È passato poco più di un mese dall’approvazione del DDL Cirinnà e continuo a pensare che in Italia non ci si sia accorti realmente del valore degli interrogativi portati avanti dal progetto di legge. Eppure, la reazione spropositata di molti interventi contrari (che andavano a toccare elementi assolutamente estranei al disegno concreto, soprattutto l’eventualità di regolamentare la pratica della gestazione per altri) indicava che si stesse toccando un punto dolente della nostra cultura.

Benché nei fatti il DDL non affrontasse minimamente la questione della gestazione per altri, si è fatta largo nel dibattito pubblico una visione distopica dove donne disgraziate si vendono per sfornare figli innocenti lautamente pagati da coppie omosessuali senza scrupoli.

In questo discorso si nascondono temi fondamentali per la nostra società, e che se la GPA ha monopolizzato per settimane il dibattito pubblico è perché miti secolari su chi siamo, cosa significa famiglia, cosa significa amore e cosa libertà rischiavano di cadere a pezzi.

La prima questione investe il senso di essere figli ed essere genitori e pone la domanda più complessa: di cosa ha bisogno un individuo per crescere serenamente? Con questo non parlo di una vita fantastica, opulenta e allegra; parlo dei termini minimi fondamentali perché un essere umano possa acquisire fiducia, sicurezza, e capacità di stare nel mondo che gli permettano, da adulto, di poter andare per la propria strada. Questo, nei doveri di un genitore, significa offrire una protezione concreta (casa, vitto, scuola) e spirituale (affetto, stima, comprensione, dialogo). La dichiarazione dei diritti del fanciullo (1924), benché non vincolante dal punto di vista giuridico, può essere un punto di riferimento.

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Illustrazione di Marta Arnaudo

Dunque, di cosa ha bisogno un bambino? La risposta più frequente di chi non è d’accordo con me è: una famiglia “normale” ovvero composta da madre e padre. Le motivazioni sono molteplici: dal valore del ruolo prettamente sessuale dei genitori che sfocia in quello psicoanalitico (la madre a rappresentare l’affetto e il padre a rappresentare l’autorità, ed entrambi necessari ai figli come primi modelli del sesso opposto), a quello “naturale”. In secondo luogo, i figli avrebbero bisogno della propria madre ben più che del padre, perché è la madre che li porta in grembo, è nell’utero che essi stringono con lei – pare – un rapporto intrauterino il cui distacco comporterebbe – pare – un trauma.

Ricapitolando, la famiglia ideale dovrebbe essere composta da madre, padre, figli, e qualora questa equazione venisse meno ci dovrebbe essere una completa possibilità di infelicità per i più piccoli.

La mia argomentazione parte da qui, ed è la seguente: ci crediamo veramente? Crediamo veramente che questi elementi siano imprescindibili dalla serenità di un individuo, o ci stiamo aggrappando a un mito rassicurante secondo il quale basta seguire le regole per arrivare a un risultato?

Il sospetto che si tratti di un mito è dato dalla frequenza con cui, nei fatti, i bambini spesso vivono in situazioni “non tradizionali” senza che nessuno condanni legalmente la famiglia. Non parlo di abusi o maltrattamenti, ma di cose meno drammatiche e tuttavia diffuse: dalla famiglia che divorzia facendo venir meno la stabilità del modello padre-madre, ai genitori single, fino all’adozione.

Se pensiamo che un figlio rischi sicuri scompensi emotivi qualora distaccato dalla madre, perché permettiamo l’adozione e non mettiamo in carcere chi li abbandona? Perché spingiamo chi non può avere figli ad adottarne uno, se in fondo il bambino in questione avrebbe comunque subito un trauma devastante? Perché con un referendum popolare abbiamo permesso il divorzio, se una famiglia divisa rovina irreparabilmente i figli? E cosa dobbiamo pensare di quelle madri “mascoline” e quei padri “morbidi”: dobbiamo credere che ci confonderanno troppo la mente?

Illustrazione di Marta Arnaudo

Illustrazione di Marta Arnaudo

La verità è che, in fatto di figli, non siamo realmente sicuri di niente. Superficialmente possiamo dirci che fare come è sempre stato fatto sia la cosa migliore, ma questa consuetudine nasconde migliaia di esperienze diverse. Esistono famiglie in cui felicità e infelicità sono nate da divorzi avvenuti o al contrario purtroppo mai avvenuti, da relazioni difficili o affettuose con un padre o una madre o entrambi, o che malgrado l’affetto sono collassate a causa delle difficoltà economiche.

Vogliamo vietare ai poveri di fare figli? Sono certa che molti sarebbero d’accordo. Ma non è affatto giusto credere a priori che un determinato tipo di famiglia non possa funzionare, quando quello che crediamo il più funzionale dipende in realtà da molte più variabili di quelle che stiamo prendendo in considerazione.

Sappiamo – basta guardare noi, le persone che conosciamo, il mondo intorno a noi – che la famiglia è un’esperienza molto più complessa e specifica; che il sentimento genitoriale, come quello filiale, non è un brodo di sacri sentimenti ma, per la delusione di chi afferma che “avere figli non è un diritto”, un misto di amore, possesso fisico, egoismo, altruismo, rabbia e orgoglio che in diversa misura ognuno di noi conosce nei genitori.

Dunque non esiste una formula da seguire, se non, riducendo al minimo le esigenze e le circostanze, l’idea che un bambino abbia bisogno almeno di qualcuno che lo ami. Non sono sicura nemmeno che l’amore di per sé basti, ma credo che rispetto alle variabili sopracitate, la cui mancanza non è necessariamente negativa, qualora manchi l’amore a sia garantito che il bambino ne soffrirà.

Appurato ciò, portare avanti una gravidanza per altri in un contesto legale e regolamentato significa solo esercitare il proprio libero arbitrio, e nondimeno bisogna ricordare che in un contesto di povertà non sono le pratiche cui essa induce a essere immorali, ma la povertà stessa a dover essere combattuta. In secondo luogo, ognuno di noi dispone del proprio corpo liberamente, e se la pratica della GPA appare più scandalosa di un lavoro in cui il cervello e il corpo vengono usurati e consumati, è per un mero fatto culturale che attribuisce agli organi riproduttivi una sacralità maggiore.