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Donne e bambini innocenti, lo studio di Charli Car...

Donne e bambini innocenti, lo studio di Charli Carpenter

Storicamente, donne e bambini vengono legati in maniera intrinseca a concetti di innocenza e vulnerabilità, a differenza degli uomini. Questo risulta particolarmente problematico in situazioni di crisi internazionali, quando le norme di regolamentazione dei conflitti vengono messe alla prova, dimostrandosi spesso inadeguate a svolgere il proprio compito di protezione dei civili, o come minimo viziate da norme di genere informali.

È di questo che si occupa il libro Innocent Women and Children, in cui Charli Carpenter, esperta di politica estera e docente di scienze politiche, si propone di dimostrare come belligeranti, attori umanitari e attivisti per i diritti civili falliscono nel loro scopo di difendere i giovani uomini in situazioni di pericolo a causa dei preconcetti di genere che minano l’efficacia delle norme internazionali.

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Charli Carpenter

Secondo i dati disponibili, solo il 20% degli uomini in età militare sono stati mobilitati in eserciti formali e paramilitari all’inizio del periodo post-Guerra Fredda. (Kidron and Smith 1991). D’altro lato, circa 500.000 donne sono sotto le armi globalmente (Smith 1997); in alcuni contesti la percentuale di combattenti femminili è del 25-30%”. In generale, si considera “civile” non tanto chi è moralmente innocente (quanti politici, quindi formalmente considerati civili, sono colpevoli di aver iniziato o fomentato conflitti?), quanto piuttosto chi in un dato momento non è coinvolto in attività di combattimento. Con questa logica si spiega anche come mai ci sono casi in cui non è considerato legittimo uccidere soldati, ad esempio quando sono prigionieri o feriti.

Vulnerabilità e innocenza

Carpenter distingue i due tipi di discorsi che cercano di giustificare la tradizionale innocenza delle donne:

1) Esse sono tradizionalmente considerate indispensabili alla protezione dei bambini e quindi meritano protezione particolare a causa dei loro ruoli in ambito riproduttivo e familiare. Questo discorso è sconcertante perché oltre a proteggere le donne solamente in quanto madri, minimizza gravemente il ruolo dei padri: “mentre il Codice di Ginevra prevede che donne condannate per un crimine in una situazione di conflitto non possano ricevere la pena di morte se incinte o con bambini al di sotto dei cinque anni, il padre dello stesso bambino può essere condannato alla stessa pena se ha ricevuto un equo processo (Protocollo Addizionale I 1977, Art 76.3: Protocollo Addizionale II 1977, Art 6.4)”.

2) Vengono pensate come pari ai bambini in termini di vulnerabilità e innocenza. Questo è problematico perché, nonostante ancora oggi persista una credenza diffusa secondo la quale le donne sono più deboli degli uomini, è stato dimostrato numerose volte che non esistono differenze sostanziali fra le prestazioni fisiche di uomini e donne adulti. Secondo Carpenter, questo pregiudizio è legato all’idea che ogni donna sia una madre, e lo stato di gravidanza può causare delle effettive limitazioni fisiche.
Per quanto riguarda l’innocenza invece, il ragionamento è ancor più preoccupante, perché anche se molti le vedono ancora come agenti passivi e non come soggetti politici, nel corso della storia le donne si sono mosse al fianco degli uomini nelle attività militari: oltre ai classici ruoli di supporto, hanno partecipato anche direttamente al combattimento (ma di questo si tende a parlare poco, basti pensare al caso nostrano delle donne partigiane, relegate storicamente al ruolo di staffette).

Ad oggi, ci sono numerose prove storiche del fatto che durante i conflitti gli uomini tendono ad essere selezionati per esecuzioni sommarie, mentre le donne e i bambini vengono più spesso risparmiati, per essere schiavizzati o violentati. Sono state offerte diverse spiegazioni a questo trattamento differenziato.

  • C’è chi ha posto l’enfasi sulla concezione delle donne come proprietà del maschio, idea antica ma resistente: se l’obiettivo di un massacro è l’eliminazione di una comunità umana, solo gli umani vanno uccisi, mentre i loro beni vengono solo espropriati come bottino;
  • un’altra scuola insiste sulla credenza che siano gli uomini, e non le donne, ad essere portatori di etnicità: per eliminare un gruppo etnico basta eliminare i maschi del popolo, mentre le donne assorbono l’etnia di coloro che le possiedono e che diventano padri dei loro figli;
  • Lindner spiega la pietà sessualmente selettiva attraverso sistemi di reciprocità, basandosi su una regola d’onore dei combattenti libanesi che stipulano “una specie di accordo fra le parti combattenti di non violentare le rispettive donne” (Lindner 2002, 143);
  • la teoria più accreditata, invece, resta quella secondo la quale i maschi vengono uccisi perché visti come potenziali minacce militari dagli altri uomini.

