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“Selfie feminism”: chi controlla la be...

“Selfie feminism”: chi controlla la bellezza?

Il 7 marzo, il giorno prima della festa della donna, Kim Kardashian ha pubblicato un selfie sul suo account Twitter. In molti l’hanno criticata ritenendo l’immagine esageratamente volgare, non consona all’immagine pubblica di una madre, e simbolo di una popolarità che andrebbe sfruttata per veicolare messaggi positivi che vadano oltre alla mera autorappresentazione del proprio corpo. La foto incriminata e chiamata erroneamente “nude selfie” ritrae Kim che si fotografa davanti allo specchio senza vestiti, col seno e i genitali nascosti da due barre nere.

Oltre alle numerose critiche, che secondo alcun* sono utili a mettere in luce le principali differenze tra femminist* della seconda e terza ondata, Kim Kardashian è stata difesa da molte persone e figure pubbliche. Per secoli, anzi millenni il corpo femminile è stato rappresentato attraverso lo sguardo, le opinioni e la sintesi di autori, pittori, scultori, artisti, e più di recente fotografi e registi uomini.

Vedere una donna che domina la propria narrazione e ne prende il controllo dà fastidio ancora a molte persone, che il corpo sia carino, brutto o perfettamente conforme agli attuali canoni di bellezza dominanti come quello di Kim (che nel frattempo ha spiegato molto bene il suo punto di vista sull’argomento e sullo scalpore generato dal suo corpo).

 

 

Quando Kim difende il suo corpo, la sua sessualità e il suo diritto a mostrarsi nuda davanti al mondo, ha ragione da vendere. Quando testate, blog e media sfruttano il fatto per generare migliaia di articoli con parole chiave accattivanti come “feminist”, “manifesto”, “empowering” e “nude selfie”, è bene porsi qualche domanda sul ruolo che il selfie e l’esaltazione della bellezza femminile hanno assunto negli ultimi anni nella cultura mainstream.

In un essay pubblicato su Medium per il filone The Men Issue dal titolo Beauty is Broken, Arabelle Sicardi, autrice specializzata in moda, bellezza e femminismo, ha affrontato il tema del dominio maschile (e bianco) sulla bellezza: “Loro la definiscono, la controllano, la possiedono, ci chiedono di vedere noi stess* nei loro occhi”.  E ancora: “Gli uomini sono terrorizzati all’idea di essere davvero visti nella misura in cui chiunque altro lo è, ogni giorno, tutto il tempo. Non vogliono essere notati perché sanno quanto può costare”, per ricordare quanto la bellezza nella società di oggi può essere oppressa e messa a tacere tramite la violenza verbale e/o fisica.

Mostrare se stess*, la propria identità, la propria natura, soprattutto per le persone transgender, queer, non bianche, disabili, omosessuali, per i/le sex worker, è difficile e pericoloso. Uno dei passaggi più intensi di questo essay fa riferimento ad un lento cambiamento in corso nella società di oggi:

Se la bellezza ha più a che fare con la proprietà che non con l’estetica, la cosa più inquietante e deliziosa è questa: stiamo finalmente iniziando a controllare noi stess* senza rimorsi. Il giudizio di un uomo non conta se non è lui la persona al comando.

Sempre più donne esprimono sé stesse e rappresentano il proprio corpo senza rimorsi, anche di fronte ai comportamenti denigratori e sessisti di chi vorrebbe vederle nascoste o nude solo se è un uomo a ritrarle. Il ragionamento proposto da Arabelle Sicardi porta a chiedersi: chi controlla la bellezza oggi, in un mondo che esalta il selfie e l’autorappresentazione attraverso i social? A chi appartengono questi scatti?

Rihanna Consideration Lyrics

Un passaggio del testo di “Consideration”, la canzone che apre il nuovo album di Rihanna

Qualche tempo fa, mi trovavo su un treno regionale. Fuori si era già fatto buio e il viaggio era lungo, il mio cervello a pezzi per una giornata lunga e impegnativa dove avevo parlato di social media e giornalismo per sette ore di fila. Il ragazzo che mi dava le spalle, nella fila di sedili di fronte alla mia, stava scorrendo il feed di Instagram e il suo schermo era perfettamente riflesso nel finestrino.

Ogni dieci/venti scatti ne trovava uno interessante. Le uniche fotografie che catturavano la sua attenzione erano quelle che ritraevano bellissime ragazze, selfie di corpi tonici, sorrisi bianchi su corpi bianchissimi. Mi sono chiesta: “Quelli saranno i selfie di account che questo ragazzo già segue? O li avrà trovati tramite la funzione Esplora di Instagram?”.

