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Oltre Francesca: le donne dell’Inferno di Da...

Oltre Francesca: le donne dell’Inferno di Dante

Se pensiamo alle figure femminili della Divina Commedia, le prime due che certamente ricordiamo sono Beatrice, salvifica guida e donna angelo, e Francesca da Polenta, infelice amante del Canto V dell’Inferno.

Sono due donne che apparentemente rappresentano poli opposti di una visione etica e morale dell’epoca, che prevedeva una sostanziale semplificazione della figura della donna nella letteratura: poteva essere o rappresentazione terrena della grazia di Dio, o sovversione delle Sue leggi.

“Apparentemente” perché le cose, in Dante, sono spesso più complesse e articolate di quanto potrebbe sembrare a prima vista. In particolare, se ci concentriamo sulle Cantiche infernali, i molti personaggi femminili citati (da un mio calcolo 38, ma lascio ai dantisti il lavoro di fino), pur tutti ascrivibili alla schiera dei dannati, non sono privi di redenzione letteraria.

Prima però di addentrarci nella riflessione sull’atteggiamento di Dante nei confronti delle dannate, è bene fare alcune precisazioni preliminari. Per prima cosa, a differenza dei “colleghi” uomini, ci sono poche figure storiche o quasi contemporanee condannate all’Inferno. Nelle bolge infernali troviamo infatti un buon numero di figure mitologiche (Megera, Tesifone, Aletto, Elena…) e diversi personaggi femminili dell’antichità classica (Lavinia, Marzia, Cleopatra…), ma solo Francesca appartiene alla storia recente.

Questa scarsità di dannate “di fresca data” è una prima nota interessante, considerato che Dante non teme di condannare all’inferno suoi contemporanei ancora in vita. Si potrebbe semplificare l’analisi sostenendo che, data la valenza pubblica e fortemente politica del poema dantesco, la presenza femminile sia ridotta perché la vita delle donne era “riservata”, lontana dalla piazza reale e metaforica, ma questa spiegazione non sembra convincente, né potenzialmente esaustiva. Inoltre, anche fra i dannati troviamo molti personaggi del mito e dell’antichità classica. Rimane aperta dunque la questione dello scarso numero di dannate coeve.

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Aracne - Illustrazione di Elisa Seitzinger

Aracne – Illustrazione di Elisa Seitzinger

Proseguendo nell’analisi, è necessario distinguere fra donne effettivamente collocate all’interno di una bolgia per un peccato commesso1 (e fra queste sono poche quelle “parlanti”, ovvero che si rivolgono direttamente al viaggiatore infernale Dante), donne semplicemente citate in relazione ad un peccatore di genere maschile2 e, infine, le figure femminili del limbo3.

Su queste ultime non pesa alcun giudizio morale da parte di Dante: il loro unico peccato, così come per i colleghi uomini, è stato quello di nascere troppo presto e di non aver così conosciuto la redenzione e la grazia di Cristo. A causa del mancato battesimo non possono accedere alla gloria celeste, ma risiederanno in eterno nel castello degli spiriti magni.

In questo il poeta non fa differenze di genere: Cornelia, madre dei Gracchi, Marzia, moglie di Catone, Giulia, figlia di Cesare siedono accanto a figure come Cicerone e Seneca, Aristotele e Socrate, ma soprattutto dividono la dimora oltremondana con Virgilio, guida di Dante nel suo viaggio, suo mentore poetico. Le virtù morali e l’esempio dato in vita da queste donne garantiscono loro un’eterna posizione alla pari con figure, ora e allora, considerate fondatrici del pensiero moderno e delle arti.

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Venendo alle donne solamente citate in relazione a un peccatore o all’interno della narrazione di un evento storico/mitico, Dante sembra concedere largo spazio a figure con ruolo di vittime dell’altrui peccato. Così Penelope è citata da Ulisse nel suo racconto di ὕβϱις come colei che lo attendeva paziente a casa mentre lui, accecato dalla sete di conoscenza, sfidava i limiti imposti da Dio in terra:

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, ne ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore4;

Allo stesso modo, Medea e Ipsile vengono citate in quanto amanti tradite da Giasone, Arianna per la vicenda del Minotauro. Non c’è esplicito giudizio sulle loro vicende terrene anzi, in alcuni casi, Dante si mostra più “morbido” del mito stesso nell’attribuzione di colpe e responsabilità a queste figure (si pensi soltanto al confronto possibile con la figura di Medea nelle tragedie classiche).

