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52 films by women: aprile e la Seconda Guerra Mondiale

Cecilia ha deciso di accettare la sfida 52 films by women e guarderà (almeno) un film diretto da una donna ogni settimana del 2016. Ogni mese, ci racconterà quello che ha visto. Puoi leggere tutti i post qui.


 

Pasqualino Settebellezze – Lina Wertmüller (1975)
The German Doctor: Wakolda – Lucía Puenzo (2013)
Hannah Arendt – Margarethe von Trotta (2012)
La Pelle – Liliana Cavani (1981)

Aprile è il mese in cui celebriamo la liberazione dell’Italia dai nazifascisti, dunque mi è sembrato appropriato esaminare dei film incentrati sulla Seconda Guerra Mondiale e sulle sue conseguenze.

Pasqualino Settebellezze, di Lina Wertmüller, è il primo film diretto da una donna a essere stato nominato all’Oscar come Miglior Film e Miglior Regia; tuttavia, come la vittoria di Halle Berry, la prima attrice afroamericana ad aggiudicarsi il premio per Migliore Attrice Protagonista, è rimasto più un fuoco fatuo che l’inizio di un incendio del vecchio sistema tutt’oggi in piedi.

Pasquale – detto Pasqualino Settebellezze a causa della propria bruttezza – è un pesce piccolo della criminalità organizzata napoletana degli Anni ’30, la cui maggiore preoccupazione è difendere l’onore della famiglia, nel suo caso composta da sette sorelle e un’anziana madre. Quando la più grande delle sorelle debutta come sciantosa e prostituta, convinta da Totonno 18 Carati (un altro malavitoso che le ha promesso di sposarla), Pasqualino decide di uccidere l’uomo per salvare la faccia; nonostante i consigli del proprio boss, riesce a combinare un disastro e finisce per dichiararsi incapace di intendere e di volere all’udienza del processo per omicidio.

Dopo il trauma dell’elettroshock in manicomio (una questione vicina all’attualità italiana degli anni ’70, quando fu promulgata la legge Basaglia), Pasqualino accetta di arruolarsi pur di uscire da quell’istituzione. Ma non può sfuggire all’ombra di morte per molto tempo: dopo l’8 Settembre, nonostante un breve tentativo di fuga con il compagno di diserzione XXX, viene catturato e – come molti militari italiani – finisce in un campo di concentramento.

Wertmüller intesse la narrazione di suggestioni fiabesche, come il motivo delle sette sorelle o la piccola casa nel bosco all’inizio del film e, nonostante l’argomento trattato, Pasqualino Settebellezze riesce a mantenere un tono farsesco e quasi leggero. Per quanto il film in sé non sia particolarmente interessato a discorsi di genere, è interessante notare come i personaggi femminili ricoprano una serie di ruoli diversi: non solo la madre angelicata e l’amore innocente intaccato dalla guerra, ma anche una psichiatra che fa il possibile per i propri pazienti e l’incredibile personaggio della comandante del lager.  Wertmüller non assolve mai Pasqualino – un camorrista, uno stupratore, un ignavo –  ma ne fa un personaggio complesso il cui comportamento diventa comprensibile, anche se quasi mai giustificabile.

Da La Pelle

Da La Pelle

Napoli, quasi non toccata dalla guerra nel film di Wertmuller, diventa invece un’ambientazione da incubo ne La Pelle di Liliana Cavani.

Viscere di persone e animali, genitali, abusi sessuali e pedofilia (questi ultimi mai mostrati in modo esplicito): Cavani si concentra sull’aspetto più corporeo e bestiale dei conflitti militari, quando il nemico è sconfitto e l’esercito liberatore in qualche modo dovrà pur passare il tempo. La farsa ironica di Pasqualino Settebellezze permane sottotraccia, ma l’amarezza e l’orrore prendono il sopravvento, per quanto spesso stemperati da motivi allegorici (per esempio nella scena della sirena).

