Ci sono momenti in cui una frase detta casualmente da un conoscente ci attanaglia il subconscio per mesi. Ho avuto uno di questi istanti quando la mia estetista, appena tornata al lavoro dopo la maternità, ha risposto alla mia domanda cortese su come sia andata la gravidanza con una frase difficile da dimenticare: “È andato tutto benissimo! D’altronde – sguardo d’intesa – siamo fatte per questo!”.

Siamo fatte per questo?

Sì, biologicamente come donne cisgender ci è data la capacità di procreare, ma l’assunto egemone che questa capacità ci porti naturalmente a voler essere madri mi va stretto. Ancora più stretta mi sta l’idea che la maternità sia a prescindere, sempre e comunque un’esperienza degna di merito e prodiga di benefici per la donna.

Illustrazione di Anna Masini

Illustrazione di Anna Masini

Trovo un’eco forte nel mio pensiero nell’articolo della sociologa israeliana Orna Donath intitolato Choosing motherhood? Agency and regret within reproduction and mothering retrospective accounts (Scegliere la maternità? Libertà di agire e pentimento all’interno dei resoconti su riproduzione e maternità).

Nell’articolo, Donath mette in dubbio appunto l’assunto per il quale la maternità viene universalmente considerata come una cosa che vale la pena di vivere, senza esitazioni. La sua ricerca ruota attorno alle seguenti domande: da quando esiste una censura sulla complessità dei sentimenti umani legati ad una cosa importante come la maternità? Perché non possono esistere zone d’ombra, ma solo un tripudio di gioia indotta e profusa omogeneamente a tutte le donne diventate madri?

Basandosi su 23 interviste a madri israeliane di origine ebraica, Donath mira ad offrire un punto di vista che sfida la divisione binaria del concetto di maternità – dove o si sceglie del tutto di non diventare madri, o se invece lo si diventa dubitare della scelta fatta non è una possibilità contemplata, come a dire: diventare madre non prevede avere rimpianti.

Le donne intervistate hanno fra i 20 e i 70 anni, provengono da differenti background economici ma quasi la metà di loro (11) ha avuto accesso a studi universitari. Quasi tutte hanno o hanno avuto un impiego, e non hanno avuto i propri figli in età adolescenziale. Tutte le partecipanti allo studio hanno avevano un partner al momento in cui hanno avuto figli. Tutte le partecipanti, sia che abbiano desiderato i propri figli che li abbiano avuti nonostante l’iniziale desiderio di non averne, rimpiangono di essere diventate madri.

Cercando di tracciare la narrazione del passaggio da non madre a non madre, Donath inizia ponendo questa semplice e allo stesso tempo deflagrante domanda: perché le donne, in generale, fanno figli?

Indubbiamente, per alcune donne il desiderio di avere figli è spontaneo e innato. Donath individua però una serie di processi descritti come “automatic childbirth” e “institutionalised will” per descrivere quelle gravidanze iniziate senza che la donna si domandasse se la gravidanza in questione era una cosa che effettivamente voleva (“è capitato, mi sono lasciata trasportare”), o un condizionamento sociale per migliorare il proprio status all’interno della comunità. La ricercatrice prosegue sottolineando che alcune donne desiderano figli per riscattare il proprio passato e un’infanzia infelice, per riabilitare se stesse e il corso degli eventi avversi.

E quelle donne che non volevano diventare madri, ma lo sono consensualmente diventate?

Donath apre una parentesi sulla differenza fra il concetto di volontà (il volere dei figli) e di consenso (do il mio consenso nonostante non voglia questa cosa). Molte donne intervistate ammettono di aver scelto la maternità come la scelta reputata meno dolorosa fra due mali – ad esempio il divorzio, lo stigma sociale o la dipendenza economica.

Queste donne dichiarano di essere state orientate fin in giovane età verso il non avere figli, ma di aver “corretto” le proprie inclinazioni. Donath sottolinea che l’avere figli è generalmente visto come un desiderio universale, un bandolo di istinti naturali condivisi indefessamente da tutte le donne. Per tanto, una donna che non condivida questi sentimenti “naturali” è patologizzata, e il desiderio di non diventare madre diviene uno stigma che devia dal “naturale” ed eternonormativo ordine delle cose.

L’articolo di Donath riporta bruscamente l’intoccabile universo incantato di felicità beota della maternità ad un livello estremamente concreto, attraverso l’azione del rimpianto, suggerendo che la maternità è innanzitutto una relazione. La maternità, come viene brillantemente descritta dalla sociologa, non è un ruolo asettico e unilaterale che la donna adempie cancellando la propria personalità a favore del figlio: è una relazione dinamica fra due soggetti, che per tanto prevede ogni possibile sfumatura di sentimenti – odio, amore, noia e rabbia.

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E quindi anche il rimpianto, che permette alla donna di riflettere ed interrogarsi razionalmente sulla propria vita, di dare voce alla propria individualità, senza minimizzare il tutto in una scrollata di spalle con la classica frase “ormai la cosa è fatta, inutile pensarci troppo”. Soppesare in maniera razionale i pro e i contro di ogni scelta, questo sì che è normale: abbracciare incondizionatamente la maternità come uno stadio di beatitudine e fonte di eterna contentezza è una favola dei giorni nostri.

Donath descrive il rimpianto come un “viaggio nel tempo”: sdoganando il tabù fiabesco di una gioia cristallina regalata dalla maternità, si permette alla donna di re-impossessarsi del controllo sulla propria immaginazione, di viaggiare fra passato, presente e futuro. Se pensate che sia una magra consolazione, immaginate di essere prigionieri di una vita che non volete, e di vivere anche in uno stadio di dittatura mentale che priva della libertà di immaginare mondi diversi – o di ammettere dentro di voi che rimpiangete un tempo in cui non eravate così oppressi.

In generale, non amo i rimpianti, ma riesco a stare meglio pensando ad un mondo in cui i sentimenti di questo tipo non vengono censurati con un piglio penale, quasi come rimpiangere la maternità equivalga a commettere uno di quei crimini non scritti nel codice universale del comportamento umano.

Vale la pena di leggere questo articolo per respirare a fondo e dirsi: niente, nemmeno la maternità è un compartimento stagno di mini pony, fatine colorate e glitter rosa. Avere un figlio è una materia complessa ed a tratti oscura, che non va appiattita ad un sentimento monocorde di soddisfazione perpetua, ma deve essere lasciata libera di avere anche i suoi momenti di revisionismo e di divagazione verso universi alternativi. Senza sensi di colpa e giudizi: si può essere ottime madri, ma avere la consapevolezza che si sarebbe potute anche essere altro.