Mi vergogno di scrivere un diario. Preferirei che fosse un romanzo. Sono confusa. Come sempre. Penso di non volere nulla e allora mi sento in colpa.

Alejandra Pizarnik, 10-07-1959

Quando mi dicevano che tenevo un diario, a quindici anni, m’infastidivo non poco. “Diario” suonava infantile; evocava quei volumetti con copertine floreali e lucchetto di metallo che avevo compilato discontinuamente da bambina. Da quanto ricordavo, su quei volumetti avevo appuntato cose artefatte, come la volta che avevo deciso che un qualche maschio doveva piacermi per forza e finii per scrivere qualche riga sul bambino biondissimo degli scout. Erano pagine che scrivevo per restituirmi un’immagine di me stessa che somigliasse di più a quella che aspiravo a essere; non sgorgavano dal sacro fuoco dell’ispirazione, che alle elementari avevo riservato a mirabolanti racconti di fantascienza.

Una dinamica del genere, alla quindicenne mortalmente seria che sono stata, appariva deplorevole. Dunque, i quaderni che ormai riempivo quasi ossessivamente non potevano essere diari. Anche nel nome dovevano essere nuovi e, sopratutto, soltanto miei. L’inventiva non mi aiutò un granché, però, perciò in questo pezzo dovrò tristemente riferirmi ai miei quaderni di sfogo.
Un precursore della categoria, in realtà, aveva fatto la sua comparsa già nei miei undici anni – anni di merda, ma questa è un’altra storia. Tuttavia, i pensieri che avevo affidato a quel quaderno – un volumetto bellissimo in carta di seta che una zia mi aveva portato dalla Cina – erano stati così dolorosi, così oscuramente disperati che, per lungo tempo, mi rifiutai ostinatamente di vedere un legame tra le sue pagine sottili e quelle nuove della mia adolescenza; il primo quaderno di sfogo propriamente detto, dunque, vide la luce nei miei quindici anni.

Ora, è innegabile che il detonatore della mia necessità di scrivere quasi tutte le sere su un quadernino a righe fu – galeotta una vacanza studio – una creatura biondissima e opportunamente irraggiungibile.  Quando, però, ebbi trovato quell’alibi (una ragione così splendidamente normale per mettere in parole esattamente quello che provavo), ciò che uscì fu un fiume molto più vasto di quanto avrei potuto prevedere.

Scrivevo d’amore, ma sembrava molto simile al dolore. Scrivevo di qualcun altro, ma per farlo scavavo in modo sempre più inclemente dentro di me. Erano le stesse profondità cui mi ero spinta a undici anni sul quaderno di carta di seta, ma allora le avevo respinte perché – lo capisco solo adesso – tutta quell’oscurità era fuori posto nella bambina che volevo essere; e io, da bambina, speravo di poter usare la scrittura solo per costruire una me stessa migliore. L’adolescenza m’insegnò allora una prima lezione sconvolgente: potevo essere triste. E potevo parlarne. Di più: se mi concedevo di accedere alle parole che desideravo, io sapevo parlarne.

Cercando su google “bambini che scrivono diari”, “diari segreti” et similia escono molti risultati legati alle cosiddette “scritture scolastiche”. Al di fuori da quest’ambito, però, una costante è evidente: non c’è un sito che si rivolga ai bambini. Nella stragrande maggioranza dei casi, la scrittura di sé viene proposta alle bambine, e, stando ai suggerimenti che ho trovato online, l’ambito di esplorazione dovrebbe essere esclusivamente emotivo. Più specificamente relazionale. Più specificamente scrivi-del-bambino-che-ti-piace.

diario

Illustrazione di Giulia Tomai

Anche se lo spazio di libertà promesso da una pagina bianca all’interno di un quadernino chiuso col lucchetto potrebbe essere teoricamente immenso, ci sono binari evidenti nei quali viene suggerito di muoversi, non da un singolo genitore o un singolo insegnante, ma da una cultura diffusa che s’interiorizza molto presto. Non è strano: come osserva Hugh Cunningham nella sua Storia dell’infanzia – a proposito della difficoltà di ricostruire le vite reali dei bambini al netto delle proiezioni che ne danno gli adulti:

I bambini lasciano essi stessi testimonianze scritte, ma il più delle volte quel che scrivono nei loro diari è più rivelatore del genere diaristico stesso e delle aspettative dei lettori adulti che delle esperienze reali dell’infanzia.

