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TV e genere: intervista a Mariagrazia Fanchi

TV e genere: intervista a Mariagrazia Fanchi

Parlare di cultura pop contemporanea significa spesso doversi muovere in temi poco riconosciuti, o meglio, universalmente bistrattati.
Il libro Factual, reality, makeover. Lo spettacolo della trasformazione nella televisione contemporanea (a cura di Veronica Innocenti e Marta Perrotta) analizza alcuni dei contenuti più seguiti della televisione di oggi. Abbiamo estrapolato alcuni dei saggi contenuti nel libro e ne abbiamo intervistato le autrici.

Abbiamo spesso parlato della divergenza tra l’immagine della donna che viene presentata nei media e il tipo di persona che ognuna di noi è individualmente. Ci siamo chieste il perché di queste differenze, e che ricadute abbiano sul sociale. Ne abbiamo parlato con Mariagrazia Fanchi, Professoressa associata all’Università Cattolica del Sacro Cuore ed esperta di consumo mediatico femminile.

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Illustrazione di Roberta Errani

MB: Vorrei cominciare col chiederle qual è la relazione tra l’immagine televisiva del genere e quella sociale; mi piacerebbe capire in che rapporto stanno, quale influenza hanno i media nella nostra percezione di cosa è maschio e cosa è femmina, e viceversa.

MF: C’è sicuramente una relazione tra la rappresentazione dei generi nei media e la nostra immagine culturale e sociale, ma la questione non è così semplice. Primo punto fondamentale è che la relazione è estremamente complessa e non agisce in maniera diretta: è piuttosto un’influenza tra l’idea che abbiamo e l’idea che viene presentata nei media degli stessi. Non è un rapporto di completo assorbimento del sociale nei media e viceversa. Si tratta però di due aree separate che entrano in contatto con mediazione.

Non dobbiamo dimenticare che esiste una pluralità di genere (non solo “maschio” e “femmina”, ndr), ma ciò che succede nei media non corrisponde a quello che succede a livello sociale. Nel sociale la pluralità di genere si vede, nei media raramente viene rappresentata.

 

MB: Quindi nei media assistiamo a una radicalizzazione binaria sui poli maschile/femminile che nella realtà non esiste. Come funziona la polarizzazione dei generi nei media? Cosa è maschile e femminile oggi, nei media?

MF: La polarizzazione deriva da una questione di marketing: si associa uno specifico prodotto a un genere perché si vede in esso una fetta di mercato. Questo plasma l’idea che abbiamo del genere stesso. È così da molto tempo.

Curiosamente, una delle caratteristiche che si rileva oggi nelle azioni di marketing promozionale è quella di spostare alcuni prodotti da un polo all’altro. Ad esempio, l’automobile, caratterizzata al maschile nel passato. Un’automobile veniva pubblicizzata in maniera diversa a seconda del tipo di uomo che veniva indivuato come target: giovane o vecchio, intellettuale, operaio. Lo spettro di possibilità era all’interno del “maschile”.

Oggi l’automobile nella pubblicità diventa sempre di più un correlativo oggettivo delle donne, ma solo ed esclusivamente per un principio di marketing: le donne nel mercato automobilistico sono un soggetto cliente sempre più forte. Si è intravista una nicchia di mercato che può diventare un grande mercato.

 

MB: E quindi si tratta di un elemento positivo: ci sono donne in televisione che guidano e ci sono pubblicità mirate a una donna autonoma che fa libere scelte. O mi sbaglio?

MF: No, non si sbaglia, ma si tratta di un’eccezione. Nei media la polarizzazione del maschile e del femminile esiste ed è forte: ci sono delle anomalie, come l’automobile, che però non provengono da una volontà di adottare una politica di genere più equa. Rispondono comunque alle logiche di marketing. Però sono rarità che possono figurare un cambiamento, questo è sicuro.

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Illustrazione di Roberta Errani

MB: Ma dov’è questa polarizzazione nella televisione italiana? Dove viene sfruttato al massimo il binario maschile/femminile?

MF: È un fenomeno piuttosto recente: ci troviamo di fronte a un’azione interessante che inverte una tendenza italiana mantenuta fino ai primi anni ‘90.

Fino a poco tempo fa avevamo una programmazione televisiva non divisa per generi ma generalista (generica, per famiglie, ndr). Le reti non generaliste non avevano come target un genere ma si classificavano su altri livelli (es. canali associati a una generazione, come MTV). L’unica eccezione era la concentrazione nelle fasce orarie mattutine di programmi sulla cucina e sulla cura della casa, perché si presumeva che davanti allo schermo ci fossero le famose “casalinghe di Voghera”. Si trattava però più di programmi per pensionati che per donne.

Il processo di “specializzazione” per generi in Italia riflette la percezione di una forte instabilità di mercato; è sempre più difficile inquadrare il consumatore secondo criteri sociali come il lavoro che svolge o il suo stato di famiglia. C’è un’evanescenza della domanda perché l’associazione tra una certa tipologia socioculturale e un certo consumo preciso sta svanendo.

A questa evanescenza fa argine il genere, che sembra essere invece una costante. Pare ancora possibile associare un certo tipo di programmi televisivi a un genere piuttosto che a un altro.

Il pubblico televisivo femminile ha effettivamente alcuni programmi preferiti: i factual (RealTime) e i mystery (FoxCrime). Parliamo ovviamente di statistiche, non di casi singoli. Questa capacità del genere di definire il consumo giustifica la scelta di operare una segmentizzazione del pubblico con un’operazione di genderizzazione.

 

MB: Quindi la divisione per generi in televisione è il risultato di una necessità di marketing. Ma da questa situazione in televisione cosa consegue nel pratico, nella realtà?

