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La maledizione del secondo posto

Ci hanno insegnato che bisogna saper cogliere l’attimo, salire sul treno quando passa nella tua stazione, non lasciarsi sfuggire le occasioni che “chi dorme non piglia pesci”. Anche se soffro da sempre d’insonnia e sono malata di puntualità, quel secondo del Destino mi è sempre passato sotto il naso. Non cogliendo il secondo, mi sono dovuta fare una ragione del mio essere – oh Sorte ingrata! – quella che arriva seconda.

Il mio primo ricordo del “secondo mancato” è quasi coetaneo dei miei primissimi ricordi in senso lato.

Interno. Corridoio di una scuola materna. Una mia versione miniaturizzata ascolta le maestre che elencano i possibili personaggi da cui ci si potrà vestire a Carnevale: il tema dell’anno è “L’arca di Noè”, ma le opzioni sono piuttosto limitate.

Papera, topolino, tartaruga, canguro, gattino, elefante. Il cane è stato escluso per qualche discriminazione difficile a comprendersi, ma il mio spirito barricadero ha ancora da venire per cui procedo alla scelta optando per la tartaruga. Difficile ripercorrere le motivazioni, ma qualcosa doveva avere a che fare col mio non voler andare in giro con un fondoschiena gigante in gommapiuma e il becco in polistirolo.

In fila indiana ci avviamo al tavolo dove le maestre segnano a fianco dei nomi il costume scelto, ma proprio mentre sto per arrivare alla meta e mancano solo due bambini al mio turno, una delle maestre si alza e ci comunica che “Ci sono troppe tartarughe e troppi topolini. Dovete scegliere anche le altre maschere”.

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Eccomi in versione canguro (imbarazzante)

Per ulteriore accanimento del Fato i bambini davanti a me sono già decisi a prendere le sembianze di qualche altra bestiola e il mio turno arriva in un battibaleno, prima che io riesca a pensare serenamente a un’opzione B. Finisco davanti al tavolo e mi viene dato un secondo per riflettere. Presa dal panico dichiaro di voler fare il canguro e mi ritrovo, con mia somma vergogna, ad indossare due orecchie sproporzionate e un maglione marrone su cui è stato cucito alla buona un marsupio. Le tartarughe avevano uno splendido guscio in gommapiuma e deliziose calzamaglie verdi. Non mi sono mai più vestita da tartaruga, nemmeno quando andavano di moda quelle ninja.

Aula di una scuola elementare, qualche anno dopo. Una mini me assiste in silenzio alle prove per la recita di Natale. Nonostante le rimostranze, le è stata assegnata, ancora una volta, la parte della presentatrice e non c’è nulla da imparare a memoria.

Seduta in prima fila fisso dunque estasiata la scena dell’annunciazione, con tanto di angelo dalle ali piumate e memorizzo in automatico le battute. Mancano pochi giorni alla “prima”, la madonna è paonazza e tossacchiosa, non si sente bene e la mamma la viene a prendere. Influenza, ne avrà per diversi giorni. La maestra, presa alla sprovvista, non ha un piano B, ma io mi faccio avanti per sostituirla e recito a menadito tutte le battute (di cui, mio malgrado, conservo ancora memoria).

La parte è mia e nei giorni successivi mi preparo cercando tutti gli accessori utili al costume di scena. Arriva il giorno della recita e la mattina la piccola madonnina entra in classe. Ha ancora la tosse, l’aria pallida, ma si è trascinata a scuola. In un istante vedo sfumare i miei puerili sogni di gloria e vengo nuovamente relegata al ruolo di presentatrice.

Al termine della recita la giovanissima star della natività vomita nel corridoio: un tempismo impeccabile, questione di poco e la parte avrebbe potuto essere nuovamente mia. Allora imparai il significato profondo della parola frustrazione, solo molti anni dopo mi resi conto dell’immensa fortuna, per un’agnostica, di non possedere imbarazzanti fotografie che la ritraggono – con aria estatica – vestita da madonna.

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Eccomi in versione presentatrice (in divisa)

Scuole medie, le prime grandi e travolgenti cotte. Quelle che quando sei sola nella tua cameretta pensi che “è amore vero, è amore eterno” e invece era solo un vistosissimo sbalzo ormonale accompagnato dall’ascolto forzato di musica strappalacrime.

Arriva anche il mio turno e, con un copione privo di qualsiasi originalità (fosse stato lo spunto per una puntata pilota di una serie, mi avrebbero cassata senza troppi scrupoli), mi prendo una cotta per il ragazzino che mi invita alla festa di Halloween. Iniziano le settimane di struggimenti e patimenti, le confidenze con le amiche, i bigliettini mandati in classe durante le ore di lezione. Lui è scostante, ma ogni storia d’amore che si rispetti dev’essere travagliata no? E io non demordo.

