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I lati oscuri dell’amicizia femminile

I lati oscuri dell’amicizia femminile

Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale


 

 

Credo di aver perso il conto delle volte in cui mi è stato detto che la vera amicizia non esiste, tra donne. A quanto pare, siamo condannate a essere considerate furbe, maliziose e permalose fin dalle scuole elementari; crescendo, chi evidentemente si è fatto una scorpacciata di film come Mean Girls si convince pure che tra ragazze ci sono non amicizie, ma unicamente alleanze, e prova a convincere pure te.

Penso che non dimenticherò mai il momento in cui una delle mie amiche mi disse che forse noi due eravamo veramente amiche soltanto perché non avevamo la stessa età e non desideravamo le stesse cose, quindi non eravamo in competizione per nessun motivo. Oltre a non essere carino sentirsi dire una cosa del genere, era la prima volta in cui mi rendevo concretamente conto, in qualcosa di così piccolo e importante da toccare con mano, che la società maschilista e patriarcale in cui eravamo immerse faceva realmente dei danni.

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Illustrazione di Marta Zanello

Anche internet sembra essere dello stesso avviso: inserendo chiavi di ricerca quali female friendship studies, ben presto ci si imbatte in una preoccupante serie di testimonianze. In particolare mi ha colpito quella della scrittrice americana Kelly Valen, autrice di un bestseller chiamato Twisted Sisterhood: nel suo libro, che inizia con l’esplicativo incipit Gli uomini hanno il potere di ferire il mio corpo, ma le donne hanno il potere di distruggere la mia anima”, Kelly racconta di aver intervistato 3000 donne e che il 90% di loro “sente negatività emanata da altre donne”.

Lei stessa diffida dell’amicizia femminile, in seguito a un episodio che ha segnato la sua giovinezza e che ha raccontato sul New York Times nel 2007: arrivata a diciotto anni all’università, Kelly riesce a entrare in una delle sorority (una associazione studentesca femminile) e fa tutto il possibile per integrarsi all’interno di essa, fino a quando, a una festa, non incontra un ragazzo, si ubriaca con lui e sviene su un divanetto. Mentre è priva di sensi, lui la violenta e con questo gesto passano entrambi il limite: lui viene cacciato dalla sua fratellanza e finisce per abbandonare il college, ma lei – vittima del comportamento di questo ragazzo – viene additata dalle “sorelle” come colpevole (“hai perso il controllo, te lo sei meritato”, le dicono, “hai portato la vergogna su tutte noi”) e, dopo poco, cacciata a sua volta dall’associazione studentesca con un pretesto futile.

Kelly riesce comunque a diplomarsi e a frequentare la scuola legale, ma arrivata a 41 anni scrive nel suo articolo che una delle cose che la fanno stare peggio è la sua incapacità di avere delle amiche donne, specialmente quando sono in branco. Nella sua idea, Twisted Sisterhood dovrebbe far riflettere le donne sui loro comportamenti e si augura che “essendo dello stesso sesso, capiscano che devono fare lega”.

Eppure, leggendo il suo articolo, io credo che Kelly Valen parta dal presupposto sbagliato: le donne non sono tanto incapaci di vera amicizia, se di questo si può parlare, per qualche caratteristica a loro connaturata, ma appunto per le influenze della società maschilista e patriarcale di cui sopra. A cacciarla senza appello dall’associazione studentesca di cui faceva parte non è stata tanto la ragazza che incontra dopo tanti anni al parco e che continua a farla stare comunque male, quanto il maschilismo e quel pensiero distorto secondo cui la ragazza che viene stuprata “se la stava cercando”.

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Illustrazione di Marta Zanello

Eppure, anche senza i commenti non richiesti su quanto le donne tra di loro siano delle vipere, di base essere amici non è proprio così facile, a prescindere dal sesso. Per me l’amicizia pura, vera ha il volto di H., la mia amica del cuore di quando avevo quattordici anni. Non importava che vivesse in città, a sessanta chilometri da me, e che io la vedessi fisicamente soltanto in estate al mare: era lei, la distanza era soltanto una questione fisica, non mentale, che poteva essere colmata facilmente da tonnellate di lettere di carta prima, sms sul cellulare e chat di MSN dopo.

Quando, durante l’inverno, parlavo con le mie compagne di classe di come sarebbe stato essere innamorate, quando sarebbe arrivata l’anima gemella, a me per qualche motivo veniva da pensare a lei: ero sicura che avrei riconosciuto la mia parte mancante e non avrebbe potuto essere nient’altro che quella, proprio come mi era successo con lei. Quando, molti anni dopo, io e H. abbiamo smesso di parlarci e – peggio ancora – iniziato a salutarci con frasi di circostanza le poche volte in cui ci incontravamo in città per caso, ho accettato quello che fino a quel momento sapevo soltanto per sentito dire: proprio come finisce un amore, finisce anche l’amicizia.

Teoricamente, dovrebbe essere quasi fisiologico: fai un pezzetto di strada insieme a una persona, poi per un motivo o per l’altro te ne separi. Magari vi ritroverete più avanti a un incrocio, magari no, chi può dirlo, la vita è lunga, ma a distanza di anni la ricorderai sorridendo, senza drammi, solo con una punta di nostalgia. Considero tutt’ora vera l’amicizia tra me e H. perché è così che ci siamo allontanate: arrivate all’inizio dell’università ci siamo divise, niente drammi, niente litigi, non avevamo semplicemente più nulla da dirci. In quello che era il mio accanimento terapeutico del tempo ho continuato a cercarla anche quando non aveva più senso, prima di arrendermi all’evidenza: H. ormai era un ricordo, meraviglioso, ma soltanto un ricordo – come i fiumi di lettere che ci inviavamo a quattordici anni, prima dei telefonini e prima di internet, ma che ancora conservo.

