Jane, I don’t like cavillers or questioners; besides, there is something truly forbidding in a child taking up her elders in that manner. Be seated somewhere; and until you can speak pleasantly, remain silent.

Jane, non mi piacciono i bambini curiosi; inoltre, quando mai un bambino rivolge la parola in questo modo alle persone adulte? Siediti, e finché non impari a comportarti in maniera più educata, stai zitta.

Jane Eyre, Charlotte Brönte

Jane Eyre, la protagonista del romanzo omonimo di Charlotte Brönte, che da poco ho preso in mano per la prima volta, riceve una lezione di vita fin da piccola: se non impara a rendersi gradevole e assertiva, è meglio che rimanga zitta. Purtroppo, che una donna o una bambina debba attenersi a determinati parametri di piacevolezza e mansuetudine per essere socialmente accettata non è una novità.

La domanda per un modello di donna universalmente compiacente, amorevole, attenta ai desideri altrui e sorridente non si è fermata al 1847, l’anno di uscita di Jane Eyre. Nel 2016, questa è una realtà tristemente presente, sia nel mondo del lavoro, dove le donne ricorrono ad escamotage come il colore dei capelli per rendersi meno minacciose, che nella vita privata, dove l’impiego di un set di emozioni positive è una caratteristica “tipicamente femminile” molto apprezzata.

Ma cos’è così “tipicamente femminile”, esattamente? Perché le donne dovrebbero essere più brave degli uomini quando si tratta di percepire ed esprimere emozioni? Siamo davvero geneticamente predisposte a vincere in professioni ad alto tasso di lavoro emozionale, grazie alla nostra “naturale” abilità emotiva? Si tratta sul serio di essere speciali, o forse di aver “beneficiato” di un training forzato secolare che ci fa eccellere nel ruolo di professioniste delle emozioni?

Nel 1992, Marianne LaFrance e Mahzarin Banaji decidono di investigare la relazione fra le emozioni e sessi, per determinare se sia veramente il genere a decretare la superiorità di un sesso sull’altro nel percepire, esprimere e gestire le emozioni. In base ai risultati ottenuti, le ricercatrici sottolineano che le differenze di genere nell’esprimere e percepire le emozioni dipendono strettamente da come esse vengono riportate e misurate, ossia da come i soggetti di uno studio riferiscono di percepire: in questo senso, quando direttamente e apertamente interpellate al riguardo, le donne riferiscono di percepire più emozioni degli uomini.

Non solo: in un contesto pubblico sembrano esprimere con il linguaggio del corpo più emozioni degli uomini, fatto che le autrici suggeriscono essere un comportamento legato ad una serie di regole sociali che incoraggiano le donne ad essere visivamente più espressive degli uomini. In linea di principio quindi sì, le donne tendono ad essere più emotivamente dimostrative, ma che questo sia un tratto innato non è provato: non viene riscontrata nessuna differenza infatti nell’intensità di sentimenti come rabbia, tristezza e ansietà vengono percepiti da uomini e donne. Quello che è però interessante, secondo le ricercatrici, è che esiste una grande pressione sociale che spinge le donne più che gli uomini a controllare e gestire emozioni negative come la rabbia e la tristezza.

Girl in black and white
A supportare questo punto, nel 1983 Arlie Hochschild aveva pubblicato The Managed Heart, testo chiave per la teorizzazione del controllo e sfruttamento dei sentimenti umani da parte della service industry, l’industria che produce servizi più che beni di consumo. Hochschild osserva che sì, le donne sono più espressive degli uomini, ma evidenzia che questo è derivato dalla tendenza di attribuire alle donne il carico dell’emotional labour, il lavoro emozionale.

Il lavoro emozionale richiede che una persona sopprima/controlli i propri sentimenti per mostrare sentimenti congrui con lo stato emotivo richiesto da una professione (assistenti di volo, impiegati a diretto contatto con il pubblico, professioni nel settore medico o nell’hospitality) o da un contesto sociale particolare.

Un lavoro che richiede l’erogazione di un servizio porta con sé anche un carico di lavoro emotivo: ad esempio, il tipo di gioia scintillante di chi lavora a Lush implica non solo abbandonare ogni sentimento proprio, ma anche modulare l’espressione della gioia in una forma appropriata al brand che si rappresenta.

