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Jagged Little Pill: l’album per ogni giornat...

Jagged Little Pill: l’album per ogni giornataccia

Jagged Little Pill della canadese Alanis Morissette è uno dei dischi più famosi degli anni ’90. Uscito nel 1995, ha venduto quasi 20 milioni di copie in tutto il mondo. Scommetto che nel corso di quel decennio, o di quello a venire, lo avete avvistato come soggetto anomalo dentro collezioni di dischi che poco avevano da spartire con il genere.

Scommetto che una copia di questo disco è sepolta fra i vostri vecchi CD, quelli della vostra prima adolescenza e di quando Alanis Morissette vi piaceva ancora. Il mio l’ho comprato un pomeriggio del 1999, e ricomprato in versione digitale la primavera scorsa perché era il disco giusto da riascoltare in quel determinato momento di inquietudine esistenziale.

Sorpresa: Jagged Little Pill, a distanza di 19 anni, è ancora uno dei miei dischi preferiti. Fatto poco rilevante di per sé, ma sufficiente per farmi venire voglia di spronarvi a riascoltarlo, o ascoltarlo, se non l’avete mai fatto. Per carità, i gusti sono gusti: non sto per sottomettervi un articolo dove decanto i pregi indiscussi e incontestabili di un disco. Sono consapevole che esistono album ben più raffinati.

Ma Jagged Little Pill si rivolge a qualcosa di primitivo e viscerale, di universalmente condiviso. È un’attitudine grintosa, un motto per la vita, un urlo di frustrazione e un sorriso sardonico, quello di quando si ammette a se stessi che si è innamorati, ma non si è i tipi da canzoni d’amore. Potrei definirlo un romanzo generazionale dei migliori messo in musica, un pugno sferrato sul tavolo quando vi girano le palle e siete comunque spiritualmente attrezzati a reagire con rabbia, non con commiserazione verso voi stessi.

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Penso che la rabbia sia terapeutica. La rabbia è quella cosa che ti spinge ad agire, ad incazzarti per come stanno le cose e forse, a cercare di cambiare. È il contrario del piangersi addosso. È la prima arma di difesa dei non avvezzi al martirio personale. Dei suoi urli – al limite dell’imbarazzate, talvolta – Alanis Morissette ci ha fatto un grido collettivo che vi invito a praticare. La 21enne dell’epoca si toglie ogni sassolino fastidioso dalla scarpa, creando un album-diario, che racconta un vortice di esperienze ed emozioni, dalla gelosia all’ipocrisia religiosa, dall’amore intenso ed incerto alla depressione.

Di seguito, una canzone per ogni situazione. Dategli una chance: vedrete quanto si sta meglio dopo un ascolto di Jagged Little Pill.

All I Really Want – Giornata letteralmente di merda? Non ve n’è andata in porto una, non sapete che cosa volete dalla vita, e se lo sapete, comunque non lo avete ottenuto? Play su All I Really Want. Snocciolate tutto quello che vi manca, fate la lista dei desideri a Babbo Vita e ditegli quanto siete incazzate che neanche quest’anno si sia degnato di darvi quello che vi meritate.

You Oughta Know – Ovvero l’inno nazionale dei cuori affranti e assetati di vendetta. Diciamolo a i quattro venti: siete feriti, ma siete ancora vivi, e volete far presente al mondo che non vi siete ancora lasciati niente alle spalle di quella storia in particolare. I particolari grafici del testo non lasciano niente all’immaginazione: anche voi saprete tutto di quello che il bastardo di turno ha fatto. Touché. Se la rabbia per qualche delusione d’amore è già sbollita, questa canzone è un fantastico reminder del fatto che esprimere i propri sentimenti fa sempre, sempre un gran bene.

You Oughta Know

Perfect – Perfect è stata composta ed incisa in una mezz’ora. La versione che sentite sul disco è la prima che Alanis Morissette e il produttore Glen Ballard hanno suonato assieme. La trovo meravigliosa, e frustrante fino alle lacrime: dedicata a tutti quelli che vi vogliono in un modo, non vi hanno amato per com’era, e sono ancora là fuori a chiedersi perché siete diverse da come dovreste essere.