Per chi non conoscesse bene l’app, la funzione Esplora ci suggerisce immagini e video sulla base delle nostre interazioni precedenti e degli account che guardiamo di più e a cui diamo più cuori/like. Se su Instagram si vuole emergere (oltre a usare tanti hashtag), è bene ricevere tanti like e commenti, in modo tale da ottenere visibilità anche con utenti che ancora non ci seguono o non ci conoscono. E per ottenere tanti like e commenti, uno degli interlocutori con cui ci si trova anche inconsapevolmente a dialogare sono proprio i maschi, quegli uomini che con la loro navigazione e le loro interazioni decretano cosa e chi ritengono attraente e chi invece non rispetta le loro aspettative estetiche.

Mentre ero ancora confusa dal mio piccolo e abbastanza innocuo atto di spionaggio, mi è tornata alla mente la copertina del nuovo numero di Playboy, la prima da quando il magazine ha tolto i nudi integrali dalle sue pagine. Concorrere contro l’abbondanza di pornografia gratuita online (e Tumblr) è anacronistico e anche a Playboy se ne sono accorti.

Nel tentativo di strizzare l’occhio ai millennials con uno scatto che apparisse più contemporaneo possibile, Playboy ha messo in copertina la giovane modella (diventata famosa grazie ad Instagram) Sarah McDaniel: la fotografia sembra un selfie, ma in realtà è stata realizzata dal fotografo Theo Wenner.

La ragazza fissa in camera e sopra allo scatto è stato apposto un testo che richiama l’interfaccia di Snapchat, un’app molto usata da adolescenti e twentysomethings tramite la quale si possono inviare foto e video che dopo qualche secondo si cancellano. Quest’immagine è importante per diverse ragioni: la ragazza rappresentata non è nuda, ma con la sua posa si pone in diretta comunicazione con un ipotetico interlocutore di uno scambio di foto molto intime.

Lo scatto è presentato come se fosse un selfie anche se non lo è. La ragazza è sensuale e incarna un modello di bellezza tradizionalmente associato dai media alle ragazze bianche e magre dagli occhi blu: quello di una ragazza consapevole di sé quanto basta, un po’ malinconica, in cerca di protezione e/o approvazione, che scatta un selfie che non potrà ritrovare nella propria gallery, ma che serve a ottenere l’attenzione dell’interlocutore a cui viene inviato. Non a caso il testo associato all’immagine si limita a “heyyy ;)”.

Una delle voci più critiche tra quelle che si sono espresse contro questa copertina è quella di Alexandra Marzella, conosciuta su Instagram con l’account @artwerk6666.

Alexandra Marzella è una modella e attivista il cui femminismo molto performativo viene spesso preso di mira da chi ritiene che la costante esibizione del corpo, dei peli o della propria intimità, non siano atti davvero rivoluzionari e non contribuiscano concretamente alle attuali battaglie femministe.

Alexandra, così come altre ragazze prese in causa da questo tipo di critica (tra queste spiccano i nomi di Molly Soda, Petra Collins e Audrey Wollen), è bianca, canonicamente molto bella e viene spesso esaltata da magazine che negli ultimi anni hanno monetizzato e reso esteticamente attraente l’attivismo e il femminismo (Dazed e i-D tra gli altri, ma anche – di recente – i magazine femminili più mainstream come Teen Vogue, Marie Claire e Cosmopolitan) e che stringono un legame di lunga data col mondo della moda.

A questi magazine va riconosciuto il merito di aver fatto conoscere alle grandi masse tanti personaggi chiave dell’attuale panorama culturale che in alternativa avrebbero rischiato la condanna a nicchie di pubblico non sempre influenti.

Vedere Amandla Stenberg sulla copertina di Teen Vogue o una sfilza di persone transgender, gender queer o genderfluid posare con orgoglio in scatti magnifici su magazine di moda, è qualcosa a cui non eravamo abituati fino a pochi anni fa. Permette di ampliare il raggio dell’identificazione tra chi legge/osserva e chi posa, togliendo o almeno mettendo in discussione il privilegio della rappresentazione di coloro la cui visibilità è sempre stata data per scontata.

Al tempo stesso, in un sistema editoriale basato sul numero di vendite, sulla quantità di clic, views e like e sui soldi guadagnati grazie a banner e investimenti pubblicitari di sponsor e brand, le persone queer, quelle di colore e/o disabili, sono accettate se performanti dal punto di vista estetico, se il loro viso o il loro corpo vengono bene in fotografia e permettono di proporre modelli che sono nuovi ma sono pur sempre modelli.

