Affrontare la biografia di grandi figure del passato spesso richiede a chi vive nel presente una sorta di sospensione dell’incredulità non diversa da quella necessaria per un romanzo, poiché si entra in un mondo che, per quanto “reale”, non è immediato per chi legge; questo è vero anche nel caso di Daphne, la biografia romanzata scritta da Tatiana De Rosnay e incentrata sulla scrittrice inglese Daphne Du Maurier.

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Bisogna tenere a mente fin dall’inizio che Daphne non è una biografia tradizionale. Oltralpe non è insolito che uno scrittore si confronti con la vita di un altro intellettuale a un livello più personale rispetto a un biografo convenzionale, dando origine a esperimenti poco convenzionali come il celeberrimo Limonov di Emmanuel Carrère, ma anche Sagan 1954 di Anne Berest, dedicato all’autrice di Bonjour Tristesse, e Supplément à la vie de Barbara Loden (protagonista l’attrice e regista statunitense Barbara Loden) di Nathalie Léger.

Dunque non deve sorprendere che il libro di De Rosnay includa descrizioni del suo viaggio nei luoghi “dumaurieriani” e non abbia remore nel descrivere sentimenti che non è possibile conoscere con certezza, neanche se coadiuvati da diari e fonti varie. In ogni caso, gli avvenimenti narrati, a confronto con biografie tradizionali, non sono inventati, quanto più che altro elaborati, e in questo modo possono forse essere presentati in una maniera più appetibile rispetto a un lavoro biografico standard.

Daphne Du Maurier è stata un’autrice di largo successo in vita e il suo nome, un po’ appannato, ha continuato a circolare anche dopo la morte grazie agli adattamenti delle sue storie da parte di Alfred Hitchcock: la resa mediocre di Jamaica Inn nel 1939, l’eccellente Rebecca, la prima moglie nel 1940, e un molto modificato Gli uccelli nel 1964, spesso considerato l’ultimo grande film del regista.

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Fermo immagine da Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock

Solo negli ultimi anni abbiamo assistito a una riscoperta dei suoi libri, prima nel mercato anglosassone e finalmente anche per il mercato italiano: BEAT Edizioni ha ripubblicato quest’anno Jamaica Inn, forse uno dei romanzi più riusciti dell’autrice. È il suggestivo maniero al centro di Rebecca, reso immortale da uno degli incipit più celebri della letteratura britannica (“Last night I dreamt I went to Manderley again”) a ispirare il titolo originale dell’edizione francese di questo Daphne – un terribile Manderley For Ever – che per la maggior parte del tempo si legge davvero quasi come un romanzo.

Parliamo della Daphne in carne e ossa, quindi, che nasce nel 1907 in una famiglia dell’alta borghesia intellettuale: la madre, Muriel Beaumont, è un’ex attrice, ma figlia di un avvocato; il padre, Gerald Du Maurier, è un attore di successo e figlio di un noto scrittore (George Du Maurier, creatore della figura di Svengali – l’archetipo nel mondo anglofono del losco impresario che crea giovani star), e la zia paterna Sylvia è la madre dei fratelli Llewellyn-Davies, modelli del Peter Pan di J.M. Barrie.

L’infanzia e la prima giovinezza di Daphne Du Maurier sono serene, dunque noiose: si tratta di una ragazza del ceto abbiente, ben seguita, intelligente, abbastanza graziosa da attirare gli sguardi (e, a soli quattordici anni, le attenzioni di un cugino molto più grande).

È quando raggiunge la Francia a diciotto anni per completare la propria educazione presso un pensionato per signorine di buona famiglia – passo tipico dell’epoca – che la personalità di Du Maurier diventa più spiccata e meno ingabbiata in certe convenzioni. Intreccia una relazione amorosa con Fernande Yvon, la trentenne direttrice della scuola, e soprattutto scopre la Francia, impara bene il francese e inizia ad abituarsi alla libertà che poi sempre andrà cercando nella propria vita.

Il ritorno in Inghilterra non è piacevole, e la sua terra d’origine non sarà mai un rifugio finché Du Maurier non si innamora della Cornovaglia: decide di vivere tutto l’anno nella casa di vacanza dei Du Maurier, ed è lì che comporrà il suo primo romanzo, ispirato da eventi locali e pubblicato nel 1931 con il titolo Spirito d’amore (The Loving Spirit).

pt-aj300_daphne_20080801121035Dopo due romanzi e un matrimonio – al militare di carriera Frederick “Boy” Browning – di buon successo arriva finalmente il libro che impone il suo nome: Jamaica Inn. Come il successivo Rebecca, anche Jamaica Inn è una storia di mistero incentrata su un edificio, in questo caso una taverna (l’eponimo Jamaica Inn, appunto), e su una ragazza, la giovane Mary Yellan, un personaggio che è quasi una rivelazione: la protagonista di questo romanzo storico – è ambientato nei primi decenni del XIX secolo – è una ragazza caparbia e volitiva, figlia del suo tempo ma non irrigidita nei costumi del passato (notevoli certi passaggi che, senza scivolare nell’improbabilmente erotico, sono di una viva sensualità).

Dopo Jamaica Inn, arriva Rebecca, il romanzo che resterà il più celebre tra quelli dell’autrice e che cementerà la sua fama; con Rebecca, arriva anche la Seconda Guerra Mondiale, le cui catastrofiche proporzioni colpiscono ancora più da vicino Du Maurier – suo marito, Boy Browning, deve partire per il fronte. Daphne Du Maurier scriverà altri ottimi romanzi (per esempio La casa sull’estuario o Il capro espiatorio), ma sarà difficile recuperare la brillantezza e l’incisività di un’opera come Rebecca.

Nonostante Daphne segua la vita di una scrittrice, è piuttosto povero dal punto di vista professionale o letterario: De Rosnay si limita ad illuminare le influenze che la vita vissuta ha sull’opera di Du Maurier, ma non si parla molto di mestiere. Per fortuna, la vita privata di Daphne Du Maurier non manca di interesse per un chi vive oggi.

L’autrice britannica, morta nel 1989, è una figura tanto fuori dagli schemi quanto, in apparenza, al loro interno: non eterosessuale, ma sposata a un uomo che fu una figura importante nel governo britannico; capace di profonde relazioni sentimentali con altre donne, ma con una certa dose di omofobia internalizzata, forse mutuata dal padre; madre, ma con un rapporto piuttosto distaccato rispetto alla prole; consapevole del suo cosiddetto lato maschile, ma in un modo che oggi definiremmo essenzialista (gli uomini sono/fanno X, le donne sono/fanno Y); professionista seria, ma sempre snobbata dai critici come procacciatrice di blande storie commerciali.

Alcuni frangenti della sua vita rimandano a quelle di altri grandi nomi del Novecento – Virginia Woolf, James Tiptree Jr. o John Cheever – le cui vite furono complicate da una mancanza di comprensione riguardo il vasto spettro dell’esperienza individuale e dei desideri umani.

Con Daphne, l’approccio di Tatiana De Rosnay introduce in modo accessibile la figura di una scrittrice il cui contributo al panorama culturale stiamo solo da poco riscoprendo.