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Zaha Hadid: la vera battaglia è fare un buon lavor...

Zaha Hadid: la vera battaglia è fare un buon lavoro

“Chi, la Zahona? Quella non fa nient’altro che mangiare e ritirare premi!”

Nella facoltà di Architettura in cui ho studiato, a essere sincera, non ricordo di aver mai sentito parlare bene di Zaha Hadid. Al terzo anno, nel corso di progettazione, il professore si riferiva a lei come esempio di ciò che non dovevamo fare: gli spigoli acuti e le curve esagerate dei suoi edifici stridevano terribilmente con l’ordine imposto dal modulo e dalla proporzione aurea tanto cari alla mia università.

“Sembrano il frutto della sua digestione, questa roba non ha un senso”, commentava con sdegno il mio professore riferendosi al MAXXI di Roma e, da studentessa del terzo anno oltremodo fiera di sé stessa per aver presentato il progetto di un museo con piante-prospetti-sezioni in proporzione aurea, nulla lasciato al caso, perfino le pareti divisorie dei cessi iscritte in qualche modulo di cui adesso non ricordo precisamente la filosofia, ecco, non potevo dargli torto.

I progetti di Zaha Hadid, così esagerati, così alieni al contesto in cui erano immersi, così riconoscibili ovunque si trovassero, incarnavano tutto quello che ritenevo a prescindere sbagliato. Con qualche collega, a volte scherzavamo: e che ci vuole, prende un pezzo di carta, lo appallottola, lo tira sulla scrivania di qualcuno dei suoi schiavi, dice “toh, fai un progetto a partire da questa cosa” e lo manda ai concorsi, lo possiamo fare anche noi!*

Zaha Hadid

Zaha Hadid

Qualche tempo dopo, ricordo quindi che rimasi senza parole nell’apprendere che era laureata in matematica. Zaha Hadid, quella che sembrava disegnare cose a caso senza griglie e senza proporzioni, era laureata in matematica!

Molti architetti famosi non hanno compiuto veri e propri studi in ambito architettonico, da Tadao Ando che è un ex pugile a Frank Lloyd Wright che lasciò la facoltà di ingegneria dopo un paio d’anni, ma nel caso di Zaha Hadid trovai incredibilmente sorprendente e paradossale il fatto che molto probabilmente sapeva risolvere problemi matematici e geometrici molto meglio di tanti altri architetti. Sicuramente sarebbe stata in grado di fare dei prospetti simmetrici, o di applicare una griglia proporzionale ai suoi edifici. Però aveva scelto di non farlo. O di non farlo apparentemente. Perché mai?

Vitra Fire Station, Weil am Rhein, Germania (1993)

Vitra Fire Station, Weil am Rhein, Germania (1993)

A parte la laurea in matematica conseguita all’American University di Beirut, non si trova granché sulla vita privata di Zaha Hadid. Wikipedia ci informa gentilmente che è nata a Baghdad, Iraq, nel 1950, dopodiché che ha studiato a Beirut, dopodiché che si è trasferita a Londra nel 1972 per studiare alla Architectural Association School of Architecture, dove ha conosciuto – tra gli altri – Rem Koolhaas e Bernard Tschumi, dopodiché la sezione “Life and Education” finisce e inzia quella “Career”.

Leggendo le interviste che ha rilasciato negli anni, troviamo qualche aneddoto: a quanto pare ha deciso che avrebbe voluto “disegnare case” quando aveva dieci anni e i suoi genitori l’hanno portata a vedere un sito sumero nel Sud dell’Iran, ha iniziato ad amare l’asimmetria grazie a uno specchio asimmetrico presente nella sua casa di bambina a Baghdad (dove l’ultima volta torna nel 1980), vive in un appartamento assolutamente convenzionale (“beh, non è un mio progetto!”) a cinque minuti dal suo ufficio di Londra, non fa mistero di seguire le serie tv e particolarmente apprezza House of Cards, non è mai stata sposata.

L’architetto Daniel Liebskink ricorda di quando, alla presentazione di un concorso alla Metropolitan Universiy, scagliò il modellino del suo edificio per terra, “esasperata dalle futili domande dei professori che dovevano giudicarla”. Per il resto, è la sua carriera a parlare: fonda Zaha Hadid Architects, il suo studio di architettura, a Londra nel 1980, impiegando cinque persone (attualmente ce ne lavorano 427, sparse tra le varie sedi), insegna in svariate università del mondo (tra cui Harvard, Yale, Columbia University).

