articoli in cui mi struggo per un suo eventuale ritorno alla televisione. Non provo neanche l’ansia di difendere il suo magnum opus, perché penso che la sua qualità resti imperitura.

Sto cercando di dire che sono moralmente superiore all’articolista di IL? No, anche se non credo che riuscirei a convincere un lettore non abituale di SR. Ho fatto pace da anni con l’idea che molte cose che mi piacciono sono state partorite da persone discutibili, quando non criminali; non sono le denunce delle persone che hanno subito i loro abusi a mettere in pericolo l’eredità di un artista o la possibilità che produca altro, sono LE AZIONI DELL’ARTISTA STESSO.

Se Louis CK – un uomo ritenuto intelligente anche da Giunta, un uomo affermato, un uomo in qualche misura capace di fare autocritica – non si fosse masturbato di fronte a donne che non avevano mai chiesto di assistere all’evento, il suo futuro lavorativo non sarebbe mai stato in pericolo. La colpa di tutto questo è solo di Louis CK.

Artemisia Gentileschi – Giuditta con la ancella (1623-1625)

Allarghiamo la prospettiva ad altre reazioni, soprattutto a una: Woody Allen teme che questa valanga di accuse si stia trasformando in una caccia alle streghe. Ho l’impressione che questa sensazione non sia solo sua, dunque mi pare appropriato ricordare i due precedenti storici più noti per cui viene di solito usata la locuzione “caccia alle streghe”.

Il primo è l’effettiva caccia alle streghe: in Europa Occidentale, tra il XV e il XVIII secolo, vennero giustiziate migliaia di persone con l’accusa di praticare la stregoneria; la maggioranza delle persone accusate erano donne, e tutte le persone accusate erano innocenti. Soft Revolution ha parlato più volte del fenomeno.

Il secondo è forse meno noto al pubblico italiano: negli USA, negli anni Cinquanta, la Guerra Fredda e il terrore del comunismo portarono alla creazione dell’House Un-American Activities Committee (la Commissione per le Attività Antiamericane della Camera dei Rappresentanti). A Hollywood, diversi registi e sceneggiatori vennero messi all’indice – fu impedito loro di lavorare, almeno con il loro nome – per supposte simpatie comuniste, anche se risalivano all’anteguerra. Il drammaturgo Arthur Miller, che si rifiutò di fare i nomi di altri comunisti americani e per questo fu punito, scrisse a riguardo l’epocale Il Crogiuolo, che utilizzava lo scenario della caccia alle streghe di Salem per parlare delle storture del maccartismo. Il regista Elia Kazan, amico di Miller e iscritto al Partito Comunista negli anni Trenta, fece i nomi e la sua carriera ne ebbe benefici.

Quindi, nel primo caso abbiamo persone, soprattutto donne, accusate di essere streghe per le più svariate ragioni; nel secondo, persone che lavorano in campo cinematografico accusate di avere simpatie comuniste. Non è necessario essere donne o essere stati iscritti al PCI per vedere come in entrambi i casi le cosiddette “streghe” fossero le vittime.

“Caccia alle streghe” è poi entrato nel linguaggio comune per descrivere una situazione di panico (come il caso dei comunisti statunitensi) e accuse infondate (come il caso delle streghe europee).

Cosa sta accadendo in questi mesi? Molti uomini potenti vengono accusati di molestie e violenze, in reportage circostanziati apparsi su testate prestigiose. Harvey Weinstein, Kevin Spacey, e Louis CK sono i nomi più celebri del mondo tv-cinematografico. Leon Wieseltier, Charlie Rose e Mark Halperin nel campo giornalistico. E non mancano uomini provenienti dal mondo della politica, sia tra i Democratici (Al Franken), sia tra i Repubblicani (Roy Moore).

A costo di ripetermi: le accuse contro questi individui non provengono da manifesti anonimi affissi sui muri di Los Angeles, New York o Washington, né da account Twitter falsi, ma sono state raccolte, controllate e confrontate tra loro da pubblicazioni autorevoli. Spesso sono in numero tale da rendere ancora più manifesto agli ingenui quanto le molestie siano raramente casi isolati, ma spesso parte di cicli duraturi. È difficile considerare questi uomini vittime. Al limite, vittime del loro ego.