Quest’ultima teoria è stata confermata in vari conflitti: in Rwanda, ad esempio, toglievano i pannolini ai neonati per scoprire i maschi da eliminare, in quanto “non bisognava ripetere l’errore della rivoluzione del 1959, quando i bambini maschi erano stati risparmiati, per poi tornare come guerriglieri” (Jones 2002). Questo potrebbe sembrare sensato, visto che tendenzialmente più uomini che donne decidono di combattere, ma è interessante notare che anche quando le donne partecipano in gran numero ad un conflitto, ad esempio in Colombia, dove le FARC (Forze armate rivoluzionarie) sono composte per il 30-40% da donne, le ritorsioni governative e paramilitari sono state compiute principalmente su obiettivi di sesso maschile.

Anche durante il conflitto contro le forze israeliane, che includono numerose soldatesse, Yasser Arafat ha chiesto di mirare a “soldati di occupazione”, ma dichiarando anche che “è sbagliato uccidere un bambino o una donna”.

Il massacro di My Lai

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Un soldato brucia una capanna di My Lai, nel Vietnam

In generale, donne e bambini vengono risparmiati più spesso quando i belligeranti sono a breve distanza e quindi il distanzialmento emotivo dall’assassinio non è possibile: è infatti di estrema importanza per i soldati riuscire a distinguere fra un uccisione in combattimento, considerata legittima, e l’assassinio di un civile.

Questa netta distinzione si è vista molto chiaramente durante la fase che seguì il massacro di My Lai, durante la guerra in Vietnam: il 18 Marzo 1968, soldati americani entrarono in un villaggio vietnamita con lo scopo di scovare eventuali combattenti nemici. Anche se gli abitanti non posero resistenza, il luogotenente ordinò che si entrasse sparando.

Non trovando persone armate riunirono fra 300 e 500 uomini, donne e bambini al centro del villaggio e li sterminarono mediante fucili e coltelli. Le ragazze furono violentate e sessualmente mutilate prima di essere uccise. Diversi dei soldati americani si distanziarono in maniera passiva dal gruppo, preferendo sparare a polli invece che ai veri obiettivi, e alcuni furono di cruciale importanza per portare alla luce la tragedia un anno dopo.

Questo evento suscitò un grande scalpore in patria e venne considerato un’eccezione in quanto ad atrocità, tant’è che venne richiesta una conta delle vittime in base al sesso, all’età e al motivo della morte. Inizialmente l’esercito cercò di nascondere il fatto (dichiarando che fra le vittime non c’erano donne o bambini), poi dopo aver cercato delle giustificazioni (i soldati non avevano scelta, stavano seguendo degli ordini) ci furono delle scuse ufficiali.

Tutto questo, mentre continuava ad essere considerato totalmente legittimo assassinare civili maschi disarmati, anche in maniera brutale: Charli Carpenter ricorda che gli elicotteri in esplorazione venivano usati per identificare e prelevare “uomini in età militare” e ai piloti venivano offerte licenze di cinque giorni per aver portato ragazzi vietnamiti a farsi interrogare. Queste operazioni portarono ad omicidi deliberati, in cui i piloti scendevano in picchiata su civili per investirli con le pale degli elicotteri o prendendoli al lasso e trascinandoli dietro i velivoli.

La visione delle organizzazioni umanitarie

Il problema dell’influenza della norma di genere si sente ancora di più nell’ambito dei discorsi umanitari internazionali: il termine “donne e bambini innocenti” è molto diffuso e distorce il concetto più ampio di “civili”.
Perché le organizzazioni non intervengono? Bisogna ricordare che i topos culturali preesistenti formano una riserva di idee dal quale si pesca automaticamente quando si creano nuovi concetti e nuovi “frames” di discorso: di conseguenza, la distorsione della realtà esiste già prima di essere rafforzata da queste narrative.

Carpenter indica anche diversi motivi che inducono gli operatori umanitari a mantenere la distorsione:

1) Per ottenere l’accesso alle zone di conflitto, le organizzazioni tendono a dichiararsi neutrali e quindi, per evitare azioni che sembrerebbero schierarsi con una o l’altra fazione, è solitamente più semplice lottare per il diritto ad assistere coloro che vengono percepiti come non partecipanti al conflitto. Questo tipo di approccio alla neutralità, avvalorando falsi presupposti su chi debba essere toccato dal mandato dell’organizzazione, danneggia l’importantissimo principio umanitario dell’imparzialità, che prevede un’equa protezione per tutte le vittime, sulla base del loro bisogno.