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Le tre Furie - Illustrazione di Elisa Seitzinger

Le tre Furie – Illustrazione di Elisa Seitzinger


Arriviamo alla fine alle dannate vere e proprie, quelle che non solo sono citate, ma condannate per l’eternità alle pene infernali.
Fra di loro spiccano figure di chiara depravazione morale, come Semiramide, colei che «A vizio di lussuria fu sì rotta, / che libito fè licito in sua legge / per torre il bisamo in che era condotta» o Mirra, che pur di congiungersi carnalmente con il padre falsificò le sue sembianze.

Le tre furie del Canto IX, che all’apparire di Dante invocano Medusa affinché lo pietrifichi, sono compagne delle Erinni – altre mostruose apparizioni infernali – le quali tuttavia vengono indicate come serve di Persefone, principessa degli inferi per “tradizione”, ma qui solo citata, quasi che su di lei non pesasse la condanna, ma una semplice collocazione “storica” legata al mito.

E se la moglie di Putiffarre è chiaramente dannata – nel Canto XXX – fra i falsari di parola, di Didone si dice soltanto che è «[…] colei che s’ancise amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo». Strano non sia stata collocata fra i suicidi, dato che la sua colpa in questo sembrerebbe risiedere, ma fra i lussuriosi. Sembra quasi che Dante, per la logica della maggior pena all’avanzare dei Canti, la debba punire, ma cerchi di farlo in modo meno violento. Meglio essere trascinati dal vento per l’eternità che venire trasformati in arbusti continuamente spezzati.

Questo però non ci deve far credere che Dante abbia – in generale – un atteggiamento più indulgente nei confronti delle peccatrici: Manto, l’antica indovina, viene condannata, nel Canto XX, fra i fraudolenti (Malebolge) e dovrà camminare per sempre con il volto rivolto all’indietro.

Il poeta sembra anzi assumere un atteggiamento che, in modo puramente provocatorio, potremmo definire di “pari opportunità” ante litteram. Dannate e dannati vengono puniti nello stesso modo per gli stessi peccati, ma non seguendo semplici automatismi e prova ne sono i peccati a carattere erotico/sentimentale.

Didone, traditrice del morto Sicheo, viene punita, ma non Enea; Giasone è punito fra i seduttori, ma Ipsile è solo citata proprio a causa del suo abbandono. Insieme vengono invece dannati Ulisse e Diomede (che condividono addirittura la stessa fiamma), così come Paolo e Francesca, la peccatrice che Dante fa parlare in prima persona. Francesca parla per entrambi e non con la remissiva voce della peccatrice. Con forza quasi rivendica il doloroso passo e le parole utilizzate per definire la sofferenza provocata dal ricordo dei giorni felici nel contesto di una dannazione eterna sono un vero e proprio calco virgiliano5.

Un tributo non da poco a questo personaggio attraverso il quale bene si esplica la complessità del ragionamento dantesco su colpa e pena, sul destino di redenzione o dannazione, che poco ha a che fare con il genere di appartenenza dello spirito defunto e che, in questo come in altri caratteri del poema, esprime la profonda modernità del classico.

 


 

1 – Francesca, Didone, Semiramide, Cleopatra Mirra, Cinira, Aletto, Megera, Taide, Tesifone, Elena, Manto, Medusa, la moglie di Putifarre.

2 – Aracne, Aretusa, Arianna, Medea, Persefone, Circe, Deianira, Ecuba, Giunone, Ipsile, Penelope, Semele.

3 – Pentesilea, Marzia, Lavinia, Lucrezia, Giulia, Elettra, Camilla, Cornelia.

4 – Canto XXVI, vv. 94-99.

5 – Si vedano a confronto l’incipit del II libro dell’Eneide e i versi 121/126 del V Canto dell’Inferno.


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