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Rifiutare la strada facile: la storia della fotogr...

Rifiutare la strada facile: la storia della fotografa Margaret Bourke-White

Da tanto tempo desideravo parlare su Soft Revolution della fotografa americana Margaret Bourke-White. Mentre mettevo in ordine dati, foto e fatti della sua vita sul tavolo del soggiorno, l’innocente domanda della mia coinquilina mi blocca: perché ti piace così tanto questa fotografa?

Sono riuscita a rispondermi solo in questo modo: è la prima volta che mi esplode letteralmente il cuore dalla gioia mentro guardo delle fotografie. Avete presente quando ci si innamora? La sensazione di aver scoperto qualcosa di meraviglioso, ed essere in bilico fra il volerlo urlare al mondo o tenerlo segreto? La bellezza della novità e dello sguardo sul futuro, che improvvisamente si spalanca davanti a voi, nuovo ed eccitante? Ecco.

Con la fotografia di Margaret Bourke-White mi ritrovo a fantasticare sui luoghi e le persone ritratte, sono affascinata in maniera infantile dalla grandezza di queste immagini, che proiettano uno sguardo su un’orizzonte tanto vasto quanto inconcepibile per una fotografa donna nei primi anni Venti del 1900. Le sue foto mi fanno sentire come un’esploratrice di mondi sconosciuti; una sensazione rarissima per me: ingurgito immagini costantemente, ma arrivare a voler conoscere tutto di chi le scatta è una sensazione nuova e inaspettata.

Ma chi è Margaret Bourke-White?

È una fotogiornalista e documentarista americana. Nata nel 1904 a New York e morta di Parkinson a Stamford, Connecticut nel 1971, ha conquistato diversi primati: è stata la prima fotografa del magazine Life, la prima fotografa di guerra americana, e fra le altre cose, la prima fotografa al mondo ad essere ammessa all’interno dell’Unione Sovietica per documentarne le condizioni all’inizio del primo conflitto mondiale.

Margaret viene influenzata fin da piccola dalle peculiari personalità dei genitori. Il padre, ingegnere e ricercatore, le trasmette la passione per la natura, la fotografia e il perfezionismo. La madre aggiunge una dose di coraggio e tenacia alla sua personalità, passandole il seguente mantra: “Reject the easy path. Do it the hard way”.

Dopo un percorso di studi frammentario e composito (studia fra le altre cose danza, entomologia e biologia, in ben sette college differenti), e un matrimonio breve e assai disastroso, a 21 anni Margaret decide di diventare fotografa d’architettura. Ma non di un’architettura qualunque: si trasferisce infatti, a Cleveland, sede delle più importanti industrie metallurgiche dell’epoca, e abbraccia in pieno la missione di documentare il lavoro nelle fonderie della città.

La grandezza di questa fotografa si vede fin da questo suo iniziale, delirante desiderio di entrare dentro i templi dell’industria pesante, e sicuramente non un posto per signorine, all’epoca. Ma Margaret Bourke-White è una fotografa capace di rendere il cemento delle fonderie dell’Ohio interessante, narrativo e definitivamente simbolico del cambiamento economico che si andava verificando negli Stati Uniti negli anni Venti.

Alcuni esempi: l’acciaieria Otis Steel Mill,  e successivamente la costruzione della diga di Fort Peck in Montana durante il New Deal.

Otis Steel Mill

Otis Steel Mill

Fort Peck

Fort Peck Dam

Nel 1929, Margaret viene assunta dal Times, che all’epoca aveva appena inaugurato il magazine illustrato Fortune. Il nome è propizio: nonostante la crisi economica in corso, Margaret si trova a scattare immagini di straordinario impatto, come quelle che documentano la costruzione del Chrysler Building, e gli altri simboli della Grande Mela.

George Washington Bridge, New York

George Washington Bridge, New York

Nella sua autobiografia, Margaret scrive: “I wanted to do all the things women never do. I want to become famous, and I want to become wealthy”. C’è qualcosa che mi attrae tremendamente in questa donna, perché vedo in lei qualcosa di raro: le sue immagini mi danno coraggio, e mi fanno venire quel tipo di vertigine dato dal riuscire ad afferrare la giusta occasione e realizzare la propria vita appieno. Credo che lei ci sia riuscita sia grazie ad un indubbio talento, ma anche perché, come lei stessa scrive: “I was never afraid of heights”.