Artemisia Gentileschi – Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613)

Nell’ultimo mese, Il Post ha pubblicato due articoli a firma di Matteo Bordone e del direttore Luca Sofri che mi hanno lasciato molto perplessa. Nell’articolo di Bordone, questi sostiene che il coming out di Kevin Spacey non fosse un modo di spostare l’attenzione dall’accusa di molestie da parte di un attore che, all’epoca dei fatti, aveva 14 anni contro i 26 di Spacey. Bordone dimostra un’apprezzabile conoscenza di storia LGBT+ nel tratteggiare il modo in cui outing e coming out sono stati considerati e utilizzati dopo Stonewall, ma anche una mancanza di lungimiranza nel giustificare l’attore.

Spacey afferma di non ricordare ciò di cui lo accusa Anthony Rapp, e allo stesso tempo sceglie di confermare la propria omosessualità, come se le due cose potessero o dovessero essere collegate. A Kevin Spacey e ai suoi difensori dovrebbe essere ricordato che essere gay non è sinonimo di essere un pedofilo, un termine invece appropriato per qualunque persona adulta che tenti un approccio platonico o sessuale con una persona di quattordici anni.

In seguito, sono emerse diverse altre accuse simili nei confronti di Spacey, e l’articolo di Bordone oggi non può che risultare – nel migliore dei casi – cieco e ridicolo. Nel peggiore, verrebbe da meravigliarsi della fretta di difendere quello che si è rivelato essere un altro molestatore seriale.

Sofri ha affrontato più direttamente la questione del garantismo: bisogna credere proprio a tutti? Quando diciamo che bisogna credere alle vittime di molestie sessuali, non intendiamo dire che bisogna spegnere il cervello; credere alle vittime di molestie sessuali significa analizzare la prima pulsione di quasi tutti noi, che è pensare “sta mentendo per ottenere qualcosa” e capire che non c’è mai niente di concreto da ottenere nel denunciare un uomo, potente o meno, per molestie o maltrattamenti. In Italia, metà delle donne vittime di femminicidio aveva denunciato: l’unica cosa che stavano cercando di ottenere era sopravvivere.

Forse gli abitanti di un paese il cui governo si è probabilmente accordato con i “trafficanti di uomini” che gestiscono il flusso migratorio dalla Libia, un paese in cui il numero di stragi impunite è di molto superiore a quelle con colpevoli riconosciuti, il paese del “volo” di Giuseppe Pinelli, ecco, forse gli abitanti di questo paese dovrebbero essere più smaliziati di fronte alle strategie del potere costituito per difendere i propri interessi – interessi tra i quali c’è anche continuare ad avere le possibilità di usare sessualmente i corpi di chi è più debole. Per fortuna, l’ingenuità di Luca Sofri è stata rappezzata da un’ottima risposta di Giulia Siviero.

Artemisia Gentileschi – Giuditta e la sua ancella (1613-14)

Tutti questi passi falsi mi hanno ricordato un articolo risalente alla prima parte dell’anno, in cui Francesco Pacifico – partendo da una raccolta degli scritti di Lillian Ross per il New Yorker – tira le fila dell’esperienza di IL e altre pubblicazioni, complimentandosi perché le suddette non cadrebbero in certi snobismi del modello originale (paternalismo, classismo).

Pacifico mi trova d’accordo nell’identificazione dei difetti del New Yorker, ma non nel ritenere che le pubblicazioni italiane si salvino dai peccati dell’originale, di cui non hanno neppure i pregi. È molto raro (a mia memoria impossibile) che IL e pubblicazioni simili producano contenuti nuovi e non pallidi epigoni in ritardo di due anni sul mondo culturale statunitense. I contenuti riguardo il mondo culturale italiano sono altrettanto poco ispirati.