Questo succede al manager che deve mostrare una professionale neutralità ai conflitti fra dipendenti, all’impresario di pompe funebri che deve costantemente manifestare una dignitosa compostezza, e all’insegnante che deve allo stesso tempo incoraggiare, punire e lodare i propri studenti. La durata, l’intensità e la frequenza con la quale una persona deve mostrare un set preciso di emozioni può produrre una dissonanza emotiva, causa di stress e forte insoddisfazione personale.

Se però in un posto di lavoro esiste un riconoscimento almeno parziale degli effetti negativi del lavoro emozionale – esaurimento nervoso, apatia, depressione – c’è una componente del lavoro emotivo che una donna è portata a compiere dentro casa che non è né riconosciuto né indennizzato. Secondo Hochschild, ci si aspetta che le donne si occupino di più di della gestione delle emozioni rispetto agli uomini, sia al lavoro che a casa:

The world turns to women for mothering, and this fact silently attaches itself to many job requirements.

Il mondo si rivolge alle donne perché si facciano carico dell’essere madri, e questo fatto si collega silenziosamente a molti requisiti lavorativi.

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Kate Winslet in “Revolutionary Road”, dove interpreta April Wheeler, costretta ad essere moglie e madre prima che donna con i sogni propri

Il perché possiamo immaginarlo: uno dei pilastri (distorti) del concetto di femminilità si basa sull’enfasi alla cura, alla dedizione e all’interesse per gli altri. Quale campo migliore per una donna per esprimere le sue “doti naturali” che la famiglia e le relazioni dunque, dove concretamente concentrare le sue emozioni in azioni per rendere tutti felici e rilassati? Nella job description implicita del lavoro emozionale di una donna ci sono organizzazione impeccabile, attenzione per piccole cose della casa, del partner e dei figli, multitasking, supporto morale illimitato ai colleghi tanto in ufficio come in casa, gioia di vivere e piacevolezza estetica. E sopratutto: tanta, tanta empatia verso il prossimo e le sue necessità.

Radici di questa attitudine si possono rintracciare negli scritti di Parson del 1955, dove i requisiti comportamentali di una donna erano chiave nell’attuare il suo ruolo, tanto quanto la cura della casa e dei bambini: esprimere sentimenti amorevoli e conciliatori è intrinseco alla funzione operativo della donna nel contesto familiare. Solo in seguito questo tipo di energie sono diventate “visibili” e riconosciute come vero e proprio sforzo – e non naturale tendenza tipica della natura femminile (Daniels, 1987).

Tutto ciò è ancora tristemente attuale? La risposta è sì purtroppo, il dibattito sul riconoscimento del lavoro emozionale di una donna è attualeperché stiamo ancora cercando di scrollarci di dosso il fatto che essere una donna significhi essere la proiezione esterna di un’interna infermiera, di una terapeuta emotiva, di una madre e una caregiver nel senso più ampio del termine.

Perché purtroppo è ancora scontato che parte dei lavori domestici sia l’espressione massima dell’amore di una donna per i suoi cari. Perché non ci viene spontaneo essere empatiche ed emotivamente connesse, e non ci viene spontaneo essere le persone che appianano i conflitti altrui e non ne generano di propri. Ci lavoriamo su. Sforzarci di essere essere umani più autentici e meno programmati all’accontentare gli altri è il vero tipo di lavoro emozionale che dovrebbe rivoluzionare il mercato dei sentimenti.

 

Per approfondire:

J. Andrew Morris, Daneil C. Feldman: “The dimension, antecedents and consequences of emotional labour”. The Academy of Management Review, Vol. 21, No 4. (Oct. 1996)

Marianne LaFrance, Mahzarin Banaji: “Toward a reconsideration of the Gender-Emotion Relationship”. In M.S. Clark Emotion and Social Behaviour, Newbury Park: Sage.

Rebecca J. Erickson: “Why Emotion Work Matters: Sex, Gender and the Division of Household Labor”. Journal of Marriage and Family, Vol. 67 No. 2 May (May 2005).

Arlie Hochshild: “The Managed Heart”. Berkley University of California Press, 1983

Parsons, T. & Bales, R.F. (1955): “Family, Socialization and interaction process”. Glencoe, IL: Free Press.

Daniels, (1987). “Invisible Work”. Social Problems, 34 403-415