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Sissel Tolaas e i piaceri dell’arte olfattiv...

Sissel Tolaas e i piaceri dell’arte olfattiva

La mia diffidenza nei confronti delle salviette e dei gel igienizzanti ha origini remote. Ero ancora piccola quando realizzai che essi erano una delle cause dei miei frequenti attacchi di nausea.
Pur sospettando di essere allergica a qualche sostanza presente nei deodoranti più aggressivi, non mi sono mai fatta testare. Non ho dunque giustificazioni accettabili da offrire al mio prossimo, quando rifiuto gentili offerte di salviettine profumate, per il timore che esse mi trasformino in uno zombie.
“Ho paura che mi facciano vomitare” non è una risposta valida, se gli oggetti in questione rappresentano l’idea stessa di igiene e freschezza agli occhi della comunità.

Come osserverebbero interi stormi di antropologi, lo scorrere relativamente aproblematico delle nostre quotidianità verrebbe compromesso dall’improvvisa impossibilità di lavarci, deodorarci e profumarci. Non solo proveremmo fastidio fisico, ma le persone con cui interagiremmo finirebbero per trattarci in modo “diverso” dal solito.

Il processo di zelante rimozione dei nostri odori corporei è dato per scontato nel mondo occidentale, e si accompagna ad una diffusa mancanza di vocabolario attraverso il quale rendere esplicabili le sensazioni che proviamo grazie al senso dell’olfatto.

Non a caso, nel raccontare un odore, ci troviamo spesso a descriverlo attraverso la dicotomia “buono-cattivo”, o invocando un oggetto che potrebbe averlo generato (es. “sa di pesce marcio”).
Questa incapacità di catturare ciò che è volatile non è però un universale culturale. Nella lingua Maniq, parlata da poche centinaia di persone nel sud della Thailandia, ad esempio, esistono un gran numero di descrittori dell’odore che possiamo tradurre solo attraverso metafore e immagini insolite, come “giovane cane”, “strada ancora bagnata dalla pioggia durante una giornata soleggiata” e “mattone polveroso”.

La variabilità dei vocabolari dedicati alla descrizione degli odori è uno degli elementi che portano molti ricercatori a sostenere l’impossibilità di classificare e misurare gli odori in modo oggettivo.
Tra di essi, la norvegese Sissel Tolaas, un’artista e scienziata impegnata da anni in diversi progetti finalizzati ad ampliare la nostra conoscenza olfattiva.

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Sissel Tolaas è diventata nota al di fuori della comunità scientifica grazie ad un’installazione del 2006 intitolata The FEAR of smell – the smell of FEAR. Tele bianche emananti l’odore di sudore raccolto da una manciata di uomini durante degli attacchi di panico accoglievano le persone in visita.

L’intento di Tolaas era quello di decontestualizzare alcuni tipi di odori solitamente considerati sgradevoli e offrirli privi di appigli immediati al pubblico. Le cronache raccontano di visitatori che, una volta scoperto il contenuto dell’installazione, si sono rifiutati di fruirla, nonché di una donna invaghitasi del profumo proveniente dall’opera “Guy No.9”, tanto da tornare a visitarla ogni singolo giorno, fino alla chiusura.

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Secondo Sissel Tolaas, non ci è dato raccogliere informazioni sui nostri universi olfattivi prescindendo dai fattori sociali ed emotivi che ne influenzano la percezione. Diversi studi hanno difatti dimostrato come le stesse molecole possano profumare in modo diverso a seconda delle emozioni provate da chi le fruisce. L’acido isovalerico, ad esempio, rende caratteristici sia il formaggio Emmental sia l’odore di ascelle, eppure in un caso è considerato invitante e nell’altro sgradevole.

Il ricorso all’arte olfattiva è per Tolaas un veicolo attraverso il quale mettere in discussione i luoghi comuni riguardanti il senso dell’odorato. Il suo lavoro, che in prima battuta può apparire semplicemente bizzarro e dissacrante, rappresenta invece un’esplorazione delle possibilità che ci attendono oltre la deodorazione compulsiva e le salviette rinfrescanti di cui sopra.
La scoperta di nuovi piaceri olfattivi, in barba alla paura da contaminazione, ad esempio, ma anche lo sviluppo di una nuova sensibilità che ci aiuti ad interpretare gli odori corporei come forma di comunicazione non verbale.

 

Fonti:
Christina M. Agapakis, Sissel Tolaas, Smelling in multiple dimensions, Current Option in Chemical Biology, 2012, 16:569-575
Barbara Herman, Scent & Subversion: Decoding a Century of Provocative Perfume


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  1. ev

    18 settembre

    Ma che bello questo articolo! Lo leggo prima di uscire, profumata…e penso che in effetti per definire alcuni odori sgradevoli spesso cadiamo nel dialettale ( in veneto dicono cagnon, cavron, smarso, de vento e piova, de freschin). In qualche modo la civilizzazione ci priva di un olfatto a 360 gradi, Norbert Elias descrive molto bene questo processo, e nel definire i brutti odori ricorriamo ad un linguaggio banalmente ritenuto meno nobile (il dialetto) imbarazzandoci. Ad ogni modo la soggettività degli odori è quanto di più bello associo a questo senso, ad esempio l’olfatto e la sua connessione alla memoria…per me l’odore di muffa è casa di mie cugine in cui giocavo, nulla di sgradevole, e il latte bruciato è noi che facciamo tardi a scuola e rompiamo la routine.

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