Eppure, Anaïs Nin transita dalla scrittura infantile pensata per il padre che l’ha abbandonata a un’elegante esplorazione di sé. Eppure, Cesare Pavese conquista nelle sue pagine private una lucidità e una forza che – mi sembra – gli sono precluse altrove. Certo, non tutte le bambine che tengono un diario segreto possono essere destinate a simili altezze. Anche senza velleità letterarie, però, nella scrittura diaristica c’è un potenziale di conoscenza di sé e dell’altro innegabile. In quante, allora, questo potenziale – ripeto: non necessariamente letterario, ma anche solo conoscitivo – va perduto perché la scrittura di sé porta lo stigma di un’attività frivola imposta dall’alto?

Anaïs Nin scrisse il diario di cui sopra dall’età di undici anni a quella della sua morte, settantaquattro anni. Una delle prime volte che discusse concretamente con Henry Miller della possibilità di pubblicarlo, disse – cito a memoria – che sarebbe stato ironico se, di tutti i suoi scritti, a darle la fama avesse dovuto essere proprio il testo che aveva pensato perché non fosse mai letto.
Ora, io non so se avete mai letto i diari di Anaïs Nin – la porzione più celebre è probabilmente quella dedicata all’incontro con Henry Miller e sua moglie June – né se abbiate mai letto i suoi romanzi, quindi per ora vi chiedo di fidarvi di me. Anaïs Nin romanziera? Un’autrice mediocre. Anaïs Nin diarista? Un’artista straordinaria. I suoi diari hanno una profondità analitica, una lucidità nel dissezionare i moti dell’animo umano e, al contempo, una potenza lirica che sono rarissime; eppure, Nin non puntava su di essi. Certo, in questo caso c’era sicuramente riserbo, la tendenza a proteggere la propria intimità. Un fatto però è innegabile: per realizzarsi come scrittrice, Anaïs Nin avrebbe voluto scrivere romanzi, non diari.

Scrivo questo pezzo su un treno, in una pausa dal lavoro da adulta che mi aspetta in borsa. Prima di uscire di casa, ho ricordato di mettere nello zaino un quaderno nuovo, perché l’ultimo l’ho finito su un altro viaggio in treno. Iniziando a contare dai miei quindici anni, siamo al numero 13. Alcuni dei dodici quaderni che mi sono lasciata alle spalle non li riapro quasi mai; ad altri, invece, torno spesso. Alcuni sono pregni di dolore, come il primo della serie; altri esplodono d’una gioia talmente prorompente che a volte, al rileggerli, me ne sento di nuovo invasa, in una corrente fisica ed elementare che mi raggiunge dritta dagli anni in cui ho scritto. In tutti, però, trovo quanto di più onesto io potessi offrire a me stessa in ognuno dei momenti in cui li ho compilati.

E ritrovarmi tra le pagine, riconciliare la mia identità presente alle molte identità che ho abitato nel tempo, ricomporre i frammenti in un unicum armonico che coincida con me… è l’esplorazione che conduco ogni volta che rileggo; è l’esplorazione in nome della quale continuo a scrivere anche adesso che il dolore non c’è più, adesso che amare è una cosa semplice, adesso che scrivere non è più un’alternativa a implodere. Anche se forse alla fine tutto stava nello smettere di andare dietro ai biondi.

È superficiale pensare al diario solamente come a un ricettacolo per pensieri privati e segreti – come se si trattasse di un confidente sordo-muto e illetterato. Nel diario, io non esprimo solo me stessa più apertamente che con un’altra persona: io creo me stessa.

Susan Sontag, 31-12-1957