di Marianna Peracchi e Valentina Divitini

Se ormai i libri gialli sono distribuiti su diversi scaffali colonizzando aree diverse della libreria, i libri rosa solitamente vivono in vezzose isole separatiste e ben riconoscibili a cui ci si avvicina con un po’ di senso di imbarazzo. Mentre i gialli non hanno più necessariamente la copertina gialla e gli horror non hanno più necessariamente titoli scritti con font grondanti sangue, i romanzi rosa hanno ancora molto rosa nella palette grafica delle loro copertine, insieme a illustrazioni più o meno ammiccanti e fronzoli e svolazzi a ribadire che si tratta di romanzetti leggeri, non prendeteli sul serio per carità, per la letteratura alta allontanatevi da questo allestimento a meringa.

In un mondo in cui a tutto quello che è pop ormai viene riconosciuto uno statuto culturale non più necessariamente in contrapposizione con “l’alto”, il colto, i romanzi rosa rappresentano ancora una sacca di tenace segregazione culturale. Tutta la letteratura di genere nasce come prodotto di consumo, eppure mentre gialli, polizieschi, fantasy, horror sono riusciti imporsi e conquistare a pieno diritto il proprio posto nella Letteratura con la L maiuscola, per il rosa questo processo sembra non essersi mai avviato veramente.

Dato che i generi esistono per vendere più libri (anzi, la fiction di genere nasce a puntate sui giornali per fidelizzare i lettori e vendere più copie) le aspettative del lettore e la produzione di storie sono attentamente calibrate le le une sulle altre. Oltre al successo commerciale, da sempre guardato dall’alto verso il basso dalla vecchia guardia di intellettuali snob, per alcuni esempi arriva anche il riconoscimento dell’effettivo valore culturale e la legittimazione del passaggio da prodotto commerciale a prodotto culturale, da libro di genere a libro (generico) di narrativa, da storiella a letteratura.

Cosa succede invece ai romanzi rosa? Perché sembrano destinati a rimanere confinati per sempre alla definizione di romanzetti? Perché essere una SBTB (Smart Bitch, Trashy Book) crea così tanto scompiglio?

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Illustrazione di Stella Santin

La struttura narrativa è chiara: si tratta del viaggio di una protagonista femminile che partendo da una posizione precaria, negativa o scomoda intraprende una serie di trasformazioni personali e sociali che la conducono solitamente a una situazione esistenziale migliore. E visto che il meccanismo umano che fa scattare la sensazione di piacere e di divertimento è legato al riconoscimento di una struttura, non importa se la condizione finale (il lieto fine della storia) è come da tradizione limitato alla conquista dell’amore romantico o come in moltissimi esempi alla soddisfazione esistenziale in senso più ampio con un miglioramento in ambito lavorativo, o il riconoscimento sociale oppure una migliore comprensione di quello che la protagonista vuole essere e diventare, o addirittura di tutti questi elementi insieme.

Il fatto che ogni romanzo rosa segua uno schema preciso e finisca bene è rassicurante, ma questa sensazione di sicurezza secondo me non deve bastare per sminuirlo. O almeno, non basta a sminuire i gialli (che comunque si concludono sempre con la soluzione del caso) quindi non dovrebbe essere un’argomentazione in questo senso. Senza contare che, lontano dalle attenzioni della critica, proprio il romanzo rosa è uno dei generi che si è evoluto con più fantasia e audacia, giocando all’interno dei limiti richiesti, portando spesso le sue protagoniste a incarnare modelli di donne assolutamente originali e individuali, e trascendendo tutti quei cliché in cui si vorrebbe far rientrare tutta la produzione.

Il dubbio che purtroppo mi sorge è che il romanzo rosa non debba solo affrontare la sfida di trascendere il genere inteso come genere letterario, ma che siccome viene inteso come romanzo scritto da donne per le donne debba anche affrontare una sfida più più grande, che è quella di uscire dal genere in senso lato.

Nonostante le donne siano le lettrici più forti resta in parte la necessità di giustificarsi quando si affrontano letture più “leggere”: se uomo legge Dan Brown va tutto bene perché sta solo rincorrendo il suo meritato svago, ma se una donna legge la chick-lit è per definizione una gallina (ma no, lo leggo in lingua originale per tenere allenato l’inglese, ma no, lo leggo perché me lo hanno regalato, ma no, lo leggo per capire perché ne parlano tutti – sono solo alcuni degli alibi di cui io stessa ho abusato negli anni).

In realtà non c’è nulla di male nell’ammettere che si legge anche per evasione, per voglia di leggerezza. Paradossale dover arrivare a formulare una frase di questo tipo ma: anche nei momenti svago è lecito divertirsi.

Dunque, perché ci piace leggere romanzi rosa (scritti bene)?

Motivo #1

In modo del tutto banale, il primo punto a favore dei romanzi rosa è che tutti hanno bisogno di staccare: si stufano i critici gastronomici a mangiare sempre alta cucina, chi sono io per non stancarmi di leggere sempre tomi impegnativi?