Alla fine ci “fidanziamo” e lui mi fa anche il regalo a San Valentino. È chiaramente vero amore, ne sono certa, certa fino a quando lui non mi telefona in un pomeriggio qualsiasi dicendo che non possiamo più stare assieme perché in realtà è innamorato di X. Mi aveva inviata alla festa come seconda scelta, solo perché X non era disponibile. Un secondo dopo sta baciando un’altra povera “seconda in carica”, mentre io mi struggo pensando che la mia vita sia finita e non resti che il convento.

Vistoso salto temporale. Torino. Corridoio universitario privo di sedie. Un’assai stressata me sta aspettando il suo turno per il colloquio d’ammissione al dottorato.

La prova scritta del giorno prima è andata molto bene, la sede dovrebbe mostrare grande interesse per il mio progetto di ricerca, essendo uno dei centri specializzati nel settore. La mia diretta avversaria invece ha un progetto poco attinente e sembra poco incisiva, poco convinta, troppo vaga nella sua proposta. Inizio a pensare che il posto potrebbe essere mio. Inizio a pensare che non sarebbe male, con la borsa di studio, trovare una stanza a metà strada fra la facoltà e la stazione, arredarla all’Ikea e inviare gli amici in trasferta.

Mi concentro, entro a fare il colloquio e la commissione sembra piacevolmente colpita. Non è il primo concorso che faccio, non è il primo in cui vado bene, ma qui è diverso, sento il calore della possibilità mentre mi si siede a fianco. Esco, e mentre commento con altri concorrenti la prova, entra in aula la mia diretta “avversaria”. Solo in quel momento uno dei ragazzi in sede confessa che è lei la probabile vincitrice. Logiche accademiche, nulla di sconvolgente, ma questa volta è diverso. Questa volta ho la netta sensazione di essere davanti a un bivio nella mia vita: qui o là, cambiamento o prosecuzione. Non è solo un concorso. Pubblicano online le graduatorie mentre sono in treno all’altezza di Piacenza: seconda, per un punto. Resto a Parma e iniziano i tre anni di “arrabattamenti” di una dottoranda senza borsa.

Per un punto. Inizio a pensare che non sia un caso, che io sia “seconda” per costituzione, che ci sia un destino per ognuno di noi e che il mio sia quello di arrivare “tanto così” dalla meta e poi mancarla per una frazione di secondo. O di un punto. Penso che potrei rassegnarmi alla cosa, assumendo uno stoico status di lamentosa vittima degli eventi.

Per fortuna però inizio anche a pensare che non sia necessariamente un problema. Ho imparato a ridere delle mie foto vestita da canguro, ho maturato una certa autoironia sulla mia persona, ho capito che non tutte le struggenti dichiarazioni d’amore sono per sempre (soprattutto a 12 anni) e che no, se non ti fila non è questione di un tuo scarso impegno, ma di saper scegliere persone che ti apprezzino (e magari smetterla di ascoltare musica imbarazzante).

Ho imparato ad arrangiarmi, a fare qualche sacrificio per fare quello che desidero, ad essere “resistente” senza demoralizzarmi per un primo posto mancato e utilizzare questa resistenza per le cose che davvero contano. Perché ci insegnano che nella vita conta arrivare primi, dimenticandosi di insegnarci che si deve arrivare primi in una corsa di cui c’interessa il risultato. Nella nostra corsa, con i nostri tempi e i nostri metri di giudizio, perché a volte per il nostro scopo è più utile un secondo posto, un secondo dopo, un’occasione “persa”.

I treni si prendono e si perdono, gli attimi si colgono o meno, ma questo non sempre è indice di riuscita, non sempre è indice di felicità nel percorso di una persona. Un secondo è solo un secondo, anche quando sembra relegarci in una posizione che ci svaluta. Questo però sta a noi capirlo e decidere cosa farne. Un secondo dopo non è tardi: dipende da dove si vuole arrivare.

Esterno. Una me contemporanea ha un appuntamento importante. È arrivata puntuale, si è preparata a modo e ora seduta controlla l’orologio osservando le lancette che sembrano spostarsi con una lentezza innaturale. Il tempo però passa e non succede nulla. Passa troppo tempo e non succede nulla.

Arriva un messaggio: un contrattempo, un treno in ritardo, forse l’incontro non si riesce a fare. Si scarica nel mentre anche il telefono e il mio treno invece è in perfetto orario. È l’ultimo e devo tornare a casa. “La vita è una storia di treni che passano e d’incontri fatti o mancati per una frazione di secondo” penso. Prendo la cartelletta e torno in stazione. Non mi rassegno però, perché questa volta il secondo posto è davvero tutta e solo sfortuna. Quindi qualche giorno dopo prendo la macchina e stavolta, con un caricabatterie d’emergenza, prendo un appuntamento ad un orario più flessibile. Ho imparato ad essere resistente. E forse il “secondo dopo” è proprio quello che desidero.


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  1. Splendido articolo! Ovviamente mi ci riconosco in pieno. Mi ritrovo di nuovo a pensare “questo articolo lo stampo e lo attacco in camera!” all’ennesimo articolo di Softrevolution. Grazie.

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