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Sylvia Rivera e l’importanza dell’incl...

Sylvia Rivera e l’importanza dell’inclusione

Sulla sinistra, Sylvia Rivera e Marsha Johnson (con l'ombrello)

Sulla sinistra, Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson (con l’ombrello)

 

We are the Stonewall Girls, we wear our hair in curls, we always dress with flair, we wear clean underwear, we wear our dungarees, above our nellie knees, we ain’t no wannabes, we pay our Stonewall fees!

– Songs of the Stonewall Club

La notte del 28 giugno 1969, all’1.20, il detective Charles Smythe e il vice ispettore Seymour Pine, accompagnati da quattro poliziotti in borghese e due agenti in uniforme, entrarono nello Stonewall Inn, un locale gay di Christopher Street nel Greenwich Village, a New York, per una delle solite retate. I dipendenti dello Stonewall rimasero piuttosto sorpresi: le retate nei locali gay non erano certo rare, rappresentavano un serio problema perché, a volte, le foto degli arrestati finivano perfino sui giornali, ma qualcosa era cambiato rispetto al 1965. C’era stata qualche sentenza favorevole circa la revoca delle licenze per gli alcolici nei bar gay, alcuni politici avevano mostrato maggiore sensibilità verso i diritti civili, era stata anche fermata la pratica dell’entrapment (cioè l’adescamento da parte dei poliziotti in borghese per l’arresto dei gay in flagranza di reato).

Le retate, appunto, continuavano, ma di solito venivano effettuate abbastanza presto, per permettere alla situazione di normalizzarsi nell’arco della serata, e comunque i gestori dei locali venivano in qualche modo avvertiti che la polizia sarebbe arrivata. Quella sera in effetti era circolata la voce che sarebbe potuto accadere ma ad una certa ora, evidentemente, i gestori pensarono che il pericolo fosse scongiurato. Cosa accadde di preciso non si sa, ma qualcosa quella sera andò diversamente.

Di solito, le persone venivano allineate ed identificate dalla polizia, ma quella sera c’era una certa agitazione e molti si rifiutarono. Generalmente, chi tra gli uomini era vestito da donna veniva accompagnato nel bagno da agenti donne che ne accertassero il sesso, ma quella sera non vollero seguirle. Mentre la polizia sequestrava delle casse di alcolici, molte persone si raccolsero davanti allo Stonewall Inn, anche chi veniva rilasciato stranamente non se ne andava, restava lì. In poco tempo, accadde qualcosa di ancora più inaspettato.

La folla cominciò a reagire alle violenze della polizia, iniziarono a scagliare contro di loro vari oggetti (venne sradicato da terra persino un parchimetro) e la rivolta esplose.
I moti di Stonewall (che si protrassero per i due giorni successivi) segnano simbolicamente la nascita del Movimento di liberazione omosessuale e vengono celebrati ogni anno dalle marce del Gay Pride. Appare particolarmente importante ricordarli, considerato il recente tentativo cinematografico di revisionismo (o meglio, negazionismo) storico. Secondo molti resoconti, l’azione che diede il via alla rivolta fu il lancio di un tacco a spillo (secondo altri resoconti di una bottiglia) contro gli agenti da parte di una donna transgender di origine portoricana e venezuelana di nome Sylvia Rivera, nata il 2 luglio 1951. Ricordando i fatti di quella notte, però, in un’intervista Rivera attribuisce il gesto a una drag-queen particolarmente coraggiosa.

La cosa più bella di quella sera fu vedere la rabbia sulle facce delle persone picchiate [dagli agenti], avevano il sangue in faccia e sul corpo e non scappavano, tornavano indietro; continuavamo a tornare indietro perché non ci fregava niente di morire. Volevamo lottare per ciò in cui credavamo: era la nostra serata.

La storia di Sylvia Rivera non è stata molto diversa da quella cui erano costrette molte persone trans della sua generazione (e purtroppo non solo). Cresciuta con la nonna dopo la perdita della madre e l’abbandono del padre, Sylvia cominciò a mostrare sin dall’infanzia un comportamento ritenuto effeminato, che ovviamente non veniva ben visto. Quando era in quarta elementare iniziò anche a truccarsi. La nonna disapprovava questo genere di comportamento e a soli undici anni Sylvia venne mandata via di casa.