2) Le organizzazioni umanitarie hanno anche bisogno del sostegno dei media globali, per ottenere il supporto dei donatori e dell’opinione pubblica. I media cercano di riassumere gli eventi complessi che causano le situazioni di emergenza umanitaria in una maniera semplice, che riesca a colpire un’audience generalmente ignorante e apatica: se pensiamo alle immagini che di solito vengono utilizzate per rappresentare un’emergenza, ci vengono in mente donne sofferenti e bambini che piangono; gli uomini tendono invece ad essere i perpetratori delle violenze.

Qual è la visione degli attori umanitari riguardo a questo aspetto della dipendenza dai media? Il pensiero diffuso è che in riferimento al pubblico occidentale, lo scopo non è quello di educare su realtà complesse, ma di generare empatia pubblica, donazioni e possibilmente volontà politica di intervento multilaterale(Shiras 1996).

3) C’è poi il coinvolgimento con governi donatori o con la società internazionale: per mantenerlo, bisogna appellarsi a idee morali che permettano di costruire una cornice adattabile ad un gruppo di attori estremamente numeroso e diversificato. La percezione generale è che la protezione di donne e bambini sia ancor più indiscutibile rispetto alla difesa dei civili in generale, sia perché le norme di genere che regolano la protezione di “donne e bambini” sembrano universali, ma ancora di più per la diffusa idea che donne e bambini non siano mai combattenti.
Non è chiaro se queste distorsioni permettano effettivamente di ottenere maggiori donazioni, o se questa sia solo una convinzione delle organizzazioni.

4) Le organizzazioni umanitarie devono allinearsi con i discorsi dei partner: a partire dagli anni ’90 quando coloro che combattevano per i diritti per le donne si inserirono nella più ampia cornice dei diritti umani, diventarono uno dei più importanti partner strategici della rete dei diritti umani internazionali. Anche se non tutte le donne vittime di violenza di genere sono vittime anche della guerra, il problema della violenza contro le donne in un conflitto armato divenne un potente simbolo del più ampio problema della violenza contro le donne.
Le attiviste per le donne sono spesso state riluttanti a sottolineare il ruolo femminile durante i conflitti come perpetratrici di violenze, per il comprensibile motivo che questa realtà potrebbe danneggiare il supporto faticosamente guadagnato.

Ovviamente, molte persone attive nelle organizzazioni internazionali sono coscienti della mancata protezione di un’intera categoria di civili, ma durante le interviste di Carpenter si dichiarano anche poco convinte delle possibilità che la situazione cambi. Alcune sostengono che inquadrare i civili come “donne e bambini” sia più vantaggioso e semplice piuttosto che cercare di spiegare la complessità del civile reale: la cosa più difficile è formare una nuova idea di adulti maschi come vulnerabili, un problema semantico più complicato di quello che sembra, visto che mette in crisi i miti di genere più antichi sulla protezione e sulla guerra come “lavoro da uomini”.

I fatti di Srebrenica

Soldati svedesi dell'ONU alla base ONU di Tuzla, il 14 luglio 1995. (AP Photo/Darko Bandic)

Soldati svedesi dell’ONU alla base ONU di Tuzla, il 14 luglio 1995. (AP Photo/Darko Bandic)

Uno dei casi più esemplificativi di come queste condizioni influiscano effettivamente sulle azioni umanitarie si ha con Srebrenica. Gli anni ’90 sono stati la prima occasione in cui le agenzie umanitarie hanno partecipato direttamente all’evacuazione di civili come metodo di protezione: inizialmente l’UNHCR e l’ICRC avevano solo un ruolo di monitoraggio e di rifornimento, ma ben presto l’ICRC cominciò ad organizzare l’evacuazione medica di feriti, che poi diventò evacuazione di “gruppi vulnerabili”.

Questo tipo di azioni creò sin dall’inizio delle controversie, come si evince dalle parole dell’Alto Commissario dell’UNHCR Sadako Ogata: “Fino a che punto possiamo convincere le persone a restare dove sono, quando questo potrebbe mettere in pericolo la loro vita e libertà? Ma d’altro canto, se li aiutiamo a spostarsi, non diventiamo complici della ‘pulizia etnica’?”(UNHCR 2000b, 222). Nonostante i dubbi, nel 1993 l’UNHCR aveva stabilito che aiutare i civili a raggiungere zone più sicure era un’alternativa migliore rispetto a costringerle a vivere nel pericolo.

Nel Luglio 1995, le truppe serbo-bosniache invasero Srebrenica, un’enclave bosniaca messa sotto la protezione dell’ONU. Srebrenica era un’area sicura che aveva attratto molti rifugiati, ma le truppe olandesi delle Nazioni Unite si dimostrarono insufficientemente armate per la loro protezione: dopo la presa della città, il generale Ratko Mladic ordinò che le donne e i bambini più piccoli fossero evacuati, mentre trattenne la maggior parte degli uomini e dei bambini sopra i 12 anni.