Torniamo all’argomento principale: mentre il New Yorker ospita i pezzi di Ronan Farrow che continuano a illuminare i modi e i mezzi tramite cui Harvey Weinstein è riuscito a tenere in piedi per decenni la sua carriera di predatore sessuale, IL ha pubblicato uno sciocco articolo di Ester Viola, il cui tenue umorismo non prende neanche in considerazione le accuse di pedofilia contro Woody Allen da parte di Dylan Farrow (pubblicate in una lettera sul New York Times, a proposito di modelli statunitensi) per invece dipingerci l’ennesimo ritratto di Mia Farrow come moglie arrabbiata e un po’ matta che si è data la zappa sui piedi da sola. Ma forse sono io bigotta e senza senso dell’umorismo quando dico che – se proprio non si può finanziare un’inchiesta sulle molestie sessuali in Italia – un minimo di rispetto sarebbe dovuto anche alla madre di due donne, una molestata a sette anni dallo stesso uomo di mezz’età che ha iniziato una storia con la sorella diciassettenne.

Non dubito che chiunque parli correntemente l’inglese e si ispiri in modo più o meno dichiarato all’editoria statunitense possa trovare il modo di applicare l’ottima conoscenza della lingua a una copertura meno sciatta di questi argomenti.

Su Rivista Studio, Letizia Muratori racconta di come lo scrittore Jonathan Franzen abbia dichiarato di sentirsi a disagio riguardo le opere di Caravaggio (un assassino) e Joseph Conrad (un imperialista), per poi devolvere in uno strale vagamente incomprensibile contro chi si pone questioni di etica, lasciando del tutto da parte l’estetica.

Al termine, Muratori scrive:

Non fa più ridere sapere che certe cose, che Louis on stage ha sempre coltivato, le fa davvero? Siamo forti abbastanza per scoprirlo, per non negarcelo, e magari per affrontare sensazioni spiacevoli. Forse Jonathan con la spiacevolezza ha un rapporto tutto suo, non saprei dirlo, bisognerebbe davvero approfondire il senso delle sue dichiarazioni, ma gli altri – o almeno molti, spero – una certa spiacevolezza dall’arte la pretendono.

Che è sostanzialmente quello che fa Franzen: ammira le opere di Caravaggio e Conrad, ma non può che sentirne la spiacevolezza. Ma facciamo finta che l’autrice non si contraddica nello spazio di un breve articolo.

Bisogna smettere di confondere le acque. È pretestuoso accostare in questo modo l’opera di Louis CK (tuttora vivo e vegeto) con quella di artisti che vivevano in contesti storici diversi dal nostro. Si può pensare forse che le loro opere ci presentino una visione del mondo non toccata dalle loro personalità? Le loro opere non emergono dal vuoto cosmico, hanno origine in una persona calata nel suo tempo.

Caravaggio muore nel 1610; l’anno dopo, la pittrice Artemisia Gentileschi denuncia lo stupro subito e, sebbene ne sia la vittima, deve sottoporsi a numerose visite ginecologiche e alla tortura dei pollici per provare che non sta mentendo. Questo è il contesto storico del Seicento italiano.

Joseph Conrad muore nel 1924; l’Inghilterra è ancora una potenza coloniale, e lo è da secoli. Le opere di Conrad sono spesso autobiografiche e si basano sulla sua esperienza di ufficiale presso la marina mercantile britannica. Pensavo fosse lapalissiano sottolineare come la marina mercantile di uno stato coloniale sia automaticamente imperialista, ma l’articolo di Rivista Studio prova che non lo è – gli ideali dello scrittore sono nati dalla sua testimonianza in prima persona delle atrocità del colonialismo.

Cosa impedisce a una persona di guardare il lavoro di Louis CK? Nulla. Il fatto che il suo film non uscirà al cinema? Siamo nel 2017: prima o poi apparirà un comodo torrent su Internet.

Nascondendosi dietro un fatuo o tempora! o mores!, Muratori e chi è d’accordo con lei chiedono di continuare a fare quel che si è sempre fatto: lasciare che l’ammirazione estetica schiacci le considerazioni etiche. Se il canone della cultura occidentale è di qualità così diamantina, allora può sopportare il più aspro scrutinio etico e uscirne tutt’al più ammaccato. Altrimenti è possibile che il valore dello stesso fosse dubbio fin dall’inizio.