Guangzhou Opera House, Cina, 2010

Guangzhou Opera House, Cina, 2010

Contemporaneamente, progetta ovunque: nonostante alcuni dei suoi progetti non siano mai stati realizzati, molti altri sbucano dagli angoli più impensati del mondo. Volendo usare un’etichetta architettonica, possiamo dire che Zaha Hadid è un’esponente del decostruttivismo, una corrente architettonica in cui vengono abolite le geometrie euclidee, piani, assi e tutto ciò che generalmente caratterizza l’architettura così come viene generalmente intesa.

Curve, molteplicità prospettiche, linee che si inclinano senza una ragione precisa, edifici plastici, alcuni simili ad astronavi arrivate dal futuro, altri a oggetti di design fuori scala, sono alcuni degli elementi che ne caratterizzano l’opera. In Italia, oltre al MAXXI di Roma, ha costruito anche a Cagliari, Napoli, Reggio Calabria e Jesolo. Suo è anche il progetto della Stazione Marittima di Salerno.

MAXXI, Roma, 2010

MAXXI, Roma, 2010

Divenuta famosa con il Center for Contemporary Art (Cincinnati, USA) fra le sue opere più conosciute nel mondo troviamo la stazione dei pompieri a Vitra a Weil am Rhein (1994, Germania), la Guangzhou Opera House (2010, Cina), il Galaxy Soho Center (2012, Cina) e il London Aquatics Center (2012, Londra), dentro a cui – non senza polemiche – si sono disputate le gare di nuoto e sport acquatici delle ultime olimpiadi.

Al tempo lessi che quest’ultimo progetto aveva ricevuto svariate critiche tanto dagli atleti (vedi i dorsisti che, nuotando sulla pancia, tendevano a perdere il baricentro fissando i soffitti curvilinei) quanto dagli spettatori (da alcuni posti in tribuna non si potevano vedere bene le gare di tuffi, e il comitato olimpico fu costretto a rimborsare il biglietto, visto che gli spettatori non erano particolarmente entusiasti di stare nel centro olimpico per seguire gli atleti soltanto sui maxischermi),ma quest’ultimo è il progetto di Zaha Hadid che preferisco.

È anche l’unico che sono riuscita a vedere dal vivo, quando nel 2014 ho fatto un viaggio a Londra: partita scettica, non posso negare di essere rimasta affascinata. Esternamente sembra una conchiglia, dentro ti perdi a cercare un punto di vista unico che non esiste e non puoi fare nient’altro che seguire le curve, ispirate all’acqua che corre. È sempre suo anche il progetto dello stadio per i mondiali di calcio di Qatar 2022 (sì, quello che qualcuno dice che ricordi una vagina), al centro di polemiche per violazioni dei diritti umani durante la sua costruzione. “Non è colpa del progettista” ha detto a tale proposito “Ma è colpa dei governi, spero che riescano a risolvere”.

London Aquatics Center, Londra, 2012

London Aquatics Center, Londra, 2012

Insignita di svariati premi e onorificenze, comparsa perfino sulla lista delle cinquanta persone sopra i cinquant’anni a essere vestite meglio nel mondo fatta dalla rivista Forbes, nel 2004 Zaha Hadid è stata la prima donna (e in assoluto la prima persona musulmana) a vincere il Pritzker Prize, che in ambito architettonico è l’equivalente del premio Nobel.

A prescindere dall’apprezzare o meno le sue opere, a prescindere dal riuscire o meno a identificarsi con lei, credo che questa notizia abbia riempito di speranza e gioia qualsiasi donna lavori in ambito architettonico. Definita snob e tutta d’un pezzo da molti che l’hanno intervistata, Zaha Hadid come donna musulmana ha spesso subito discriminazioni, ma non ne ha mai parlato granché, lasciando che fossero le sue opere a parlare per lei.

In un’intervista del 2013, ricorda quando le dicevano sei un’artista! e non male per una ragazza!: “Quando ho iniziato, le donne c’erano ma non andavano mai oltre un certo livello. Si supponeva che non potessi avere un’idea. Se invece sei un uomo non solo puoi averla ma puoi anche essere esigente. Il fatto è che il vero nemico è dentro, quando permettiamo alle persone di trattarci con superiorità. Ma se hanno un problema è loro, non tuo (…). Non puoi passare la vita a combattere. Non può diventare la tua missione. La vera battaglia è fare un buon lavoro”.


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