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I Ciechi di José Saramago

Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale

La prima volta che ho sentito parlare di Cecità ero a Rio de Janeiro, in camera della mia amica Isabella: stavo guardando cosa c’era nella sua libreria, mentre aspettavo che finisse di prepararsi. Isabella è una biologa, per questo tra i libri che mi aveva suggerito di leggere avevo scartato Ensaio sobre a Cegueira (letteralmente Saggio sulla cecità), pensando che si trattasse di una qualche pubblicazione scientifica a me incomprensibile.

Non avevo visto che l’autore era José Saramago, lo scrittore portoghese vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1998 e morto nel 2010, ma anche quando me lo disse lei, delusa perché avevo scelto un altro libro (una specie di thriller sul narcotraffico, mi pare), non rimasi molto entusiasta.

Di Saramago avevo provato a leggere moltissime cose tantissime volte, sia in italiano (Viaggio in Portogallo) che in portoghese (Claraboia / Lucernario), ma non ero mai riuscita a terminare un suo libro. “Provaci comunque, quando puoi” mi disse lei “Questo è uno dei libri che preferisco”.

cecità

Copertina dell’edizione italiana

Quando me ne sono ritrovata fra le mani una copia, qualche mese fa, ho quindi pensato a lei e mi sono detta che potevo provare, al peggio sarebbe stata un’occasione per esercitarmi col portoghese. Ensaio sobre a Cegueira (1995), tradotto semplicemente con Cecità in italiano (edito da Feltrinelli), non è un libro facile. Saramago stesso a riguardo ha detto:

Questo è un libro francamente terribile, con cui voglio far soffrire il lettore tanto quanto io ho sofferto a scriverlo. In questo libro si descrive una lunga tortura. È un libro brutale e violento e al tempo stesso è una delle esperienze più dolorose della mia vita. Sono 300 pagine di costante afflizione. Attraverso la scrittura, ho tentato di dire che non siamo buoni e che bisogna avere coraggio per riconoscerlo.

Malgrado questa presentazione, di seguito proverò a spiegare perché leggere queste (quasi) 300 pagine di costante afflizione sia comunque una buona idea.

 

1. O mal branco – il male bianco

La storia inizia in una città qualsiasi e sta accadendo proprio in questo momento, ci dice Saramago: un uomo, fermo in macchina a un semaforo, diventa cieco senza motivazione apparente, nell’arco di un batter di ciglia. Tale malessere non sembra ricondursi a nessuna malattia conosciuta, visto che costui (chiamato semplicemente O primeiro cego, il Primo Cieco) si limita a vedere tutto bianco, come se davanti ai suoi occhi fosse stata passata una mano di vernice, senza che i suoi occhi presentino anomalie di sorta. In breve tempo, questa malattia misteriosa colpisce tutta la città.

La cecità che sembra contagiare inarrestabilmente i personaggi di questo romanzo, senza una vera e propria logica, è a tutti gli effetti la manifestazione concreta di uno stato di indifferenza e di egoismo che da tempo colpisce la società di cui Saramago scrive: “penso che non siamo diventati ciechi, penso che siamo ciechi, ciechi che vedendo non vedono”.

2. A Mulher do Medico – la Moglie del Medico

Per quanto assurdo, visto che il numero di ciechi aumenta di giorno in giorno, il governo decide di mettere i ciechi in isolamento in un ex manicomio, qualora fosse vero che il “male bianco” si trasmette per contatto visivo.

Tra questi c’è anche l’oculista (chiamato nel libro semplicemente il Medico), i pazienti che erano in sala d’attesa quando il Primo Cieco si è presentato per un consulto (precisamente il Ragazzino Strabico e la Ragazza dagli Occhiali Scuri che soffre di congiuntivite), la Moglie del Primo Cieco e a Mulher do Medico (la Moglie del Medico).

In realtà quest’ultima, unica fra i personaggi del libro, sembra essere totalmente immune al male bianco: si finge cieca per poter seguire il marito in isolamento, ma per qualche misteriosa ragione continua a non venir toccata dalla malattia. Non viene fornita una spiegazione a tutto ciò, se non una simbolica: la Moglie del Medico è colei che aiuta e che guida, quindi colei che vede, malgrado non sia minimamente interessata a comandare il gruppo di ciechi in isolamento, sempre più lontani da qualsiasi umanità.

Non è un’eroina, non ha velleità da missionaria, ha fatto semplicemente la scelta impulsiva e irrazionale di seguire il marito, di cui è innamorata, fingendosi cieca a sua volta. E si ritrova così – sola, unica che può vedere – in una situazione più grande di lei, che cercherà di affrontare meglio che può.

Josè Saramago nel 1990. Credits: Jean Gaumy / Magnum Photos

José Saramago nel 1990. Credits: Jean Gaumy / Magnum Photos

3. La sorellanza e i personaggi femminili

Persa ben presto la patina di normalità che caratterizza i primi giorni dei ciechi all’interno dell’ex manicomio (con i pasti che arrivano puntuali e l’illusione che presto o tardi arrivi qualcuno mandato dal misterioso governo con una cura), i personaggi di cui Saramago continua a non voler dire il nome iniziano a perdere la speranza e, con questa, l’umanità.

Eppure, in mezzo a tante brutture ci sono degli episodi vagamente positivi: dopo un terribile stupro collettivo, le donne della comunità iniziano ad appoggiarsi l’una all’altra, a difendersi e a trovare la forza per rovesciare il potere imposto da un gruppo di ciechi malvagi. In particolare, una di queste affronta il marito supportata dalle altre, dice che non ha più intenzione di far decidere a lui su di lei, sul corpo di lei, come succedeva a casa; nella stessa occasione, tutte insieme negano che ci siano ancora uomini e lasciano intendere che nessuno di loro ha più il diritto di dire alle donne cosa devono fare.

4. Non siamo buoni

Il libro inizia con un furto alle spese di una persona che non può difendersi (un passante ruba infatti al Primo Cieco l’auto, con la scusa di accompagnarlo a casa) e prosegue con l’abbrutimento generale. I personaggi del libro sembra quasi che prendano come scusa il non poter vedere, il non potersi vedere, per dare sfogo a tutti i loro istinti più bassi, abbandonati nel mondo che li circonda sempre più allo sfascio, con le autorità politiche sullo sfondo impotenti e indifferenti.

Una storia di rassegnazione, quindi? No, è una storia di denuncia, che critica la società in cui viviamo, ma suggerisce una possibilità di redenzione. Quando Saramago presenta il suo libro e dice che non siamo buoni, che ci vuole coraggio per riconoscerlo, in questo coraggio io intendo già il successivo passo: non siamo buoni, ma possiamo ribellarci a questo, possiamo fare molto meglio di così.


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  1. Camelia

    23 marzo

    Libro splendido e atroce. Ne è stato tratto anche un bel film, Blindness, con Julianne Moore e Mark Ruffalo, fedelissimo e che vale la pena di guardare (:

  2. Sara

    24 marzo

    Anche io ho letto il libro. Saramago sottoliena sicuramente che la soluzione a questa situazione è in mano alle donne, che anche nella peggiore delle situazioni si aggrappano a quel briciolo di umanità che rimane loro. Secondo me è un inno al potere femminile.

  3. Paolo

    24 marzo

    bellissimo romanzo e ottimo articolo. Saramago ha scritto anche un sequel “Saggio sulla lucidità” che da un certo punto di vista è anche più pessimista

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