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“Voglio una ruota”: quando la libertà ...

“Voglio una ruota”: quando la libertà delle donne viaggia in bici

Se poteste rappresentare con un oggetto l’emblema della emancipazione femminile, quale scegliereste? Probabile che abbiate pensato alla lavatrice, che negli anni ‘50 è stato il primo elettrodomestico in grado di sollevare le casalinghe dal compito più ingrato tra le faccende domestiche. Ma c’è qualcos’altro che ancora prima, ancora di più, ha dato una netta spinta al processo di liberazione delle donne.

La bicicletta, divenuta uno mezzo alla portata di tutti intorno alla metà dell’Ottocento, ha incoraggiato le donne ad abbandonare corsetti e ampie gonne per dei comodi pantaloni che permettessero di pedalare. La bicicletta le ha rese libere di spostarsi nelle città e fuori, regalando loro delle ruote per schizzare più veloce verso altri tipi di emancipazione.

Antonella Bianco, regista, sta realizzando un documentario dal titolo Voglio una ruota per raccontare questo rapporto simbiotico e a dir poco rivoluzionario tra le donne e la bici: per realizzarlo ha pensato a un ibrido tra lo stile realistico e l’uso dell’animazione, che, come da trailer, costituisce una parte molto importante di questa narrazione. 

Anche oggi, la bici è per le donne uno strumento pericoloso, come testimoniano le giovani cicliste di GoBike che in Egitto sfidano il divieto di utilizzo della bici, oppure come Anna Trevisi che ancora adesso si batte perché il ciclismo femminile venga riconosciuto a livello agonistico e non solo amatoriale (come è finora). Quella raccontata non è solo la loro storia, ma, come recita la presentazione del progetto

anche di chi, come molte e molti tra noi, la bicicletta la vive in modo non agonistico, ma altrettanto autentico e liberatorio.

Per poter arrivare all’esito finale, ovvero un lungometraggio di 50 minuti, Antonella e la sua squadra hanno deciso di ricorrere al crowdfunding. Sulla piattaforma di Indiegogo sarà possibile contribuire per vedere realizzato questo progetto, che, neanche a dirlo, a noi piace molto.
Abbiamo allora deciso di far parlare la stessa Antonella del suo progetto ponendole qualche domanda.

SR: Come sei arrivata all’idea del film? Quali motivazioni ti hanno spinto?
Antonella Bianco: L’idea di Voglio una ruota è nata dopo l’incontro con Emanuela Zini, manager di Be Pink, squadra professionale di ciclismo femminile. Non conoscevo per niente questo mondo, ma sono rimasta così affascinata dai racconti di Emanuela, che ho cominciato a informarmi, a leggere, volevo saperne di più!

Il mio interesse, da quando faccio questo lavoro, si è sempre focalizzato sullʼindagine e la rappresentazione del mondo femminile, un mondo “silenzioso” fatto di donne che parlano attraverso il corpo. In un anno, le storie da raccontare si sono moltiplicate, e le mie motivazioni hanno spostato leggermente focus: non volevo limitarmi a parlare del ciclismo professionista, ma volevo raccontare le storie di chi, nella bicicletta, aveva trovato uno strumento di emancipazione, indipendentemente dall’essere un’atleta o no: e così Eyerusalem, le ragazze egiziane di GoBike, Edita, Anna, Yaya, raccontano tutte le sfaccettature di una storia comune, una storia di libertà (libertà dai pregiudizi, dai limiti, dalla paura).

Nel caso delle atlete professioniste, poi, la discriminazione è evidente anche a livello istituzionale! Come saprete già, le donne che dedicano la propria vita allo sport, vincono medaglie d’oro e competizioni internazionali sono considerate dilettanti, a causa di una legge che affida alle Federazioni sportive nazionali il compito di definire l’ambito del professionismo sportivo. Neanche a dirlo, le donne ne sono escluse.

E non si tratta solo di ciclismo, parliamo di “dilettanti” come: Vezzali, Pennetta, Pellegrini, Kostner, Cagnotto… In quest’anno di lavoro ho trovato delle persone che hanno creduto in questo progetto: senza Alessia, Agnese, Fabrizio e Daniela non sarebbe diventato reale, senza Valentina non avrei potuto cominciare a girarlo.

SR: Per quale motivo sei ricorsa al crowdfunding?
AB: Il crowdfunding si sta diffondendo tantissimo come nuova modalità di finanziamento. Personalmente partecipo spesso alle campagne: si crea una condivisione, un coinvolgimento che prima della nascita di piattaforme come Indiegogo e Kickstarter era difficilmente raggiungibile. Il crowdfunding parte “dal basso”, consente lo sviluppo collettivo di un progetto, permette di realizzare un’idea abbattendo i limiti tradizionali del finanziamento finanziario.

Nel nostro caso il finanziamento collettivo ci permette di diffondere la nostra idea, attirare l’attenzione su un tema sociale, che è quello del superamento della discriminazione di genere nello sport. E ci permette di continuare ad essere indipendenti. Credo che ci darà anche più forza e credibilità di fronte ad eventuali sponsor interessati ad investire sul nostro film.

Per il momento abbiamo il supporto di alcune associazioni impegnate in diverse attività sociali e culturali come Cyclopride, Upcycle, Che Fare. E abbiamo una buona risposta anche dai social network: su instagram abbiamo lanciato #vogliounaruota, per raccogliere e condividere le storie di bicicletta, racchiuse in una fotografia. Per noi è fondamentale creare una rete di persone interessate al progetto, che diano una mano concretamente a diffonderlo.

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SR: Il film sarà a tecnica mista: un po’ documentario e un po’ animazione. Chi si è occupato delle parti animate e perché questa scelta?
AB: L’animazione nel film avrà molto spazio. Per me è il modo più efficace per ricostruire la storia d’amore (e di pregiudizio) tra donna e bicicletta. Se ne occuperà Daniela Pujia, che oltre ad essere una bravissima illustratrice e motion designer, è anche una cara amica.

Oltre ad una parte introduttiva, che servirà a tracciare appunto la storia della bicicletta e il suo rapporto con le donne a partire da metà 800, l’animazione tornerà spesso durante il film, creando un fil rouge che lega le storie, i capitoli. Ho scelto Daniela perché amo il suo stile e il suo modo non convenzionale di vedere il mondo.

SR: Dopo che il film sarà terminato, subentrerà una fase di raccolta di storie che comporranno la parte interattiva del sito. Come verrà realizzata questa fase?
AB: Il sito interattivo è un progetto molto ambizioso, che potrebbe diventare uno strumento che viene arricchito e creato nel tempo dagli utenti. Nella nostra idea, sarà possibile approfondire determinate parti della narrazione, semplicemente effettuando delle scelte durante la visione del film. Per esempio, con un clic si potrà accedere ad una parte del sito dedicata ad una delle storie, e in questa parte trovare filmati extra e contenuti multimediali. Inoltre si potrà creare una parte dedicata ai contenuti generati dagli utenti, creando altre storie, altri spunti, testimonianze, dando vita a nuove idee… e così via!

Potenzialmente potrebbe espandersi molto. Per questo motivo, cominceremo con la costruzione del sito solo dopo aver terminato la raccolta dei fondi destinati al film. Il budget per questo progetto al momento è solo una stima, e non è compreso nel goal. Facciamo un passo alla volta, il sito interattivo è la nostra destinazione.


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