Alexandra Marzella, Petra Collins, Audrey Wollen, non hanno alcuna colpa se sono nate belle, bianche e privilegiate o se vogliono narrare il loro corpo e quello di altre giovani ragazze attraverso Internet e Instagram. Il modo in cui scelgono di narrare se stesse è strettamente legato alle proprie esperienze personali, che sono quelle di donne che hanno subìto discriminazioni, insulti e derisioni in base al proprio genere o ad altri elementi della loro identità, ma al tempo stesso a cui la società garantisce un privilegio rispetto alle altre donne che non sono come loro. Non abbastanza bianche, non abbastanza belle.

Il problema non sono loro: il problema è un sistema che appiattisce le istanze politiche e i temi importanti per vari tipi di donne e le riconduce a corpi e rappresentazioni che diventano la nuova norma, il nuovo modello cui aspirare, morale e fisico.

Petra Collins, ad esempio, fotografa canadese ventitreenne, è una storica collaboratrice di Rookie Mag nonché coinquilina della sua fondatrice, Tavi Gevinson. Rookie Mag è il tipico esempio di un progetto editoriale fortemente legato ad un’estetica che nel tempo è diventata sempre più popolare, che esalta la tristezza, l’introspezione, il dialogo con se stesse e la solitudine della propria cameretta.

Se l’estetica di Rookie Mag o la figura di Tavi Gevinson possono provocare invidie, ansie o infinite imitazioni, i media hanno ancora una volta una grossa responsabilità in merito. Non è colpa di Tavi e delle altre ragazze che gravitano intorno al suo mondo e al suo progetto se il sito o la sua fondatrice vengono prima mitizzati per la loro unicità e poi demonizzati se non sono abbastanza inclusivi o radicali. O meglio, l’unica loro colpa è quella di essere persone molto giovani, la cui crescita personale e politica è costantemente monitorata e giudicata.

Qual è la soluzione? Impedire che questi progetti diventino troppo mainstream in modo tale che mantengano un’influenza e una responsabilità limitate? No. La soluzione non è che le donne smettano di ambire ad essere mainstream per far sentire la propria voce e permettere che sia riconosciuta come autentica.

Solo chi è già privilegiato (e ha tante opzioni e scelte) ha pieno diritto a smettere di ambire ad una posizione di estrema visibilità e isolarsi, optare per altre vie, altri canali. I media, mainstream e non, dovrebbero smettere di stupirsi ogni volta che una donna famosa dice o fa qualcosa di intelligente come se questo fosse uno scoop in sé. Dovrebbero togliere un po’ di pressione dalle spalle delle giovani donne visibili e magari redistribuirla – almeno in parte – tra le controparti maschili che non vengono analizzate al microscopio tanto quanto chi si identifica nel genere femminile.

A photo posted by Tavi Gevinson (@tavitulle) on

Giornalisti, critici e blogger potrebbero ricordarsi che una donna visibile non vuole necessariamente diventare la voce della sua generazione, che si esprima con le parole, con le immagini o con la musica, ma spesso vuole raccontare la sua storia e la sua esperienza senza pretese di proporre un prodotto in cui tutt* si possano riconoscere.

La popolarità o la pelle bianca o l’incredibile bellezza non le rende meno autentiche, ma rende più facile per i media additarle come le nuove icone del nostro tempo (salvo poi demonizzarle se la diversità o l’intersezionalità sono i temi del mese).

Mi torna in mente un passaggio di un’intervista a Lorde, pubblicata su Rookie nel 2014, dove l’allora diciassettenne popstar diceva questo in merito alla pressione dei media nell’identificarla come un’icona in cui ogni adolescente occidentale si potesse riconoscere: “Il modo più semplice per convivere con tutto questo è cercare di non pensare a cosa la tua arte potrebbe significare per gli altri. So che suona male, ma onestamente, se vuoi che sia significativo per altre persone, hai bisogno di non pensare a quell’aspetto e fare qualcosa che significhi qualcosa per te. Poi altre persone potranno viverlo, capirlo. Ma fare qualcosa per ‘questo target’ nella speranza che ‘coglierà questo a partire da quest’altro’, non è un modo salutare per creare qualcosa”.

Un estratto di un articolo di Jenny Zhang su M.I.A., pubblicato su Rookie Mag

Un estratto di un articolo di Jenny Zhang su M.I.A., pubblicato su Rookie Mag

Nonostante l’incessante riduzione del selfie ad uno strumento mainstream e poco politicizzato, ci sono sempre più persone che cercano di andare nella direzione opposta.

Un esempio è quello rappresentato dall’Art Hoe Collective, un movimento attivo soprattutto su Instagram e Tumblr, creato da persone di colore queer (e in particolare da Mars, quindicenne genderfluid) e aperto a tutti i gruppi marginalizzati che vogliano promuovere il loro lavoro creativo o il loro punto di vista.

