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La visibilità è una trappola? Il Panopticon e i mi...

La visibilità è una trappola? Il Panopticon e i mille occhi di Facebook

Nel 1791 il filosofo Jeremy Bentham teorizzava il Panopticon: un edificio estremamente efficiente per sorvegliare soggetti reclusi, fossero questi carcerati, ricoverati, o studenti. Il Panopticon ribaltava il modello tradizionale di reclusione — quello delle segrete, che relegavano i  prigionieri nell’oscurità dei sotterranei: al contrario, il modello di Bentham traeva la sua forza proprio dal fatto che, in esso, tutti i prigionieri possono essere osservati dall’autorità in qualsiasi momento.

Si tratta, infatti, di una struttura ad anello in cui sono rinchiusi in celle i carcerati (o i malati, o gli studenti): sia la circonferenza esterna dell’anello sia quella interna sono in vetro, le celle perpetuamente illuminate; al centro dell’anello si trova una torre, all’interno della quale da fuori non è possibile vedere, ma da dove si ha, in ogni momento, la possibilità di vedere all’interno di ciascuna delle celle, senza essere visti.

I sorvegliati sanno di poter essere osservati in qualsiasi momento e non sanno quando questo effettivamente accada, il che li induce a mantenere costantemente il comportamento che è loro richiesto: l’esercizio del potere diventa, così, molto più efficiente ed economico.

panopticon pointsdactu-dot-org

Secondo Bentham, il Panopticon avrebbe prodotto risultati meravigliosi per la società intera:

Morale riformata  salute preservata  laboriosità rinvigorita  istruzione allargata  fardello pubblico alleggerito  economia invero insediata sulla salda roccia il nodo gordiano delle Leggi per l’assistenza ai poveri non tranciato ma sciolto  il tutto tramite una semplice idea architettonica!

Quasi duecento anni dopo, Michel Foucault parlava del Panopticon di Bentham nel suo Sorvegliare e punire. La nascita della prigione (Einaudi, 1976), ma non condivideva l’ottimismo dell’inventore.

Nella sua implacabile analisi, Foucault mostra come la visibilità costante faccia sì che il peso dell’assoggettamento e della normazione ricada sullo stesso prigioniero, e mostra come questa idea, che a Bentham pareva l’uovo di Colombo, sia tremendamente violenta:

Chi è soggetto a un campo di visibilità, e sa di esserlo, si assume la responsabilità per le costrizioni imposte dal potere, lascia spontaneamente che agiscano su di lui; inscrive in sé la relazione di potere nella quale simultaneamente gioca entrambi i ruoli; diventa il principio del suo stesso assoggettamento.

Per Foucault, poi, l’invenzione del Panopticon è anche e soprattutto il simbolo di un momento di passaggio cruciale nella storia della cultura occidentale: l’idea di Bentham sancisce e simboleggia il passaggio da una società in cui la disciplina dei corpi e dei soggetti era riservata a situazioni gravi ed eccezionali (l’esempio che lui porta è quello della peste) a una società in cui la disciplina e la normazione sono processi “positivi”, che avvengono anche e soprattutto nella banalità della vita quotidiana di ciascuno.

Foucault è morto nel 1984, prima dell’avvento del World Wide Web. Ma leggendo oggi i suoi moniti sulla problematicità della visibilità (“La visibilità è una trappola!”), è difficile non chiedersi cosa avrebbe scritto sui social media e sul loro enorme potenziale come strumenti di normazione.

Michel Foucault

Michel Foucault

Panopticon contro Facebook

Naturalmente, esistono importanti differenze tra il modello teorico “puro” del Panopticon e una struttura come Facebook: anzitutto, nel Panopticon c’è una distinzione netta e definitiva tra chi osserva e chi è osservato — e agli osservati è impedito, tassativamente, di comunicare tra loro, mentre uno dei principi fondanti di Facebook è il continuo flusso di feedback reciproci tra gli utenti. Facebook è poi una realtà virtuale che lascia spazio all’image crafting, mentre nel Panopticon non esiste il livello astratto della costruzione discorsiva.

Eppure il nostro diario di Facebook è la piccola cella attraverso la quale buona parte del mondo ci guarda e, con i suoi feedback positivi e negativi, ci incoraggia o scoraggia in determinate scelte, attitudini, scelte di gusto, dall’aspetto alla musica. Soprattutto, il nostro diario di Facebook è almeno un po’ la cella attraverso la quale noi, volontariamente, ci sottoponiamo allo sguardo e al giudizio del mondo, ne ricerchiamo l’approvazione e l’amore, e diventiamo noi stessi, come avrebbe detto Foucault, “principio del nostro stesso assoggettamento”.

Proverò ad essere più chiara raccontando un piccolo aneddoto di vita personale. Recentemente mi è capitato di interrompere a metà un percorso che avevo iniziato, per la banale ragione che non mi rendeva felice. È stata una decisione relativamente impulsiva, presa senza porsi prima il problema del “cosa avrei fatto invece”, e a cui è seguito un periodo di riassestamento. A partire da un certo momento, dalla mia pagina Facebook non è stato più possibile capire, esattamente, dove fossi e cosa stessi facendo.

