La fatphobia è la paura irrazionale delle persone grasse. Si nutre principalmente di tutti i pregiudizi legati ai soggetti in sovrappeso e di una certa visione di ciò che è bello e sano, in nome di un irrealistico concetto di salute. In Italia se ne parla poco e, spesso, episodi come questi non vengono considerati in tutti i loro aspetti. I più grossi distributori di fatphobia e fat shaming sono sicuramente i mass media. I quali influenzano e a loro volta vengono influenzati dalla società, rispecchiandone i valori. Come non parlare, in questo caso, della multinazionale Disney, che in quanto a stereotipi la sa lunga.

Shiloh Marie nel blog “The Fat Word” si domanda infatti “dove siano le eroine Disney grasse”, mentre Jewel Moore ne fa richiesta direttamente con una petizione. Facendo una rapida rassegna dei personaggi, in effetti, non si può fare a meno di notare che ne esistono ben poche e spesso sono relegate a ruoli secondari o da antagoniste. Un discorso che vale anche per i personaggi maschili.

Possiamo, infatti, fare una netta divisione tra protagonisti magri e grassi. La differenza evidente sono le caratteristiche: i primi sono belli e buoni, i secondi cattivi e brutti. Ursula in La Sirenetta; la Regina di Cuori in Alice nel paese delle meraviglie; Ratcliff in Pocahontas; Maga Magò in La spada nella roccia; il capo Squaw in Peter Pan; Stromboli in Pinocchio. Sono tutti antagonisti e grassi.

Le cose cambiano un pochino quando ci inoltriamo nel sottobosco dei personaggi secondari. In questo caso, quelli grassi non sono per forza cattivi, ma hanno sempre delle caratteristiche che li rendono inferiori o derisibili. Mi viene in mente Frate Tuck in Robin Hood, ubriacone; il Sultano in Aladdin, facile da ingannare; Re Umberto in La bella addormentata nel bosco, rimbambito; Thalia in Hercules; goffa, Pincopanco e Pancopinco in Alice nel paese delle meraviglie, stupidi.

Quello che mi disorienta un po’ è che i personaggi grassi secondari, a differenza di quelli protagonisti (antagonisti), sono spesso caratterizzati da una bontà immensa. Nel caso delle donne, sono legati quasi sempre a caratteristiche materne. Ne sono esempio zia Sarah in Lilli e il vagabondo, le tre fatine in La bella addormentata nel bosco, Fata Madrina in Cenerentola, Mama Odie in La principessa e il ranocchio.

Il quadro che ne esce è questo: i magri vincono sempre, mentre i grassi perdono se protagonist* o la loro situazione rimane immutata nel caso di ruoli secondari. Sono personaggi connotati da caratteristiche negative più o meno gravi e da una scarsa evoluzione, se non in negativo, nel corso della storia. Nessun lieto fine, insomma, se hai qualche chilo in più.

Un significativo esempio della fatphobia disneyana riguarda Merida di Ribelle. La protagonista è stata presentata dalla Pixar come un’eroina diversa, poiché forte e coraggiosa. Ma non solo, Merida non appare come la classica principessa: niente capelli lisci e lucenti, niente ciglia lunghe e labbra rosso fuoco. Una grossa innovazione per questo mondo, che da anni ci propone un unico modello estetico di principessa.

Tutto bellissimo, finché Merida non è entrata a far parte dell’elenco delle principesse Disney. Automaticamente, il suo personaggio è cambiato: più truccata, più pettinata, più “glitterata” e, soprattutto, più magra. Totalmente diversa dal disegno originale della Pixar, che l’ha immaginata invece con una corporatura normale. Un cambiamento che non è passato inosservato e ha portato a molte polemiche, sfociate in una petizione su Change.org. Alla fine, la Disney è stata costretta a fare un passo indietro.

Un discorso a parte merita, invece, Big Hero 6. Perché, se negli altri cartoons la fatphobia è spesso sottile, legata alla morale e subliminale, in questo film d’animazione traspare già dal trailer.

Questa è la prima versione, pubblicata su Youtube nel maggio del 2014. Si vede chiaramente che il bambino è deluso dal robot, grasso e (quindi) stupido. L’intero video ruota interamente sulle difficoltà di inserimento dell’armatura a causa della sua mole. Le versioni del trailer pubblicate qualche mese dopo sono decisamente diverse (vedi qui e qui).