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Illustrazione di Carol Rollo

Si ritrovò a vivere da sola, in strada, dove si unì ad un gruppo di drag queen che, pare, le diedero questo nome. L’attuale movimento LGBT deve moltissimo a questo incontro, che si è rivelato cruciale per la vita di milioni di uomini e donne. Il suo attivismo cominciò molto presto. Sylvia si è battuta per diverse cause, fra loro collegate: ha fatto parte dell’African-American Civil Rights Movement, del movimento contro la guerra del Vietnam e della seconda ondata del movimento femminista, era in prima linea contro le varie forme di discriminazione e di sopruso.

Nel 1970, fondò insieme a Marsha P. Johnson la STAR – Street Transvestite Action Revolutionaries, una fondazione impegnata nella lotta per i diritti civili, nonché un luogo in cui potevano trovare rifugio moltissime giovane persone queer e trans cacciate o scappate di casa.

Rivera prese parte anche alla Gay Activist Alliance (GAA), nata all’indomani dei moti, nel dicembre del 1969, ma si trovò in fortissimo contrasto con la linea politica adottata dall’organizzazione. La GAA, infatti, iniziò un gioco al ribasso per ottenere il riconoscimento di alcune istanze, tenendo volontariamente fuori dalla propria agenda le problematiche relative ai transessuali e ai travestiti, ritenendole troppo estreme. In questo senso, Rivera si è sentita discriminata e dimenticata da quelle stesse organizzazioni che aveva contribuito a far nascere. Nelle parole di Rick Wandel, storico e archivista che ha lavorato all’LGBT Community Center di New York e conosceva Rivera, “[nel 1970,1971] la comunità gay non sembrava volerla includere, così come non sembrava volerlo il movimento per la liberazione femminile. Era un periodo differente”.

Il punto è che la transfobia ha delle caratteristiche diverse dall’omofobia, poiché transessualismo e omosessualità sono due cose differenti, per quanto la loro storia si intrecci. Almeno, lo afferma la studiosa Marjorie Garber, dicendo che in un’accezione molto ampia il transessuale è “la figura della e attraverso cui si manifesta la crisi”, una crisi che non riguarda solo le categorie dalle quali fuoriesce (quelle binarie del maschile e del femminile), ma che riguarda proprio la categoria in sé, intesa come strumento euristico, ed è per questo che – continua Garber – diventa “indice di destabilizzazione delle categorie, e stiamo parlando di un effetto psicosociale, e non meramente locale, o storico”.

La commistione storica tra omosessualità e transessualismo (commistione che ancora resiste nell’immaginario collettivo) è interpretabile come un tentativo di riconduzione delle persone transessuali nel binarismo fondato sulle categorie di maschile e femminile. Rivera, per contro, ha sempre identificato se stessa come transgender, rifiutando questa condizione e sottolinenando come sia stata proprio la sua specifica condizione di transessuale a permettere certe azioni (nel 1973 interruppe il discorso della femminista lesbica Jean O’Leary e rivolgendosi alla folla disse: “You go to bars because of what drag queens did for you, and these bitches tell us to quit being ourselves”).

La continua discriminazione ai danni dei transessuali e dei travestiti è stata per sempre una fonte di amarezza e di dolore per Rivera, la cui vita è stata purtroppo segnata anche da ricorrenti problemi di dipendenza dalle droghe e da alcuni tentativi di suicidio. Tuttavia, nonostante questo, ha continuato con il suo attivismo fino alla fine della sua vita affinché i diritti dei transessuali venissero riconosciuti. Poco dopo la sua morte, avvenuta il 19 febbraio del 2002, l’attivista Riki Wilchins la ricordò scrivendo: “Per certi versi, Sylvia era la Rosa Parks del moderno movimento transgender, un termine che sarebbe stato coniato solo due decadi dopo Stonewall”.

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La strada che New York le ha dedicato nel 2005, durante l’annuale Transgender Day of Remembrance


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