Il giardino dei ciliegi è l’ultima opera dello scrittore drammaturgo russo Anton Čechov, ed è forse la sua opera che preferisco. Servendosi dei cambiamenti sociali e politici che stavano sconvolgendo la Russia dell’epoca, Čechov riesce a restituire allo spettatore un quadro struggente della nobiltà russa in decadenza e di ciò che verrà dopo, con un amore per il genere umano e una sensibilità unici.

Non è un caso quindi che il vero protagonista dell’opera sia il giardino dei ciliegi del titolo, che nella sua fatiscenza diventa un non-luogo, doloroso simbolo di qualcosa che se prima dava lavoro e profitto a molti adesso non è altro che cimelio di un mondo sull’orlo dell’oblio.

Le vicende raccontate nell’opera si svolgono nel corso di un mese circa. Ad aprire le danze è il ritorno della padrona di casa, Ljubov’ Andreevna (detta Ljuba), riportata indietro dalla figlia Anja dopo cinque anni di assenza, passati a Parigi a seguito della morte del secondogenito.

La casa è stata messa all’asta e la famiglia non ha soldi per poterla riscattare, motivo per il quale tutti confidano nel ritorno di Ljuba. Subito si capisce però che la sua natura generosa e spendacciona non è cambiata negli anni e, anche se l’ha ridotta a condurre una vita sempre più modesta, lei non riesce a concepirne un’altra.

giardinodeiciliegi

Illustrazione di Silvia Carrus

Dalla presa di consapevolezza di tutti i personaggi della loro condizione, e dalla conseguente negazione della stessa nel secondo atto, inizia a snodarsi la tragica rovina della famiglia, che porterà all’ineluttabile vendita della casa al più (im)probabile dei compratori, costringendo tutti a reinventarsi.

Čechov descrive Il giardino del ciliegi come una commedia; nel 1904 Stanislavskij la fa debuttare mettendola in scena come una tragedia.

La componente tragica giace tutta sulle spalle della vecchia nobiltà (Ljuba e Gaiev) controbilanciata da “i nuovi russi”, che siano universitari con aspirazioni rivoluzionarie (Trofimov) o contadini arricchiti (Lopachin) che una volta capiti i limiti dei loro predecessori, seppur amandoli, non possono far altro che superarli.

L’aspetto comico si genera nell’opera poiché i personaggi vengono caratterizzati, sia nelle note di regia che nel testo, all’estremo. Un esempio è il già citato Trofimov, il quale probabilmente rispecchia più di tutti i pensieri di Čechov, eppure a causa delle forti censure è stato reso il più innocuo possibile, se non addirittura ridicolizzato: ha ventisette anni ed è ancora studente, fonte irriducibile d’ilarità generale, è pelato, malmesso e povero.

Ecco allora che la fedeltà e l’attinenza che i personaggi mostrano al loro pensiero, modus operandi, alla loro stessa identità diventa ciò che li caratterizza tanto da renderli tragicomici. Come succede nella vita.

Personalmente ritengo che ciò che faccia la grandezza dell’opera sia il tentativo riuscito di saper puntare una lente d’ingrandimento su un microcosmo ed ingrandirlo tanto da elevarlo a condizione umana a prescindere dai dati spaziotemporali.

Inutile dire che per una studentessa di accademia entusiasta come me poter vivere la messa in scena di una composizione de Il giardino dei ciliegi è stata un’emozione enorme, oltre che un grande insegnamento a livello umano. Se ci sono molte cose che sono stata felice di apprendere su me stessa e su altri, ce ne sono altrettante che avrei pensato fossero obsolete nel 2014.

Tra queste, c’è sapere che mi era stata affidata una determinata parte perché mi avrebbe dato modo di sviluppare il “mio lato femminile”. Il personaggio in questione è Dunjaša, una cameriera della casa che accetta la corte di Epichodov (contabile), ma spera di poter entrare nelle grazie di Jaša (cameriere tornato da Parigi con Ljuba) prima che nel suo letto.

I tre mesi di studio sono stati molto intensi e tutto sommato divertenti. Forse la lezione più grande è stata quella di riuscire a prendere spunto da Čechov nel vedere le piccinerie degli altri e accettarle, cercare di riderne piuttosto che starci male, trovare il delicato equilibrio dell’accettare senza subire.

Di buono c’è stato che ho veramente potuto prendere nel corpo una persona diversa da me, e attraverso lei interagire con i miei compagni mostrando loro un lato (celato? Mai scoperto? Ignorato?) di me che prima non conoscevano, e che certi giorni sembrava che anche a me si rivelasse per la prima volta.

La parte meno piacevole è stata realizzare che certe cose più cambia il mondo più sembrano rimanere uguali, ad esempio basta vedere come il personaggio di Dunjaša fosse immediatamente ridotto a “sgualdrina”, deriso dai ragazzi e schifato dalle ragazze: di cinque ragazze in classe, solo in due l’avevamo in simpatia.
Ho anche osservato come interpretare il personaggio mi desse la responsabilità di “prendere atto del mio corpo e della mia bellezza”, facendomi ricoprire il ruolo di donna il cui fine ultimo è quello di essere sessualmente desiderabile per un uomo – lo stesso uomo che mi avrebbe respinta e derisa per le mie pulsioni e desideri.

Quanto succede nell’opera non è dissimile da quanto mi è successo negli scorsi tre mesi, e da quanto succede quotidianamente nella vita di moltissime donne. C’era da augurarsi che quanto succedeva centoundici anni fa non si sarebbe perpetrato fino ad oggi, ma come ho già detto, forse ciò che rende un capolavoro tale è proprio il suo carattere universale ed eterno.