Non sempre però i rapporti fra le persone seguono questo schema ideale. Molte altre volte, mi sono ritrovata intrappolata in situazioni complicate, dove non era colpa di nessuno, eppure niente funzionava; ogni tanto si trascinano legami per anni, che stanno in equilibrio su un filo sottilissimo e che sembrano per spezzarsi da un momento all’altro, però non lo fanno mai. Potenzialmente facciamo cose sbagliate tutto il tempo, lasciamo che subentrino insicurezze, invidie, mezze verità, cose non dette: ci specchiamo nei nostri amici, e se a volte l’immagine di noi stessi che ci rimandano indietro non ci piace tagliamo i rapporti, o rimaniamo per anni in situazioni frustranti perché non abbiamo il coraggio di fare alcunché, nemmeno parlare.

È molto difficile dire a qualcuno che ha fatto qualcosa che ci dà fastidio, o peggio ancora che ci ha ferito: io mi considero una persona abbastanza aperta, molto propensa a fare discorsi illuminati sulla vita, l’universo e tutto il resto, però trovo complicato prendere qualcuno da parte (specialmente se ci tengo), mettergli un caffè davanti e dirgli “guarda, in tale occasione hai ferito i miei sentimenti, superiamo questa cosa insieme?” Non sai mai l’altro come reagisce, se gli vuoi bene hai anche paura di perderlo nel caso in cui tu dica una cosa sbagliata, o – peggio ancora – temi di scoperchiare un vaso di Pandora che con il senno di poi avresti preferito che rimanesse coperto.

Anche la quantità di risultati che escono fuori cercando bad friendship è impressionante: in qualche secondo ti ritrovi a cercare anche toxic, jealous, insane friendship e rimanere sconvolto da quanto sia una cosa comune. Ci sono vere e proprie guide su come riconoscere un’amicizia tossica, alcune che danno suggerimenti banali (se hai vicino a te una persona che non perde occasione per trattarti male, ecco, forse non è proprio una bellissima idea starci insieme), altre più complete che ti fanno riflettere sul fatto che avere come unico interesse comune soltanto parlare male degli altri e condividere rabbia contro il resto del mondo, ecco, non è proprio un altro indice di rapporto sano.

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Secondo ReachOut.com uno dei fattori che indicano un’amicizia insana è che per continuarla hai bisogno non soltanto di farti trattare male, ma anche di farti del male da solo. Un’altra cosa interessante su cui riflettere è che non importa se il tuo amico ha dei rapporti di amicizia normali con tutto il resto del mondo, il rapporto che ha con te potrebbe essere comunque malato. Trovo queste affermazioni molto vere, e probabilmente quanto è successo alla mia amica E. ne è un buon esempio.

Il secondo anno di università, E. si era infatti ritrovata a condividere casa con V., una sua collega di università: sono andate d’accordo fin dall’inizio e c’è stato un magico periodo in cui la loro casa era sempre piena di risate, divertimento e buoni propositi, ma poi la convivenza ha logorato tutto. Qualche mese dopo, non riuscivo più a passare da loro nemmeno per una visita di qualche minuto; ipocondriaca e piena di sue difficoltà, V. si era legata a E. con un rapporto geloso, possessivo, trasformandola fondamentalmente nella sua serva. E. passava le giornate a comprarle le medicine, o a massaggiarle la schiena, o ascoltarla lamentarsi: nessuna delle due studiava, quasi non uscivano di casa, passavano le giornate mangiando e rimandando tutto al giorno dopo. Quando provai a dire a E. che stavano esagerando e che V. mi sembrava oggettivamente malata, bisognosa dell’aiuto di qualcuno di esterno perché la situazione stava sfuggendo loro di mano, entrambe mi si rivoltarono contro.

Smisi quindi di parlare con loro, consapevole che non ci fosse più nulla che potevo fare per aiutarle e cercando di non impicciarmi nelle loro vite più del necessario. La situazione si risolse qualche mese dopo, quando V. capì che quella facoltà non faceva per lei e se ne ritornò a casa, lasciando libera E. di riprendere la sua vita. Tutt’ora, però, E. mi dice che se V. non se ne fosse andata sarebbe probabilmente ancora in casa con lei, intrappolata in quelle dinamiche vagamente malate: a quanto pare, V. le aveva rivelato un segreto e raccontato che cosa veramente la faceva stare male, E. era rimasta inorridita e in virtù di questo aveva deciso di perdonarle tutto, imponendosi di rimanere al suo fianco fino a che non sarebbe stata meglio.

Non so dare una vera e propria spiegazione psicologica al comportamento di V. Sono convinta e persuasa che a modo suo volesse per davvero bene a E. e che, forse, tutto quel dramma poteva banalmente essere una richiesta di attenzioni, ma resta il fatto che – per usare una metafora – non erano fatte l’una per l’altra. La storia di V. e di E. è il classico caso in cui vale la pena terminare un’amicizia: se nel loro caso è stata conseguenza quasi naturale dell’abbandono degli studi di V., altre volte non c’è un fatto esterno che ti aiuta a spezzare il cerchio e devi farti coraggio. Personalmente, il discrimine che io uso è molto semplice: vedi se le cose belle superano quelle brutte. Se non è così, continuare a lottare non ha senso.


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  1. Paolo

    27 ottobre

    ho sempre pensato che l’amicizia così come l’alleanza tra donne sia solida o debole, soggetta a tradimenti, destinata a durare o ad avere termine nè più nè meno dell’amicizia maschile

  2. orlando

    9 novembre

    ho iniziato a pensare che noi uomini potremmo tacere quando una donna descrive i rapporti tra donne e donne, e ascoltare senza sentirci in dovere di aggiungere la nostra opinione

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