Motivo #2

Sempre in maniera molto banale, i romanzi rosa sai già come vanno a finire: bene.

Ed è dannatamente rassicurante – soprattutto quando devi gestire una vita particolarmente incasinata – sapere come va a finire qualcosa: tutti abbiamo bisogno di rassicurazioni ogni tanto, tutti abbiamo bisogno di sapere che la nostra pasticceria preferita non chiuderà mai, che le chiavi sono nella tasca di destra, che i calzini saranno sempre nel secondo cassetto a sinistra e che in un romanzo d’amore, alla fine, i protagonisti, in qualche maniera, cavalcheranno verso il tramonto, insieme (o moriranno insieme tentando, ma qui già siamo passati al livello romanzi d’amore tragici).

Motivo #3

I romanzi rosa non sono così anti-femministi come spesso li si fa passare. Se ne leggete un po’, ed evitate come la peste quelli scritti proprio male, vi renderete conto che sono perlopiù storie di donne che stanno cercando un posto nel mondo e ANCHE l’amore.

La libertà che hanno le donne nei romanzi d’amore è molto alta: possono essere agenti segreti, donne in carriera, badass recupero crediti, super scienziate che salvano il mondo. Insomma che ve lo dico a fare: fanno tutto. Cosa che, purtroppo, nella letteratura tradizionale, soprattutto se scritta da autori di sesso maschile, non è una cosa così scontata: spesso la figura femminile è quella della vittima, della figura di contorno, della bella statuina.

Certo, spesso devi fare lo slalom tra una banalità ed uno stereotipo e morderti la lingua quando leggi certe frasi, ma in generale c’è molto più equilibrio di quanto se ne possa trovare nei miei amati romanzi russi e si scardinano più stereotipi di quanto si pensi. Non solo: la libertà è una scelta.

Si può scegliere di essere un’astronauta oppure una casalinga, vivere felicemente single fino a quarant’anni (per poi trovare l’anima gemella ad un matrimonio, da sbronza) oppure mollare tutto per l’amore della tua vita a diciott’anni fuggendo su una motocicletta, ma non importa, sei tu, o donna, a scegliere.

Motivo #4

Ultimo punto a favore è che anche gli uomini ne escono piuttosto bene da questi romanzi: non solo hanno la libertà di esprimere le loro emozioni – cosa che nel mondo reale viene vista come effemminata – e sono dipinti come esseri migliori di quanto essi stessi non si dipingano, ma non solo: in molti libri lo “scontro” tra uomo e donna si gioca ad armi pari, altra cosa che nella vita reale possiamo solo sperare per il futuro.

In sintesi i romanzi rosa non sono altro che proiezioni e storie che abitano la mente degli scrittori e che prendono forma attraverso la parola scritta, come qualsiasi altro romanzo, solo più focalizzati su un singolo aspetto della nostra vita: le relazioni amorose.

Tutto sta nel saper scegliere da quale storia farsi ossessionare o da quale proiezione lasciarsi incantare.

Per esempio, io ho scelto di stare lontana da quella in cui la protagonista si fa stalkerare da un vampiro e da un licantropo o da quella dove c’è quel tipo con le fruste e il gatto a nove code, ma, ehi, i gusti sono gusti.

 

 

Letture consigliate per chi vuole svagarsi senza sentirsi stupida (e per uomini coraggiosi):

Marian Keyes, This charming man: quattro donne, un solo uomo. La narrazione si alterna mostrando a turno il punto di vista di ognuna delle protagoniste, il fulcro resta l’uomo che in modalità e per ragioni diverse è al centro delle loro vite: un affascinante politico irlandese. Come sempre Marian Keyes riesce a trattare temi complicatissimi e dolorosi con delicatezza e humor che la rendono unica e che le farebbero davvero meritare uno spazio sugli scaffali più blasonati delle vostre librerie (Procuratevi anche la saga delle sorelle Walsh).

Sophie Kinsella, Twenties Girl: non c’è solo la saga dello shopping, la Kinsella ha al suo attivo libri molto più interessanti e strutturati. In particolare questo romanzo è un inno alla spregiudicatezza e all’amore per la vita, con un tocco paranormale che lo rende assolutamente irresistibile. (Procuratevi anche The Undomestic Goddess).

Jaqueline Briskin, I sogni non bastano.

– In Italia, il ciclo dell’Allieva di Alessia Gazzola per un crossover tra chick-lit e poliziesco, ambientato fra medici legali, amori e indagini sul confine del lecito, oppure Corso Regina 68 di Camilla Bonetti, ambientato in una Torino magica e con un colpo di scena che ci apre gli occhi sul senso relativo di cosa sia davvero un finale “da favola”.

– La Regina della Posta del Cuore, Maria Venturi, che racconta solo storie che finiscono bene visto che già nella vita di solito le storie d’amore finiscono abbastanza male. Qualunque suo romanzo, davvero.