Seguendo Art Hoe Collective si è travolti da selfie, dipinti, illustrazioni, fumetti, canzoni, video, testi, che hanno il preciso intento di distruggere gli stereotipi culturali attraverso l’arte. È interessante notare quanto spesso un media contemporaneo come Instagram venga utilizzato per promuovere un linguaggio considerato da molti obsoleto come quello della pittura figurativa o per mescolare selfie e opere d’arte conosciute in tutto il mondo come quelle di Van Gogh, Basquiat o Botticelli.

Le persone di colore vivono un paradosso legato al proprio corpo: la loro esistenza è al tempo stesso sorvegliata e marginalizzata, resa visibile in quanto simbolo di paure collettive e resa invisibile in quanto non meritevole di esistenza, di una propria identità, di una propria soggettività attiva. Gruppi come l’Art Hoe Collective o il duo DarkMatter (di cui vi abbiamo parlato qualche tempo fa) affrontano queste contraddizioni esibendo orgogliosamente il proprio corpo, la propria identità, il proprio stile, non fingendo di non avere paura di quali possono essere le conseguenze della loro visibilità, ma accettando queste paure come il prezzo (spesso altissimo) per cambiare le cose.

I loro progetti non vivono solo online, ma i social sono i canali dove persone come loro possono stringere rapporti, contatti e connessioni che offline sarebbe troppo lento e talvolta rischioso costruire. Trovandosi online creano degli spazi sicuri, luoghi virtuali dove tante persone possano ritrovare un po’di se stesse nelle loro storie e farsi forza per creare iniziative IRL come mostre, concerti, esibizioni, conferenze o spettacoli di spoken word.

Non esiste un modo perfetto di essere femminist*, né tanto meno spazi perfettamente inclusivi o perfettamente antisessisti e antirazzisti. Il lavoro di artist* e attivist* di colore e queer sta diventando sempre più rilevante anche grazie a quegli stessi strumenti e supporti che sono usati per marginalizzarl* o controllarl*.  Anche se speriamo che in futuro nascano nuovi spazi che permettano all’attivismo di muoversi attraverso linguaggi e luoghi più neutri e non influenzati da certe dinamiche di potere, nel frattempo non si può che gioire di fronte alla visibilità sempre crescente di persone che il mondo ha fatto troppo spesso finta di dimenticare. Con l’esclusione sociale, la violenza verbale e fisica e la criminalizzazione.


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  1. Paolo

    30 marzo

    E’ inevitabile che una rivista patinata metta in copertina almeno il più delle volte chi è fotogenico (di qualunque etnia sia, disabile, normodotato ecc..), basta esserne consapevoli. Oggi anche giovani maschi (con corpi belli o meno) si fanno i selfie e ne hanno pieno diritto, lo stesso deve valere per le donne. Sulla bellezza, bè bisogna accettare una cosa: esistono corpi maschili e femminili (di qualunque etnia, disabili come normodotati ecc..) che sono fisicamente più belli di altri in linea di massima così come va accettata l’attrazione che possono suscitare (anche una ipotetica “ragazza sul treno” potrebbe preferire foto di corpi maschili bellocci e tonici e non ci sarebbe nulla di male).
    Detto questo, anche persone fisicamente non bellissime/i possono piacersi e piacere (anche fisicamente) a qualcuno e ha il diritto di mostrarsi sul web come vuole.

  2. Paolo

    30 marzo

    “Giornalisti, critici e blogger potrebbero ricordarsi che una donna visibile non vuole necessariamente diventare la voce della sua generazione, che si esprima con le parole, con le immagini o con la musica, ma spesso vuole raccontare la sua storia e la sua esperienza senza pretese di proporre un prodotto in cui tutt* si possano riconoscere.”

    giustissimo

  3. grande polenta dorata

    30 marzo

    @paolo: ma l’hai letto l’articolo? cosa ti spinge a continuare la disseminazione di commenti che dicono tutto e nulla, che danno ragione all’autrice e al contempo fanno pensare che ti sia sfuggito l’intero senso della questione?

    come ti è già stato fatto notare in passato, i tuoi interventi vuoti o che equivalgono a un cenno d’assenso non contribuiscono alla conversazione, anzi la danneggiano.

  4. Tancredi

    30 marzo

    @paolo: sono un uomo bianco e cisgender come te. condividiamo sicuramente un bel po’ di privilegio. per questo, sappi che di me puoi fidarti. lascia perdere questa causa persa. non è commentando ogni articolo che guadagnerai la fiducia e la stima delle autrici di questo sito, che probabilmente non ne possono più di ascoltare opinioni maschili a ogni pie’ sospinto. piuttosto usa il tuo privilegio per educare altri uomini bianchi e cisgender che agiscono in modo sbagliato. dedica il tempo che impieghi a commentare su soft revolution e su altri siti femministi per portare un messaggio sensato.

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