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Impara a definire la violenza quando la vedi

Impara a definire la violenza quando la vedi

Attenzione: questo articolo contiene riferimenti espliciti alla violenza sessuale


 

Il sesso può essere bello e divertente, ma può anche essere crudele, rovinare una vita e devastarla.

Larkin Grimm

Nella prima stagione di Black Mirror (secondo chi scrive, una delle serie televisive britanniche più belle di sempre), c’è un episodio intitolato The Entire History Of You, in italiano Ricordi pericolosi, ambientato in un realtà alternativa dove quasi tutte le persone hanno impiantato dietro gli occhi un meccanismo in grado di registrare ciò che vedono, sentono e fanno. Si chiama grain.

Grazie ad un procedimento chiamato “re-doing” possono rivedere nei propri occhi o su uno schermo il materiale registrato infinite volte, fermando l’immagine, ripetendola, andando avanti veloce. Protagonista dell’episodio è Liam, un ragazzo che sospetta la sua compagna lo tradisca, e scava a fondo nei suoi archivi visivi per avere conferma della sua paura (e nel contempo ossessione) più grande.

In questi giorni mi è capitato spesso di ripensare che l’inquietantissimo grain avrebbe potuto essere utile a Kesha nel momento in cui denunciava gli abusi subiti dal suo produttore Lukasz Gottwald (meglio noto come Dr. Luke) e faticava ad essere creduta.

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Si parla di violenza sessuale ripetuta negli anni, di droghe e alcool usati per rendere Kesha incapace di intendere quello che succedeva. E oltre a questo, insulti e minacce di perdere tutto il successo ottenuto. Kesha riesce a dire basta nel 2014, quando porta il caso in tribunale. Piuttosto che continuare a lavorare con lui (che si dichiara innocente), non sentendosi ormai “sicura in alcun modo” e avendo raggiunto il limite di sopportazione fisica (ha sofferto di bulimia nervosa e frequentato per anni un centro di riabilitazione per curarsi), Kesha chiede che il contratto che la lega all’etichetta Kemosabe Records – gestita da Gottwald e facente parte della più ampia Sony – venga sciolto. In questo modo avrebbe potuto liberarsi dal suo aguzzino e lavorare con altre persone, senza paura.

Il 19 febbraio scorso, la Corte Suprema di New York, presieduta dalla giudice Shirley Kornreich, ha negato alla popstar la possibilità di rescindere il contratto perché da un lato sarebbe stata una mossa economicamente sbagliata (dopotutto c’erano di mezzo 60 milioni di dollari di investimento da parte di Gottwald) e dall’altra le prove mediche erano non bastavano a dimostrare gli abusi subiti.

Alla lettura della sentenza Kesha Rose Sebert scoppia in lacrime, e quel moto di disperazione fa il giro del mondo. Al di là della sua testimonianza, non sarà mai in grado di produrre prove del fatto che non è più sicuro per lei lavorare con quest’uomo. Non ci saranno referti medici, o video che mostrano le violenze subite. Se solo avesse avuto un grain. Se solo i suoi occhi avessero registrato un file che si sarebbe potuto portare in tribunale… Sarebbe stato meglio. O no?

“Il maltrattamento di una vittima di stupro non finisce con l’aggressione”, nota sul Guardian Sara Pascoe. Se sceglie di denunciare l’accaduto (e solo il 15% delle vittime lo fa), sarà conscia del fatto che sarà difficile far valere la propria voce sopra quella dell’aggressore e che probabilmente molte delle prove “tangibili” saranno state inconsciamente cancellate (una doccia meticolosa, un silenzio che si prolunga troppo, la vergogna che impedisce di raccontare).

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Kesha esce dal tribunale di New York (Credits: Mary Altaffer/AP)

Qualche giorno fa, la musicista americana Larkin Grimm ha accusato il leader degli Swans Michael Gira di averla stuprata nel 2008, la sera in cui avevano finito di registrare assieme il suo album Parplar: dopo essersi addormentata in seguito a una sbronza si è risvegliata con lui sopra che la penetrava. Grimm all’epoca era in ottimi rapporti con Gira, che la stava aiutando ad ultimare il suo disco e la ospitava nella casa in cui viveva con la moglie.

