Nonostante innumerevoli prove della loro inutilità, continuo a credere in tutti quegli strumenti più o meno articolati (app e diagrammi, timer e agende) che dovrebbero aiutarmi a essere una persona migliore – più attenta, più concentrata, più efficiente. Oggi vi racconto l’ennesimo mezzuccio che ho sperimentato, ovvero le app per inibire l’accesso a Facebook.

Era da un po’ che ne sentivo parlare: mi erano state caldamente consigliate dai pochi amici intimi che conoscono la buca in cui sono caduta. Ogni occasione è buona per scrollare le notizie della home di Facebook: quando cammino per andare in ufficio, mentre aspetto che le foto vengano scaricate da WeTransfer oppure quando ordino uno spritz, prima di addormentarmi e appena mi sveglio. L’elenco sarebbe ancora lungo. Lo chiudo citando il bagno, che ho sempre vissuto come spazio intimo votato alla divagazione.

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Illustrazione di Veronica Malatesta

Una volta mentre mi asciugavo i capelli o mi lavavo i denti leggevo Alla ricerca del tempo perduto, costellando le pagine dedicate alle gelosie di Swann e alle fughe di Albertine con eleganti macchie di dentifricio. Oggi gli schizzi di Colgate finiscono sullo schermo del telefono, mentre scorrono sotto al dito le foto di semisconosciuti che preparano le orecchiette e i gossip di Repubblica.

È difficile dichiararlo così, urbi et orbi. È uno di quei peccatucci vergognosi, per quanto non gravi, che si tende a nascondere. Quando accenno a qualcuno del passaggio impietoso da Proust a Gif Porn trovo sempre del grande stupore: “Ma come? Proprio tu!”

Ebbene sì. Lavorando nel settore della comunicazione e dell’informazione, vivo con l’ansia di perdere qualcosa di importante e, mentre mi impegno per aggiornarmi e “stare sul pezzo” finisco per aprire una gallery di “Gatti che hanno capito che hanno fatto una cavolata”.

Chiaramente non sono l’unica con questo problema: esistono una miriade di applicazioni che servono a contenere la curiosità di spiare i vecchi compagni delle superiori, o l’insopprimibile desiderio di sguardacciare nel profilo del tale incrociato al bar. Il loro obiettivo è sradicare, non senza violenza, la tentazione di procrastinare per l’ennesima volta quell’incarico noioso a cui proprio non ci si vuole dedicare.

Ce ne sono diverse ma il principio è simile: le si scarica e si impostano i siti, i browser o le altre app da vietare. Nel mio mirino sono finiti Facebook e YouTube, ma ognuno ha i propri mostri. C’è chi può aver bisogno di mozzarsi le mani per non digitare su WhatsApp e chi non fa passare dieci minuti senza postare tazze di caffè e tramonti su Instagram.

Tra le varie possibilità ci sono soluzioni come Quality Time, che conta i minuti spesi sui vari social e fa suonare un allarme quando si supera il limite impostato, e Menthal, che collega i suoi utenti in una specie di comunità che permette di monitorare qualità e quantità della propria dipendenza da smartphone, sia i dati di quella altrui. L’effetto vergogna, unito alla competitività nei confronti del gruppo, dovrebbe facilitare il recupero. Immagino i tossici di Twitter che sudano freddo per non cinguettare, e intanto fissano il telefono per analizzare le statistiche dei loro compagni di sventura. Non è una bella visione.

Io ho deciso di testare Focus Lock, Self Control e Forest.

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Illustrazione di Veronica Malatesta

Focus Lock è semplicissima: si spunta ciò che si vuole bloccare e si imposta il timer. Dovrebbe essere l’ideale per quando si ha una commissione urgente, si è già posticipato tutto il posticipabile e si è obbligati all’azione. Basta capire quante ore servono e far partire il countdown, operazione che su di me ha avuto uno spiacevole effetto ansiogeno. Inoltre, timorosa di perdere qualche importantissima informazione dai miei amici o negli ambiti in cui lavoro, non sono riuscita a programmare più di un’ora di blocco. Lo ammetto.

Self Control può essere usata all’occorrenza come Focus Block ma, essendo pensata per gli studenti, ha una funzione in più, legata alla routine: quando la si imposta si può decidere di programmare l’intera settimana, una volta per tutte e non ci si pensa più. Per esempio si possono bloccare tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12, da oggi alla laurea o alla pensione. Definire il calendario infonde tranquillità e fiducia, come quando si segnano in agenda i prossimi dieci ingressi in piscina e tutto sembra facile e controllato, quasi già fatto. Scemato l’entusiasmo iniziale, un fallimento anche qui: non me la sono sentita di impostare l’intera settimana!

Forest – che si autodefinisce “la migliore cura per la telefono-dipendenza” – è simpatica: ogni mezzora che riesci a passare senza accedere a social e affini fa crescere un albero, e più passa il tempo più i suoi rami diventano verdi e fitti. Non blocca niente, ma se si decide di dare una sbirciata alle notifiche o all’ultimo video di Taylor Swift, la pianta si rinsecchisce e muore. A fine giornata si può essere soddisfatti di aver cresciuto una bella pineta, oppure trovarti di fronte a una terra disboscata.

Dopo aver utilizzato a fasi alterne queste tre soluzioni cosa ho concluso? Innanzitutto ho buttato via delle ore per documentarmi e capire come attivarle, alla faccia della produttività e dei calvinisti. Self Control non andava: la impostavo ma riuscivo comunque a navigare come e dove volevo. Quindi ho chiesto il supporto di amici, che a loro volta l’hanno scaricata, impostata e bestemmiata. Focus Lock tuttora continua a impallarsi e ogni tanto il display si accende (distrazione!) per ricordarmi che ha dei problemi. La surreale Forest riesce meglio delle altre nel suo intento, ma il pensiero invece di starsene concentrato su ciò che c’è da fare rimbalza sull’orologio: quanti minuti saranno passati? Avrò fatto fiorire almeno un piccolo cespuglio? Se non ci si ricorda di togliere i suoni delle notifiche la curiosità si fa sempre più forte e alla fine ci si connette con un altro device.

Per essere sicuri di non cadere in tentazione bisognerebbe procedere in modo integrato, abbinando alle app per smartphone e tablet gli adeguati programmi per PC – i più famosi sono Cold Turkey e Self Restraint, che sa tanto di galera. E poi bisognerebbe tirare le tende davanti alle finestre, farsi chiudere a chiave in ufficio, oppure farsi legare alla sedia davanti alla scrivania come faceva Vittorio Alfieri. Ma il problema persisterebbe.

Dall’esperienza di questi giorni ho imparato – per l’ennesima volta! – che la costrizione rende ancora più antipatico il compito da svolgere. Pur di evitalo, in mancanza di altro, ci si adatta anche a fissare il soffitto. II demone della procrastinazione, ben rappresentato nell’avvoltoio disegnato da Zerocalcare, non si fa intimidire dai mezzucci. La prossima volta, quasi quasi, ci riprovo con le app motivazionali.