Margaret Bourke-White ritratta su uno degli speroni del Chrysler Building

Margaret Bourke-White ritratta su uno degli speroni del Chrysler Building

Il 1930 segna la svolta nella carriera di Margaret: viene inviata in Germania a documentare il riarmo delle truppe, e capisce che un paese che vale la pena di fotografare è l’ancora inesplorata Unione Sovietica. Grazie al suo occhio per l’architettura industriale, incuriosisce le autorità russe e riesce a ricevere un visto per entrare nel paese. È la svolta verso una fotografia più incline a documentare l’umano che l’artefatto: dopo la Russia, Margaret fotografa la Grande Depressione e le tempeste di sabbia (Dust Bowl) che plagiarono gli Stati Uniti all’inizio degli anni Trenta. Sono ritratti ironici (come quello delle persone allineate per ricevere una razione alimentare durante una piena in Kentucky, scattato nel 1937 e diventato poi il simbolo negli anni della depressione) e carichi di realistico dramma, come quello che ritrae una contadina del Nebraska e i suoi due figli durante il Dust Bowl.

In coda per il pane dopo l'inondazione di Louisville, Kentucky

In coda per il pane dopo l’inondazione di Louisville, Kentucky

Margaret Bourke-White è presente per documentare anche il secondo conflitto mondiale, scattando alcune delle immagini più iconiche di Stalin che si hanno a disposizione. Particolarmente devastanti sono le fotografie che scatta dopo la liberazione del campo di concentramento di Buchenwald.

Buchenwald

Buchenwald

Nella sua – meravigliosa – autobiografia pubblicata nel 1963, Margaret racconta anche quello che è il suo scatto preferito. Nel 1952, durante la guerra in Corea, fotografa il ritorno a casa di un dissidente sud coreano al quale la madre corre incontro per abbracciarlo. Descrive questa foto come un connubio perfetto di umanità e di tempismo del fotografo, in grado di trovarsi nel luogo giusto al momento giusto. Credo che questo scatto, assieme all’ultima immagine ufficiale di Gandhi prima che venisse assassinato da lì a poche ore, rappresenti al meglio questa fotografa: una personalità d’acciaio con una determinazione spaventosa. Un’avventuriera visionaria, che allo stesso tempo ha sempre mantenuto lo sguardo vigile sulla realtà più umile e fragile del mondo.

In Corea

In Corea

Margaret Bourke-White muore nel 1971, dopo 18 anni di Parkinson che le hanno tolto la capacità di reggere una macchina fotografica in mano. Mi dispiace quasi pensare a quanti eventi avrebbe potuto ritrarre se il morbo non l’avesse colpita, ma mi rallegro della potenza della sua eredità fotografica.

Scoprire il suo lavoro è stato per me come trovare il giusto paio di lenti con il quale vedere la storia della prima metà del 1900. C’è qualcosa di violento nelle sue immagini, un soprassalto simile a quello di qualcuno che ci suona il clacson mentre attraversiamo la strada soprappensiero, con le cuffie nelle orecchie, raggelandoci per un secondo ma spingendoci ad essere più attenti e vigili la volta successiva in cui si attraverserà la strada. Il coraggio e la passione di Margaret Bourke-White sono di quelli che mi ispirano a fare le cose più in grande, a tentare strade impensate e a non avere paura.


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  1. Emanuele bai

    23 marzo

    Bell’articolo su una grandissima fotografa, ma la foto intitolata dust bowl è in realtà una foto di Dorotea Lange intitolata migranti mother

  2. Monica

    2 luglio

    Un bella descrizione della fotografa, ma un grave errore attribuirgli la foto famosissima di Dorothea Lange

  3. Valeria Righele

    3 luglio

    @Monica e @Emanuele Bai: Che svista imbarazzante. Abbiamo provveduto a levare la foto di Lange, grazie mille per la segnalazione.

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