In questo caso, inoltre, bisogna andare ad analizzare il contesto. Il soggetto del film è stato riadattato dal celebre fumetto Marvel Big Hero 6. Nella storia originale, il robot protagonista Baymax è una sorta di bodyguard che accompagnerà il protagonista, Hiro, nel corso delle sue avventure. È caratterizzato da una forza fisica mostruosa e dall’aspetto minaccioso, in grado di mutare forma e trasformarsi in drago. In casa Disney, però, la presenza dell’aggettivo “big” deve essere stata mal interpretata ed ecco questa versione stile “Omino Michelin”, stupida e goffa.

Il film è stato ampiamente apprezzato dalla critica e ha ricevuto molti riconoscimenti, tra cui l’Oscar nel 2015. Sono la prima ad ammettere che porta in sé molti messaggi positivi, tra cui affermare l’uguaglianza tra i sessi. Si assiste, però, a una sorta di doppio trattamento. Perché se da un lato si ha la rivincita dell’eroe in sovrappeso, per quasi tutto il film è la sua sbadataggine a fare da padrone. Un protagonista grasso e buono, sì, ma creato su misura per essere ridicolo. La mia impressione è che la Disney abbia recepito le critiche ricevute in questi anni, o comunque, che non possa più essere indifferente a certe tematiche. Il risultato, spesso, non è quello sperato.

You don’t get points for realizing fat people (or humanoids, or whatever) are not garbage after treating them like garbage for audience laughs.

Non prendi punti per aver realizzato che le persone grasse (o umanoidi, o qualsiasi cosa) non sono spazzatura, dopo averle trattate come spazzatura per far ridere il pubblico.

Melissa Mc Ewan

Quello che mi sono chiesta tante volte è perché si “rischi” poco con i personaggi. Il mondo della fantasia è così vasto che si potrebbero creare migliaia di protagonist* dalle sfaccettature diverse. Eppure la Disney ripiega sempre sui soliti canoni. In questo senso, le recenti polemiche sollevate dalla comunità polinesiana sulla figura del dio Maui di Oceania, da loro considerato obeso, mi hanno fatto molto riflettere.

In fondo, la fatphobia della Disney non è altro che il riflesso della fatphobia della società. La verità è che la persona media vuole immedesimarsi in un certo tipo di personaggio, vuole essere rappresentata al meglio e, forse, sentirsi migliore di quanto l’opinione pubblica le fa credere che sia. Facendo una rapida ricerca in questa direzione, mi sono imbattuta inoltre in un allucinante articolo scritto da Kathryn Darden, pubblicato originariamente sul sito Nashville Skin, Health & Beauty Examiner (il link adesso rimanda a una pagina totalmente diversa, ma si può leggere l’articolo qui). In esso, l’autrice alterna dati scientifici sull’obesità ad affermazioni paradossali, come:

Disney has already created Merida with her “plus-size” face, so it’s not like all Disney heroines are stick thin. Snow White is also usually portrayed with a soft, round face. Apparently these heroines are not fat enough, but would a more overweight Disney female be an appropriate role model to which young girls should aspire?

La Disney ha già creato Merida con il suo viso “plus-size”, quindi non è che tutte le eroine Disney siano magre come chiodi. Anche Biancaneve è ritratta con un viso morbido e rotondo. Apparentemente queste eroine non sono grasse abbastanza, ma un personaggio femminile ulteriormente sovrappeso sarebbe davvero un modello appropriato per le ragazzine?

Tutto ciò per affermare che i personaggi grassi sono dei cattivi esempi per i/le bambin*.

Un pensiero condiviso anche dalla Disney e si è reso evidente con Habit Heroes, gioco online e attrazione del parco a tema Epcot. L’obiettivo era combattere l’obesità e le cattive abitudini. Un’idea di per sé non sbagliata, anche se penso fermamente che certe tematiche debbano essere trattate dai medici e in altri contesti.

Peccato che l’avvenimento si sia rivelato un’occasione per riversare una consistente dose di fat shaming sui/sulle bambini/e. Il sito nato per pubblicizzare l’attrazione, infatti, presentava una lista di cattive abitudini personificate da personaggi – indovinate – per lo più grassi. Abbiamo, quindi, il grasso venditore di hot dog The Glutton, che non riesce a smettere di mangiare ciò che vende. E il pigro Lead Bottom con il sogno di diventare ballerino. Non esercitandosi abbastanza, però, è ingrassato e ha dovuto ripiegare sul wrestling. Sicuramente emblematica la figura di Snacker, una fatina in sovrappeso in grado di invocare il junk food con la propria bacchetta.

