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The Babadook: il male e la maternità negata

The Babadook: il male e la maternità negata

Maternità e film horror: un binomio che, negli anni, ha generato decine di titoli come Rosemary’s baby di Roman Polanski (1968), Baby killer di Larry Cohen (1974), Omen di Richard Donner (1976, da cui l’omonimo remake del 2006 per la regia di John Moore), Grace di Paul Solet (2009).

Questi sono film incentrati, in prevalenza, su presenze demoniache o malvagie che s’insinuano nei corpi femminili e li utilizzano come “porte” per valicare il confine delle tenebre ed entrare nel mondo. Il male è qualcosa di esterno, un’entità “altra” che corrompe la maternità e genera mostri là dove, per comune sentire, dovrebbe avere origine invece l’amore più puro e disinteressato. Anche quando non si tratta di una maternità biologica, come nel caso di Orphan (Jaume Collet-Serra 2009), il male non è endogeno rispetto alla relazione madre/figlio ma, originato altrove, distrugge gli equilibri positivi che lo hanno attratto.

The Babadook

In questo filone si colloca il film del 2014 The Babadook, non ancora distribuito in Italia (ma presentato 32° Torino Film Festival, dove ha riscosso un discreto successo), frutto del lavoro della regista australiana Jennifer Kent, al suo primo lungometraggio.

Da un lato The Babadook attinge dall’horror classico, rappresentato dal mostro che viene dall’oscurità per seminare morte e terrore, ma dall’altro analizza il lato oscuro presente in ogni legame madre/figlio. Con la raffinatissima interpretazione di Essie Davis (attrice teatrale pluripremiata e protagonista della serie tv australiana Miss Fisher’s Murder Mysteries), affronta uno degli ultimi tabù contemporanei, segreto, inviolabile, non dichiarabile: la possibilità per una madre di provare odio per il proprio figlio al punto di non sopportarne la presenza e, conseguentemente, di auspicarne la scomparsa.

Amelia è una madre single afflitta da problemi economici che cerca di crescere un bambino, Samuel (davvero ben interpretato dal giovanissimo Noah Wieseman), iperattivo, insonne e ossessionato dal pensiero della morte. In un contesto familiare tutt’altro che idilliaco s’inserisce la comparsa di un misterioso libro, che racconta la storia di Babadook, moderno uomo nero che incomincia a tormentare le notti di Samuel e che piano piano diventerà una presenza maligna all’interno della casa.

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The Babadook però, a dispetto del titolo, non è un film sul “mostro” eponimo e neppure la rielaborazione di un incubo d’infanzia: il film si apre con una sequenza ben precisa, una scena a rallentatore dell’incidente nel quale ha perso la vita il padre di Samuel, che si rivela essere un sogno ricorrente nelle già tormentate notti di Amelia.

È lei l’indiscussa protagonista: Amelia che non dorme a causa del trauma, Amelia che viene svegliata continuamente dagli incubi del figlio, Amelia angosciata dai problemi finanziari, Amelia che – per mantenere la famiglia – vive ogni giorno a stretto contatto con la morte in una casa di riposo, Amelia che non sa come gestire la difficile carriera scolastica di Samuel, Amelia che non ha amiche e che, pian piano, si ritrova sempre più isolata per la sua “incapacità” di andare avanti, di superare il dolore, di elaborare il lutto.

Solo la mente e la penna di una donna avrebbero potuto creare una storia che, anche nell’epilogo, lascia aperta una finestra sul lato oscuro della maternità. Questo non perché al centro della vicenda si colloca il rapporto madre/figlio, ma per la “scandalosa” ostentazione del male che alberga anche nelle madri.

Amelia non è ossessionata da Samuel come oggetto di amorevoli cure e attenzioni con le quali compensare la mancanza di un compagno; non siamo di fronte ad una storia come quella raccontata da Saverio Costanzo nel suo Hungry hearts, dove il delirio materno è causato da un’eccessiva abnegazione, da una totale proiezione dell’io della protagonista sul tu/altro rappresentato dal figlio.

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Amelia è una donna che sta facendo i conti con il proprio dolore e lo fa indugiando nella sofferenza, ignorando i “saggi consigli” di chi la sprona a concentrarsi sul piccolo Samuel. È una madre che non ha mai organizzato una vera festa di compleanno per il suo bambino perché la data rappresenta per lei una ricorrenza luttuosa, un momento di ripiegamento sul ricordo del marito scomparso.

Per Amelia la morte ha avuto la meglio sulla vita, per quanto, in apparenza, questa continui a scorrere normalmente. Non è Babadook a portare il dolore in casa, ma Amelia. Non si tratta della rottura di un idillio avvenuta per “invidia degli dei” o antichi malefici: Babadook è il parto di una maternità cancellata.

La soluzione non esiste, non c’è esorcismo in grado di sconfiggere un mostro che vive della simbiosi con un oggetto di amore e odio. Bisogna accettare l’impurità del rapporto che, nell’immaginario collettivo, è ritenuto il più puro di tutti, bisogna imparare a gestire i sentimenti contrastanti, bisogna – in un certo senso – prendersi cura amorevolmente del male e del bene allo stesso tempo, perché sono facce di una stessa medaglia.

La forza di The Babadook risiede in questo suo essere strumento di catarsi collettiva, intima riflessione, condotta senza il ricorso alla retorica, sul destino di madre, sulla profonda umanità di chi, essendo diventata dispensatrice di vita, non smette per questo di essere “umana”, di essere donna, per diventare semplice incarnazione di un ruolo archetipico, per quanto l’intera società sembri richiederglielo, riducendo un fenomeno complesso – come la psiche della donna/madre – ad immagine esemplare di virtù. Un’amara riflessione sui mostri generati dalla negazione di una maternità dalle mille sfaccettature.


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  1. Chiara

    23 marzo

    Me ne aveva parlato molto bene una mia amica, ma viste la mia fifonaggine e l’angoscia provocata dal solo trailer avevo pensato di lasciar perdere. Il tuo post però mi ha incuriosito di nuovo, quindi credo che alla fine lo vedrò 🙂

  2. Paolo

    23 marzo

    l’amore genitoriale, in questo caso materno, esiste, fa arte dell’umano e quindi è normale che letteratura e cinema lo raccontino nelle varie sfaccettature, e mi pare che la narrativa, cinematografica e non solo, horror e non solo non abbia trascurato le tante, diverse luci e le tante, diverse ombre della maternità.
    Comunque un post come al solito molto interessante e il film sono certo che merita. Proverò a reperirlo

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