di Francesca Fornillo

23 aprile 1941. La stampa svedese ha due importanti notizie da annunciare: l’arrivo delle truppe naziste alle Termopili e la misteriosa scomparsa di una donna da Alingsås, poco lontano da Göteborg. La stessa che verrà ritrovata qualche giorno dopo, rannicchiata contro un masso, come addormentata, nei boschi poco più a nord della cittadina. Come ci sia arrivata non conta granché, perché la sua vita si ferma lì, a quarant’anni, con troppi sonniferi in corpo.

Oggi quel masso è un memoriale, e Karin Boye (1900-1941) è a tutti gli effetti parte del pantheon letterario e femminista svedese. Principalmente poetessa, con la sua poesia intimista ma trasparente, piacevolissima alla lettura, ha raccontato la sua personale spiritualità, la sua attività politica e la sua intimità, in primis la storia vissuta a Berlino con la giovane ebrea Margot Hanel.

l_boyekall96Spesso accostata a Virginia Woolf, più per spirito e triste sorte che per produzione letteraria, ha scritto anche cinque romanzi. Il più fortunato (e l’unico, attualmente, disponibile in traduzione italiana) ha il titolo di Kallocaina ed è, senza troppi giri di parole, una distopia totalitaria.

Pubblicato nel 1940, rappresenta un raro caso di voce femminile all’interno della tendenza anti-utopica del primo Novecento; insomma, varrebbe la pena parlarne anche solo come alternativa originale a 1984 (che, tra l’altro, è uscito solo dieci anni dopo). Ma non è l’unico motivo per consigliarne la lettura, a chi ama il genere e a chi no. Presenta anche tratti piuttosto originali, uno fra tutti Lo Stato Mondiale che descrive, che non è semplicemente un regime totalitario che monitora ed, eventualmente, opprime ogni comportamento deviante attraverso la tortura; è un mondo in cui la dittatura sussiste nella coscienza stessa dei suoi abitanti, convinti fino in fondo che fare il bene significhi agire per il vantaggio dello Stato.

Leo Kall, voce narrante, è un chimico e dipendente statale, inventore dello strumento ultimo per il controllo: una droga (kallocaina, in suo onore) che costringe chi la assume a rivelare i suoi pensieri senza filtri. Una sorta di siero della verità, che viene collaudato su alcuni volontari in previsione della sua legalizzazione negli interrogatori per reato di pensiero. Grazie al prestigio portato dalla sua invenzione, Kall (che, non a caso, vuole anche dire “freddo”) inizia la sua scalata sociale; ma, allo stesso tempo, cade sempre più in basso dal punto di vista umano.

Karin Boye, socialista in gioventù, fa esperienza diretta sia della Germania nazista, sia dell’URSS, durante alcuni viaggi che la costringono a rivedere la sua fede politica. Ma non è soltanto l’esperienza del totalitarismo a generare l’angoscia che traspare dagli orrori del suo Stato Mondiale; dalle sue pagine viene fuori anche una problematica culturale più peculiare e meno percorsa dai sentieri della letteratura.

Karin+Boye

Nel 1930 Stoccolma ospita un’Esposizione Universale che avrà un enorme impatto sulla città, introducendovi l’architettura funzionalista. È proprio la rivista Spektrum, per cui Boye lavora, a pubblicare il manifesto del noto architetto Sven Markelius sulla necessità di cambiare il modello abitativo a fronte dei cambiamenti sociali: inutile impostare la casa su case unifamiliari con grandi zone giorno e piccole camere da letto, se entrambi i genitori lavorano e non possono, quindi, offrire ai bambini un vero e proprio momento di condivisione della vita familiare. Sia per rendere più sano l’ambiente dove i bambini crescono, sia per concedere ai genitori il meritato riposo nelle ore libere, si propone persino che i bambini alloggino in una sorta di convitto, piuttosto che in casa.

È chiaro che questo tipo architettonico viene promosso fin dall’inizio anche come uno strumento di emancipazione femminile (mensa, cucina comune e figli fuori casa dovrebbero, tra le altre cose, permettere la piena libertà delle giovani svedesi di preoccuparsi della loro carriera). Ma nessuna novità è mai sfuggita alle critiche, e i toni del manifesto di Markelius sono incredibilmente freddi e asettici, quasi a sottintendere che donna in carriera e vita familiare felice non possano coesistere.

Mettiamoci anche che in quel particolare momento storico questo modo di pensare è visto da molti come l’ennesima prova dell’ossessione scandinava per l’organizzazione, ed è un periodo in cui, in generale, molti si preoccupano di criticare quella che, secondo loro, sta diventando una società di gente efficiente e pulita, ma senz’anima, e capiamo perché persino una donna potesse avere delle rimostranze. Un poeta come Gunnar Ekelöf scrive una poesia in cui si lamenta del fatto che i boschi, da sempre tempio dei vagabondi e dei poeti, sono ora invasi dagli sportivi salutisti – questa è l’aria che tira, per capirci.

Che Karin Boye sia particolarmente spaventata da questa concezione, leggendo il romanzo, è evidente. I bambini sono strappati alle madri per crescere in campi divisi per fasce d’età, dove i maschi ricevono un addestramento militare; la vita di coppia è apatica e priva di sentimento, così come quella familiare, nelle poche serate autorizzate. L’accento cade sulla famiglia e sull’assenza totale di sentimenti umani.

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In realtà, nel corso della prima metà del libro è difficile credere che dietro la voce narrante si nasconda una donna. La voce femminile è relegata agli sgoccioli, ma quando appare lo fa in tutta la sua lucidità e determinazione, a partire dal passaggio in cui Kall, tormentato dal dubbio che la moglie Linda possa tradirlo, trafuga una dose di siero e la usa su di lei, in maniera assolutamente illecita.

Anche se ad essere violati sono solo i pensieri, è impossibile non leggere questa scena come un’allegoria di una violenza sessuale, e non è un caso che segni un importante momento di svolta nella vicenda. In seguito a quell’episodio, Linda prende finalmente – e spontaneamente – la parola, senza filtri, per alcune lancinanti pagine in cui passa in rassegna il suo ruolo di donna e madre. Poche, ma estremamente importanti.

Di più non vale la pena dire, perché un libro così bello merita la lettura. Intenso, doloroso, troppo poco conosciuto e, soprattutto, un punto di vista femminile sulle modalità secondo cui è lecito essere una donna, o agire per emanciparla.

 


 

Bibliografia

• K. Boye, Poesie (con testo a fronte), a cura di Daniela Marcheschi, Le Lettere, 1994
• K. Boye, Kallocaina, Iperborea, 1993
• B. Gustavsson Rosenqvist, Att skapa en ny värld, 1999, karinboye.se/om/artiklar/barbro-gustafsson-sv.shtml
• V. Consoli, Karin Boye. Il sacrificio volontario, 2006, italialibri.net/contributi/0602-2.html
• C. Storskog, «Neanche i nostri pensieri più intimi ci appartengono» in Formula e metafora. Figure di scienziati nelle letterature e culture contemporanee, a cura di M. Castellari, Ledizioni, 2014
• S.G. Markelius, Kollektivhuset: ett centralt samhällsproblem, in Spektrum 7-8, 1932
• D.U. Vestbro, Kollektivhusens historia, kollektivhus.nu/pdf/kollhist.pdf