Emblematica perché esiste un altro personaggio cattivo femminile legato a un’alimentazione sbagliata, decisamente diverso – leggi: magro. Ovvero, Sweet Tooth, colpevole di mangiare troppi zuccheri. La sua biografia dice:

This shapely girl may disguise her unhealthy habits, but in reality her blood sugar is so high you could bake a cake with it!

Questa ragazza armoniosa potrà anche camuffare le sue abitudini poco salutari, ma in realtà nel suo sangue lo zucchero è così tanto che potreste cucinarci una torta!

Quindi, la figura “proporzionata” e sexy di Sweet Tooth nasconde le sue cattive abitudini e il suo diabete, considerati di conseguenza associabili alle persone in sovrappeso. Perché da una persona grassa ci si aspetta un’alimentazione sbagliata, una vita sedentaria e anche le malattie. Dalle persone magre no. Ovviamente, le cattive abitudini vengono sconfitte da personaggi buoni, in forma e belli, ovvero Will Power e Callie Stenics. L’attrazione è stata ampiamente criticata per il suo messaggio controproducente e in seguito sono stati rimossi i personaggi più controversi, come Lead Bottom e Snacker. Nel 2016, è stata definitamente chiusa.

Ci sono vari studi che confermano che la discriminazione e il puntare il dito accusatorio non sono certo i sistemi migliori per combattere l’obesità e i disordini alimentari. Lo stigma dell’obesità (obesity stigma), fenomeno legato alla fatphobia, è ben documentato nella letteratura scientifica (vedi qui,  qui e qui). Molti esperti concordano sugli effetti deleteri di queste azioni, che non fanno altro che rafforzare le problematiche insite dietro a certe patologie. In una lettera del Department of Health and Human Services, il direttore Alan Guttmacher afferma che:

Studies suggest that overweight children who are teased about their appearance are more likely to binge eat or use unhealthy weight-control practices, and weight-based victimization has been correlated with lower levels of physical activity. Not surprisingly, stigmatization of obese individuals, particularly adolescents, poses risks to their psychological health.

Other studies show that the perception that obesity is solely a matter of personal responsibility, as opposed to understanding the complexity of contributing factors, can increase negative stereotypes of overweight people. It is important, therefore, that public messages about obesity address this complexity whenever possible.

Gli studi suggeriscono che i bambini sovrappeso presi in giro per il loro aspetto tendano ad abbuffarsi o mettere in atto meccanismi di controllo del peso pericolosi; la persecuzione basata sul peso è stata inoltre collegata con una minore attività fisica. Non sorprende che lo stigma relativo alle persone obese, in particolare gli adolescenti, ponga rischi per la loro salute psicologica.

Altri studi mostrano che percepire l’obesità come una responsabilità dell’individuo – invece che comprendere la complessità dei fattori che contribuiscono a generarla – può aumentare la diffusione di stereotipi negativi legati alle persone sovrappeso. È dunque importante che i messaggi pubblici riguardanti l’obesità facciano riferimento a questa complessità quando è possibile.

Viene, quindi, reso evidente che creare personaggi positivi grassi non è un cattivo esempio. Lo è, al contrario, stigmatizzare certe costituzioni fisiche e legarle a qualcosa di negativo (cattiveria, stupidità, sbadataggine, ecc) e/o malato. Quello che, in fondo, è il meccanismo psicologico del bullismo perpetrato sui/sulle bambini/e in sovrappeso. Alcuni ricercatori hanno, infatti, preso in esame questo aspetto. Considerando 4364 bambin* con età media di 6 anni e collaborando con il personale docente delle scuole, sono arrivati alla conclusione che:

At school entry, a high BMI is a risk factor associated with victimization and bullying perpetration, with obese children particularly likely to be victims and aggressors.

Con l’inizio della scuola, un alto IMC è un fattore di rischio associato alla persecuzione e alla perpetrazione del bullismo, e i bambini obesi sono più portati a diventare sia vittime che aggressori.

La Disney ha un’altissima responsabilità sociale, perché ha influenzato – e influenzerà – migliaia di generazioni fin dalla prima età. Non si può affermare di voler inviare messaggi positivi ai/alle bambini/e e poi rappresentarne solo una parte, quella socialmente accettata. Allo stesso modo, non si possono usare la vergogna e la generalizzazione come mezzi di comunicazione, per arginare problematiche serie e complesse. Bisognerebbe fornire modelli in cui tutt* possano sentirsi accettat* fin da piccol* e cambiare la nostra percezione delle persone in sovrappeso. Infine, lasciare tutto il resto al personale medico, sicuramente più competente.


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