MF: Sul sociale e sul politico ne consegue un esito pericoloso perché costruisce alle spettatrici degli habitat che rischiano di diventare dei piccoli ghetti. Siamo tornati indietro a un’idea di produzione culturale per donne che deve per forza avere certe caratteristiche.

Si crea un universo che viene identificato come “femminile”; un universo a cui, in positivo, si può richiedere di fornire delle risorse alla vita quotidiana di una donna. In negativo è un universo chiuso.

L’esito è l’idea che si debbano separare nettamente il maschile dal femminile come mondi in lotta tra loro, un’idea che uccide il dibattito femminista da novant’anni a questa parte. Magari questo ghetto in cui i media ci chiudono non è necessariamente povero e alienante, ma è pur sempre un ghetto chiuso. Il grosso pericolo, prima dei contenuti, è la chiusura.

 

MB: L’idea di base quindi è che il problema non sia tanto cosa viene associato alla donna, quanto il fatto stesso che qualcosa sia associato alla donna e solo alla donna. Ma parliamo un momento del “cosa”, dei contenuti.

MF: C’è stato un momento di sperimentazione in cui si è pensato che queste aree tematiche, invece che segregare, potessero favorire la crescita dei programmi “per donne”. Ad esempio La7D, uno spazio in cui si sarebbero potuti innestare format e proposte culturalmente interessanti che potessero aprire e mostrare le molte facce che può assumere il mondo femminile.

Dopodiché, da un lato la sensazione è che questi canali siano diventati spazi in cui si programmano i prodotti che non si sa dove mettere, in cui la logica non è costruire un’immagine femminile a 360 gradi ma recuperare programmi, come durante la stagione estiva: tutti gli scarti lì dentro.

L’altra percezione che ho è di un drammatico appiattimento: se penso ai canali tematici più indirizzati alle donne, RealTime e Lei, quello che vedo è una programmazione drasticamente omologata, cosa di per sé pessima. L’effetto ghetto trova la sua manifestazione più deteriore: non è solo un ghetto, ma un ghetto con le case tutte costruite allo stesso modo in cui sembra non possa esistere nulla di diverso. Questi canali si sono bruciati la possiblità di essere una rappresentazione varia della realtà.

Terza valutazione – la mia, beninteso – è che siano per la maggior parte prodotti brutti, che non valorizzano e toccano soprattutto le corde più basse di quello che viene stereotipicamente considerato “femminile”. Lei si ricorda quei giornalacci come Stop, pieni di notizie scabrose e curiose, stile “freak”, giornali di gossip con un gusto per il mostruoso e per l’aberrazione? Mi sembra che questi canali abbiano preso questa direzione. Giornalacci e canali destinati a un pubblico femminile considerato poco colto.

È una grave perdita non tanto per quanto riguarda il modello di femminiltà veicolato quanto per la cultura di gusto che viene costruita; riporta le donne indietro di decenni e in un’area di mood di consumo in cui il femminile è aberrante e straordinario e non quotidiano.

In questo io ci infilo la grande fortuna avuta dalla letteratura con tematiche BSDM, come Cinquanta sfumature di grigio e simili (vi ricordiamo che questi libri rappresentano il BDSM in una maniera lontanissima dalla realtà, ndr), un altro interessante fenomeno. Leggendola in chiave pessimista e di sistema, mi sembra rientri nella questione: sono ghetti aberranti piuttosto che elementi eversivi.

Io sono un po’ delusa rispetto a quello che vedo e alle tendenze in opera. L’elemento positivo è che molte delle spettatrici, soprattutto le più giovani, hanno oramai elaborato una propria autonomia di esperienza che costituisce una specie di vaccino rispetto a molti di questi contenuti che vengono letti con livelli di attenzione e di identificazione diversi. Non una donna emancipata ma una spettatrice e una consumatrice con cognizione di causa.

 

MB: Secondo lei gli uomini lo possiedono questo vaccino? Quando vedono la polarizzazione del maschile e del femminile nei media sono più o meno allenati di noi a riconoscere le esagerazioni e le separazioni inutili tra l’universo “uomo” e l’universo “donna”?

MF: Non credo che gli uomini siano vaccinati rispetto alle culture di gusto femminile. Ma le faccio l’esempio opposto, per spiegarmi meglio.

Ha presente la forma di mascolinità eccessiva, il laddism, che viene presentata come immagine del maschile nei media? È una tendenza che io non capisco, si esprime in programmi televisivi che mi fanno ridere e che trovo lontani anni luce [dalla realtà]. Non ne vedo il piacere, le percepisco come delle culture totalmente estranee a me ma anche rispetto all’uomo vero, reale.

Ho la sensazione che lo stesso possa essere per gli uomini quando viene presentato loro il ventaglio di offerta “femminile” dei media: lo percepiscono come lontano dalla donna reale. Ma su questo non ho nessun dato di ricerca.

Penso però che questo tentativo facile da parte degli editori italiani di toccare le corde più basse non sia una soluzione vincente. Non so se alla lunga ad essere percepiti come due universi alieni e separati che sarebbero sintonici a noi ci possa essere qualche ritorno nella percezione sociale del femminile e del maschile. Al momento considero alcuni dei programmi delle storture e delle aberrazioni.


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  1. Paolo

    28 gennaio

    che la pubblicità sia orientata al marketing e se ne freghi delle politiche di genere è ovvio, comunque al di fuori di certe pubblicità e certi reality, in tv una pluralità dei modi di vivere l’identità femminile e quella maschile si trova

  2. Paolo

    28 gennaio

    i mistery comunque piacciono pure a me

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