“Feminists disturb the very fantasy that happiness can be found in certain places”¹
Sara Ahmed

Feminist Killjoy

Uno dei tanti stereotipi dedicati alle persone femministe è quello che ci descrive come guastafeste, rompine e prive di senso dell’umorismo. “Non fare la femminista”, è un espressione che ci siamo sentite ripetere decine di volte da persone che, nella maggior parte dei casi, non ci stavano chiedendo di abbandonare il nostro attivismo, quanto di chiudere la bocca e non rovinare il clima della situazione con le nostre osservazioni.

In inglese esiste addirittura un’espressione volta a descrivere la fantomatica “femminista rompiscatole”: feminist killjoy.
Chiamare una persona feminist killjoy o dare ad intendere che “un po’ di senso dell’umorismo aiuterebbe” è uno dei tanti modi attraverso i quali ci viene intimato di stare al nostro posto, di darci una calmata.

Diverse studiose femministe hanno analizzato questa forma di disciplinamento apparentemente lieve. Sara Ahmed è stata una di quelle che hanno proposto una rivendicazione di questa figura, arrivando a farla propria. Nelle sue parole, rovinare il clima della situazione divenendo feminist killjoy significa “rifiutarsi di distogliere lo sguardo da ciò che è già stato preso in visione”, negare che il razzismo, il sessismo e l’eteronormatività siano cosa del passato.

Foto di Franchesca Ramsey

Foto di Franchesca Ramsey

Un esempio festivo: rovinare i pranzi di famiglia esponendo la natura problematica dei discorsi dei propri parenti

I rendez-vous parentali possono diventare terreno fertile per l’emersione della feminist killjoy che è in noi, poiché essi si basano su una serie di aspettative condivise su come il pranzo dovrà svolgersi. In genere, la serenità non deve mancare, così come la gioia del riunirsi per discorrere amabilmente. Si parlerà del tempo, di animali domestici, di cibo. Non mancheranno parentesi problematiche. L’agile razzismo da bar. Il goliardico sessismo da mattonate sui denti. Una punta di transfobia.

Il vostro esordio sarà lieve. Nessuno vi ha insegnato a comportarvi da schiacciasassi. Vi dichiarerete in disaccordo. Casserete la battuta non divertente e il doloroso stereotipo con pacatezza. Nel mentre, la stanza si farà grigia e il cibo meno saporito. I sorrisi dei presenti si spegneranno per un istante. Diverrete, ancora una volta, una creatura aliena allo spirito di condivisione del desco.
Nel giro di pochi minuti, qualcuno ve lo farà notare. Nel peggiore dei casi, sprofonderete in un litigio che vi ridurrà a poltiglia umana diluita nella bile.

Intollerante & incazzosa bastian contrario (che non sarà mai felice)

All’interno di questo scenario, la vostra rabbia sarà indirizzata ad un’ingiustizia, ad un oggetto che non vi appartiene. Esponendola, causerete una distorsione nell’immagine della famiglia felice che tutte le persone presenti stavano contribuendo a costruire. Quell’immagine è un’aspettativa trattata nel modo in cui si trattano le norme morali. Chi non le rispetta riceverà una sanzione.

Chiamare razzista un’affermazione di un parente è sempre sbagliato, anche se tale affermazione è a tutti gli effetti razzista. Insistere mostrando tutti i modi in cui essa è razzista significa scegliere di chiamarsene fuori. Chiamarsene fuori al punto da non poter più occupare un posto a tavola. Chiamarsene fuori sputando fiamme, e divenendo così immagine riflessa dell’intollerante bastian contrario che ha perso le staffe durante il pranzo di famiglia, perché è piena di rabbia e non sa godere delle gioie del desco.

Studiare i pranzi di famiglia aiuta a comprendere i meccanismi attraverso i quali gli ordini sociali si confermano come tali. Molto si basa sul reciproco coordinamento di chi si siede a tavola per mangiare e chiacchierare. Anno dopo anno, si realizza quanto queste occasioni siano normate. Si apprende cosa va tenuto segreto, onde evitare che “qualcuno ci resti male”, e quali fandonie raccontare per confermare l’idea che i presenti hanno del mondo.

Questo immenso dato per scontato è quello che distruggiamo ogni volta in cui mettiamo da parte ciò che ci è stato detto di dire o di tacere. Sappiamo che questo farà soffrire i nonni, stresserà la vecchia zia bigotta, e renderà floscia e insapore la polenta onta. Lo sappiamo, eppure qualcosa nel profondo del nostro spirito ci spinge a dire con chiarezza che la felicità che stiamo facendo a pezzi in quel momento è anche oppressione agghindata a festa. Non possiamo negare di essere anche feminist killjoy, se la situazione in cui troviamo ci costringe a diventarlo.

Questo mese, saremo feminist killjoy più del solito. Attraverso il tema MAI UNA GIOIA, esploreremo le gioie del lamentarsi e del guastare la festa, ma anche gli scenari in cui siamo noi a sentirci sconsolate perché non ce ne sta andando buona una. Parleremo inoltre di persone che hanno costruito opere magnifiche lamentandosi, sempre siano lodate.

Infine: un invito (con preghiera di condivisione)

Nel corso del 2014 ci siamo rese conto di quanto la frase che caratterizza Soft Revolution sia carica di dati per scontato. Molte persone ci hanno detto di aver letto quel “ragazze che dovrebbero darsi una calmata” pensando che questo fosse un magazine per sole ragazze. La nostra linea editoriale è effettivamente stata definita tenendo a mente un variegato pubblico di ragazze, ma i nostri articoli sono fruibili da chiunque, secondo meccanismi non dissimili da quelli di testate più o meno sessiste. L’unica differenza è che su Soft Revolution scegliamo rivolgerci in primis a pubblici molto spesso trascurati altrove.

In questo momento, il nostro archivio è occupato in prevalenza da articoli scritti da persone cis e nate in Italia da famiglia italiana. Questo ovviamente ha un impatto sui contenuti che produciamo. Ci sono storie e punti di vista che vorremmo fossero rappresentati molto più sostanziosamente su Soft Revolution, dei quali spesso non ci sentiamo legittimate a scrivere. La via che preferiamo seguire è quella del dare spazio in redazione a persone nuove, che possano contribuire a rendere questa rivista più inclusiva e capace di rappresentare una gran varietà di voci ed esperienze.

Cerchiamo persone trans, genderqueer, genderfluid che abbiano voglia di scrivere per noi.
Cerchiamo persone la cui storia non cominci con un “nat* in Italia da genitori italiani” che vogliano entrare a fare parte del gruppo.

La nostra email è, come sempre, softrevzine [at] gmail [.] com. Qui trovate le nostre linee guida.

Grazie e buon anno!

 

 

¹ da Feminist Killjoys (And Other Willful Subjects), in The Scholar and Feminist, 2010, Issue 8.3 “Polyphonic Feminisms: Acting in Concert”