Hand in My Pocket – Giornata di merda n. 2, ma dove vi sentite orgogliosi di voi stessi per qualche inspiegabile ragione, nonostante l’evidenza possa presumere il contrario? Volete vedere il famoso bicchiere mezzo pieno e dire a voi stessi beh, sei decisamente meglio di quello che credi? Hand in my pocket, there you go! Canzone risparmiata dall’essere il main theme di Dawson’s Creek, perfetta per celebrare la sensazione di essere, nonostante tutto, fine fine fine.

Hand in My Pocket

Right Through You –Qualcuno vi sottovaluta, o vi ha trattato con condiscendenza? Fategli sapere che non vi può prendere per il culo. Ascoltatevi Right Through You e alzate la voce.

Forgiven – Sul capitolo I Danni di Un’Educazione Cattolica ci si potrebbe aprire un blog a parte. Forgiven ne sarebbe un buon sottofondo.

You Learn – You Learn è una serie di utili consigli per non farsi sopraffare dallo stress: dal farsi un giro nudi per casa, all’accettare di aspettare che le acque si calmino, tutto punta nella direzione del buttare giù qualche pillola amara, consapevoli che nessuno sforzo è mai vano in fondo.

Head Over Feet – Head Over Feet è la canzone giusta per chi non è totalmente a suo agio con l’amore in versi canonici, e vuole qualcosa di più cool, distaccato. Ecco una canzone d’amore a prova di diabetici: sardonica, sorniona e tremendamente tenera nella sua goffo tentativo di dare una dignità al sentimento che più ci depriva di ogni dignità, l’amore.

Head Over Feet

Mary Jane – In una frase, “don’t censor your tears”. Period.

Ironic  – Ironic è la mia canzone preferita, uno dei pilastri della mia esistenza. È il testamento di chi affronta la vita consapevole dell’assurdità del tutto, ma affascinato dal contrasto e dall’incoerenza. Ironic è la cosa più vicina al concetto di speranza in pillole d’emergenza che conosco. È un reminder del fatto che le cose assurde possono anche essere estremamente positive, e che la vita ha un modo strano di bastonarti, ma anche di risollevarti quando meno te lo aspetti. Suona familiare?

Ironic

 

Not the doctor – Ragazza all’ascolto, non osare farti venire la sindrome della crocerossina!

Wake Up – Serve altro? Smetti di lamentarti, alzati e combina qualcosa con te stesso/a.

Quest’album mi ha traghettata dall’infanzia all’adolescenza, e c’è ancora, pulsante e vitale in tutta la sua ferocia anni ’90, un po’ grezza e infusa di pop. Devo molto a Jagged Little Pill, perché è l’album di una donna che non si fa scrupoli a dire tutto quello che vuole. Una giovane donna che di pillole amare ne ha ingoiate tante, ma si è anche divertita a camminare attraverso le avversità.


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  1. euforilla

    12 gennaio

    Condivido tutto. Che è un disco meraviglioso, benché consapevole di uscite più raffinate, che è un disco di formazione così come ci sono romanzi di formazione, che dice le cose che avrei voluto dire io ma le dice meglio di quanto io avrei mai potuto fare.

    Credo di aver portato i capelli impossibilmente lunghi anche per ispirazione di questa donna.

    PS
    Non era “Hand in my pocket” (‘cause I’ve got one hand in my pocket and the other one is giving a high five)?
    /fine del post scriptum rompiballe

  2. Princess paranoia

    12 gennaio

    Il tempo di leggere il titolo dell’articolo e già stavo cercando l’album su spotify [che il cd, probabilmente quando c’erano ancora le lire, sta da qualche parte a prendere polvere.. mannaggia a me]. Grazie per l’articolo!

  3. Martina

    16 gennaio

    @Euforilla: scusa, è Hand in my pocket, obviously! Correggiamo immediatamente 🙂

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