“La guerra è stata persa da un’intera nazione, ma le donne e i bambini l’hanno persa più di tutti” è una battuta emblematica dell’opera: Napoli, ferita ed esausta, è libera ma la vita non è ancora tornata alla normalità e le scelte concesse agli strati più deboli della popolazione non sono molte. Ci si prostituisce anche solo per un pacchetto di sigarette, se si fa la fame e con un pacchetto di sigarette è possibile comprare tre pagnotte.

 

The German Doctor: Wakolda, della regista argentina Lucía Puenzo, e Hannah Arendt, diretto dall’icona del cinema tedesco Margarethe von Trotta, si concentrano tramite due lenti opposte – il primo è un’opera di finzione, il secondo si basa su fatti realmente accaduti – su conseguenze più a lungo termine del secondo conflitto mondiale, vale a dire l’esito ultimo di due figure di spicco della gerarchia nazista: Josef Mengele e Adolf Eichmann.
Il punto di partenza dei due film è lo stesso: tramite le cosiddette ratlines, diversi nazisti riuscirono a sottrarsi al Processo di Norimberga e a fuggire in Sud America.

Wakolda immagina un breve periodo nella vita di Josef Mengele, all’inizio degli anni Sessanta, un suo ipotetico viaggio verso la città di Bariloche, sulle Ande argentine. Bariloche esiste davvero: fondata nel XIX secolo da emigrati provenienti dalla regione alpina dell’Europa, ha una forte comunità di lingua tedesca ed esiste tuttora un Liceo Tedesco – il cui direttore, nella vita reale, fu per decenni Erich Priebke, responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine.

Wakolda accosta alla figura di Mengele la famiglia Raggi, dai cui membri femminili egli è subito affascinato: Eva, moglie e madre, non solo è nativa di Bariloche e parla tedesco, ma è incinta di due gemelli; Lilith, l’unica figlia, è affetta da un disturbo della crescita e dimostra qualche anno in meno dei suoi 12 anni. Wakolda non usa mai filmati d’archivio, ma è sottile ed efficace nel dipingere un mondo dalla moralità attenuata; solo Enzo Raggi e la fotografa Nora (entrambi provenienti dal mondo esterno, non a caso), tra gli adulti, sono personaggi che potremmo definire positivi; la maggior parte degli abitanti di Bariloche, nel migliore dei casi, sceglie di non vedere e, nel peggiore, è consapevole di aiutare un criminale nazista.

Da Wakolda

Da Wakolda

Meno ricco di sfumature, purtroppo, è il film da cui mi aspettavo più di tutti: Hannah Arendt è stato una delusione.

Il film di Margarethe von Trotta è incentrato su un momento epocale, ovvero il processo contro Adolf Eichmann a Gerusalemme, da cui Arendt trasse il saggio La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme.

Hannah Arendt è stata una dei massimi pensatori del Novecento ed è l’autrice di testi fondamentali come Le Origini del Totalitarismo. Il suo La banalità del male è stato uno dei primi tentativi di affrontare l’Olocausto da un punto di vista che non fosse solo emozionale, ma anche filosofico e intellettuale.

La pellicola è un ritratto affettuoso di Hannah Arendt, la donna, tramite i suoi rapporti con Mary McCarthy (amica di lunga data e affermata scrittrice) e il marito Heinrich, e questo sarebbe apprezzabile, in sé; ma Hannah Arendt, la pensatrice, viene resa come un personaggio che si limita a fissare il vuoto con sguardo intenso durante le dichiarazioni di Eichmann e le cui banali conversazioni con McCarthy includono un momento raccapricciante in cui Martin Heidegger – che appoggiò il regime nazista e con cui Arendt ebbe una relazione in giovinezza – viene usato per mettere in bocca alla scrittrice statunitense la tremenda battuta “Sii sincera: Heidegger è stato il tuo grande amore?”.

Stupisce e rattrista come von Trotta e la cosceneggiatrice Pamela Katz abbiano trivializzato in questo modo una delle figure centrali della cultura novecentesca e un evento storico.


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