Circa 8000 uomini e ragazzi furono giustiziati fra Srebrenica e Potocari, altri mentre cercavano di fuggire a piedi tra i boschi. Due anni prima, dopo aver saputo che le truppe serbo-bosniache avrebbero marciato sulla città, circa 9000 persone furono evacuate dall’UNHCR: erano principalmente donne, bambini, anziani e feriti. Anche se l’evacuazione era inizialmente stata organizzata per mettere in salvo solo le persone particolarmente malate o a rischio di morte per fame, alla fine vennero trasportate a Tuzla persone di ogni gruppo demografico, eccezion fatta per i maschi adulti. Durante questa evacuazione, a uomini tra i 15 e i 60 anni fu esplicitamente negato l’accesso ai convogli e coloro che tentarono di nascondersi fra le donne, anche travestendosi, furono allontanati dagli ufficiali delle Nazioni Unite.

L’autrice analizza ogni possibile ipotesi che possa spiegare cosa portò a questa decisione: furono forse i civili maschi ad insistere per dare la precedenza a mogli e figli? O forse gli operatori umanitari nonostante sapessero quale fosse il modo più corretto per agire, sentirono la pressione del giudizio dell’opinione pubblica? Le prove dimostrano che in realtà, furono i belligeranti, più che i civili ad insistere perché si escludessero gli uomini in età militare dai convogli di evacuazione.

Le norme di genere (insieme al fatto che alcuni uomini che risiedevano nella zona di Srebrenica avevano effettuato degli attacchi contro le popolazioni serbe vicine) influenzarono le preferenze dei combattenti, mentre la percezione normativa del mondo esterno influenzò il loro potere di contrattazione: quando si stabilì di trattenere i civili maschi, il compromesso soddisfò le forze serbo-bosniache, che ottennero i loro “bersagli legittimi”; le autorità bosniache, che mantennero i loro potenziali soldati; e anche la comunità internazionale, che riuscì a proteggere “almeno i più vulnerabili”.

Quindi, non furono gli operatori umanitari a creare le condizioni perché i civili maschi venissero abbandonati: allora perché le accettarono e misero in pratica? Da un punto di vista obiettivo, i civili con minore priorità di evacuazione sotto assedio avrebbero dovuto essere donne adulte sane e senza bambini, che non sarebbero state più vulnerabili di nessun altro né in caso di attacco indiscriminato, né in condizione di stenti, e sicuramente meno vulnerabili degli uomini in caso di esecuzione sommaria.

Per lo meno, uomini adulti e donne adulte senza bambini dovrebbero avere la stessa priorità in caso di evacuazione. Nella realtà, sembra invece che le organizzazioni umanitarie abbiano seguito la regola del “prima le donne e i bambini”: ad esempio, le donne ferite avevano la precedenza sugli uomini feriti; per l’evacuazione dei bambini si considerava sufficiente l’accompagnamento della madre, mentre il padre usciva solo se la madre era assente.
Semplicemente, escludere gli uomini non era considerato come una discriminazione di genere o una violazione dei diritti umani, nonostante il principio di imparzialità e la Convenzione di Ginevra vietino che si facciano distinzioni fra i civili sulla base del sesso quando si implementa la legge umanitaria.

La citazione da un’intervista a un operatore umanitario ci fa capire perché le organizzazioni rispettarono le condizioni discriminatorie date dai belligeranti: “Più ci si avvicina al campo e meno si è legati ai principi, più si è pragmatici. Io ero un negoziatore, ero uno dei meno di principio. Nella mia esperienza ero quello che diceva sempre ‘Se creano una situazione terribile in cui la pulizia etnica ha luogo, non facilitiamo niente portando via qualcuno. La colpa per quello è prima di tutto di quelli che bombardano il posto. Noi stiamo semplicemente salvando vite. Se si accordano fra di loro che il gruppo x può essere evacuato, allora io evacuerò il gruppo x. Se non si riescono ad accordare, il gruppo x morirà con i gruppi y e z.’ Questa è sempre stata la mia visione. E credo di pensare che sia stato corretto anche guardandomi indietro.” (Respondent #8, 2002)

Lo studio di Charli Carpenter dimostra, quindi, che gli studi di genere non sono esclusivamente di competenza del femminismo, ma che dovrebbero riguardare le relazioni internazionali in generale: una collaborazione fra femminismo e studi di relazioni internazionali convenzionali potrebbe promuovere un dialogo utile a smuovere le vecchie norme informali che ostacolano l’applicazione corretta e imparziale della protezione dei civili.


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