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Credits: Alexei Vella

Sono rimasta stupita (molto stupita) dal fatto che un discreto numero di persone, che sono tra i miei “amici di Facebook” ma con cui ho un rapporto personale pressoché inesistente (persone che ho visto una volta sola, persone che ho visto un paio di volte in tutto, anni fa) si siano sentite autorizzate a scrivermi, in pubblico e in privato, per sapere cosa stessi facendo o cosa intendessi fare della mia vita, dove intendessi trasferirmi, eccetera.

All’improvviso la visibilità sulla mia cella si era offuscata, e alcune persone non hanno messo in discussione neanche per un istante il loro “diritto a guardare”. Sono sicura che molti di loro non l’hanno fatto con cattiveria ma, sicuramente, non hanno nemmeno mostrato un grande tatto. In un momento in cui avevo bisogno di silenzio ho sentito fortissimi gli occhi puntati su di me, e non è stata una bella sensazione.

Dubito che persone con cui ho passato in tutto tre ore ad una festa  potessero avere genuinamente a cuore il mio stato d’animo e il mio futuro: ho avuto la chiara percezione, in quel momento, che chi mi stava chiedendo così insistentemente dei miei nuovi piani lo facesse per misurarmi su di lui, per misurarsi su di me, per valutare le mie scelte di carriera e di vita e, in seguito al verdetto, rassicurarsi sulle proprie.

Il mio consiglio? Inventare, mentire, costruire discorsi e personaggi. Giocare, con più furbizia della sottoscritta. Usare gli strumenti (quelli vecchi, l’image crafting, quelli nuovi, le “reactions”) in modo ambiguo e creativo: confondere le acque, offuscare la visuale. Proiettare ombre cinesi sui muri della nostra cella, coprire i vetri con sagome di carta velina. Ricordarsi che non rispondere, in certe circostanze, oltre che un diritto diventa quasi un dovere.


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  1. Sara

    21 marzo

    “Ricordarsi che non rispondere, in certe circostanze, oltre che un diritto diventa quasi un dovere.”
    Parole sante! Quando ci sentiamo soffocare da chiacchiericci, rumore, idiozie, secondo me la scelta migliore è: fermarsi. Fare una pausa in questa lunga maratona social in cui tutti vogliamo vincere.
    Come dice un motto: ‘Offline is the new luxury’.

  2. vittorio

    21 marzo

    La differenza tra panopticon e social media che tu correttamete evidenzi avvalora quella che secondo me è una delle tesi più interessanti di Foucault, l’idea di microfisica del potere.
    Ma Foucault scrive anche questo:

    «E d’altronde, rinchiuso com’è al centro del dispositivo architettonico, non gioca lo stesso direttore, una partita chiusa? Il medico incompetente, che avrà lasciato diffondersi il contagio, il direttore d’ospedale o di laboratorio che sarà stato incapace, saranno le prime vittime dell’epidemia o della rivolta. “Il mio destino è legato al loro da tutti i legami che io sono stato capace di inventare”».

    La nostra è solo sorveglianza reciproca o talvolta creiamo anche forme di resistenza?

  3. Carmen Dell'Aversano

    21 marzo

    Sono d’accordo con questa penetrante analisi; secondo me potrebbe essere interessante integrare la prospettiva benthamiana con una ‘altra, non più rassicurante, quella behavioristica. Nei termini della psicologia del comportamento, feedback che riceviamo su FB sono dei rinforzi, e se non siamo consapevoli di questa sinistra analogia il loro effetto a lungo andare rischia di essere quello teorizzato dal behaviorismo, cioè di rafforzare i comportamenti (vale a dire il genere di post) che premiano, e di far estinguere quelli che ignorano. Una cara amica che recentemente è diventata vegetariana mi ha raccontato con un certo disappunto che anche i più anodini dei suoi post in genere raccolgono dai venticinque ai trenta “mi piace”, mentre qualsiasi riferimento alla sua scelta di alimentazione etica è accolto da un silenzio assordante; ad entrambe è stato chiaro che in quel modo la sua cerchia di contatti le stava comunicando chiaramente la sua disapprovazione *anche se nessuno stava facendo nulla individualmente o aveva preso alcuna decisione in merito*. Ed è proprio la natura impersonale e automatica di questi processi repressivi a renderli particolarmente insidiosi.

  4. Giuliano

    30 marzo

    molto interessante, e molto giusta la differenziazione tra osservatori e osservati, e anche creativo il consiglio di offuscare la visibilità senza cessarla, scelta oggi impossibile. Io avevo riflettuto tempo fa anche sulla matematizzazione del successo indotta dai social: https://www.linkedin.com/pulse/archimede-andy-warhol-facebook-giuliano-gaia?trk=mp-reader-card

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