Con la smentita di Gira, è arrivata anche la risposta dell’attuale moglie, Jennifer, la quale afferma di avere prove che “ciò non sia accaduto” e di trovare inconcepibile certe accuse, essendo lei stessa sopravvissuta ad un’aggressione violenta (ai limiti del rapimento) e avendo trovato conforto nell’affetto del marito Michael.

Né Kesha né Larkin Grimm volevano altro che liberarsi da un peso che le opprimeva e impediva loro di fare un lavoro che amano con la serenità che meritano. Ma è molto facile passare per bugiarde, quando la persona che si accusa è famosa, ha una carriera stellare ed è sostenuta da una solida fanbase.

Dunque perché siamo portati a non credere alle vittime di stupro? Premesso che ogni persona è innocente fino a prova contraria, considerare lo stupro come qualcosa di torbido e difficile da identificare implica in modo evidente che i diritti e i sentimenti degli uomini accusati di averlo commesso ci interessano di più dei diritti e bisogni di chi denuncia questi fatti. I dati da soli smentiscono questo scetticismo, poiché è provato che solo un 2% delle persone che denunciano le violenze mentono.

Negli Stati Uniti si parla di “grey rape” intendendo un’aggressione sessuale non immediatamente definibile come tale, una zona grigia in cui è difficile stabilire se il consenso ci sia stato o meno. Per chi sostiene questo mito, il “grey rape” non è altro che una conseguenza del modo in cui al giorno d’oggi si gestiscono gli appuntamenti: diranno puoi fare sesso occasionale, ma a tuo rischio e pericolo. Diranno se vuoi evitare il rischio, prendi questi accorgimenti. Si parlerà molto di alcool, flirt estremi e incomprensioni, di “te la sei cercata”, e si parlerà zero di diritti della donna e sessismo.

Amber Rose ha splendidamente riassunto tutta questa assurdità in due frasi, durante un programma televisivo condotto da Rev Run e Tyrese. “Se sono sdraiata accanto a un uomo, completamente nuda, lui ha messo un preservativo e io dico ‘Sai cosa? No, ho cambiato idea’, quello significa No. No significa no. Non importa fino a che punto sono arrivata o cosa ho addosso”.

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Questo mese a Soft Revolution abbiamo scelto di parlare di occhi, del modo in cui per estensione guardiamo il mondo o siamo guardat*. Parleremo di ciò che non si può vedere ma esiste o è esistito. Parleremo dell’importanza della rappresentazione nella pop culture e nel porno. Parleremo di occhiali da vista e sguardi indiscreti, di Jessie Tarbox e il fotogiornalismo degli esordi, di cinema e malattie sconvenienti. Ma soprattutto non smetteremo mai di parlare di consenso e di condannare un sistema che discrimina e manca di proteggere le donne che vivono situazioni traumatiche.


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  1. Veena

    1 marzo

    Son talmente depressa per il trattamento che si riserva alla sessualità femminile che mi accontenterei di un uomo, un solo uomo, che si scusasse per aver abusato psicologicamente o fisicamente di una donna. Che dica scusa mi dispiace, sono uno stronzo. Non consolerebbe nessuno ma…perchè non lo fanno mai? E’ che si convincono che parte della colpa sia della donna, il discorso dell’autoindulgenza: “Ha bevuto, è sexy, come si veste lo dimostra: è sessualmente emancipata…un pò è colpa sua. Si vede che si vuole divertire insomma. Poi so che se la sono sco**ta altri, mi han detto che è una a cui piace, ‘na bella porca, anche le altre donne la evitano, la criticano.”
    Se risento un discorso del genere in bocca ad un uomo, o ad una donna non so cosa potrei fare. E nel 2016 è abbastanza comune, almeno io vivo in Veneto e lo sento spesso.
    Per carità! Rispettiamoci un pò tutti. Non si può considerare una persona inferiore e meritevole di violenza o di emarginazione per il comportamento sociale e sessuale che sceglie di adottare nella propria esistenza. E’ grave!!!Ma lo capite che è il seme dell’odio anche questo?

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