Want to read this in english?

di Magda Redaelli

SOAP & SKIN aka Anja Franziska Plaschg

SOAP & SKIN aka Anja Franziska Plaschg

Mi sono tuffata nella musica elettronica quattro anni fa, dopo un’adolescenza passata a girare in lungo e in largo tutto il post-rock, il metal, l’hardcore, il post-punk, post-qualsiasi cosa. Ho provato diverse volte ad unirmi ad un gruppo come cantante, ma le cose non si sono mai davvero concretizzate, un po’ perché tutti i gruppi che conoscevo erano riluttanti alla presenza di una ragazza nel gruppo, ma soprattutto perché ho sempre preferito suonare da sola. Così, mi sono recentemente convinta a comprare un microfono, imparare ad usare Ableton Live, e dare vita al mio progetto musicale. Ma una volta sul punto di iniziare, mi sono ritrovata a pormi due domande:

  1. Perché ho così poche producer di riferimento?
  2. Perché i miei amici producer sono quasi tutti maschi?

Per questo vorrei cercare di capire rispondere a queste due domande e soprattutto come cambiare questa dura realtà.

In questo articolo mi capiterà di usare più volte il termine “musica elettronica”, ma la scena cui mi riferisco nello specifico è quella della club culture (house, techno, bassmusic, ecc), perché, come spiega Mollie Wells dei Funerals, la situazione della produzione femminile varia da scena a scena:

La gente tende a considerare la musica elettronica come un unico blocco monolitico, ma c’è una grande differenza tra le diverse scene. La gente che conosco e che lavora con i sintetizzatori non vi dirà mai che è un ambiente maschile. Ma, sinceramente, la techno a volte lo è. La mascolinità sembra essere obbligatoria in quel mondo, così come l’assunto che se produci qualcosa destinato al club, devi per forza essere un maschio.

Per quanto ho potuto vedere io personalmente, i due lati della medaglia sono: un’effettiva scarsa partecipazione femminile da una parte e, di conseguenza, la scarsa visibilità di coloro che fanno parte della scena, dall’altra. E viceversa: la scarsa visibilità femminile riconduce all’intrattenimento di una visione generalmente maschile della club culture.

Insomma, poco importa se sia nato prima l’uovo o la gallina: il vero problema è che si è creato un circolo vizioso e che è necessario romperlo.

Mollie Wells

Mollie Wells

Innanzitutto, lo scarso riconoscimento del contributo femminile, che sia in ambito artistico/scientifico/letterario, è un problema dalla diffusione sistematica. Non dico nulla di nuovo quindi sul desolante oblio che coinvolge le pioniere della ricerca in campo acustico ed elettronico. Ricordiamoci di Wendy Carlos (la donna trans che contribuì alla creazione del sintetizzatore e pubblicò il primo album dimostrativo del suo utilizzo), così come di Clara Rockmore, Delia Derbyshire, Daphne Oram e molte altre.

Questa rimozione delle donne dalla narrazione postuma ha due effetti micidiali: intrattiene una visione maschilista dello sviluppo delle tecnologie e priva i posteri (o meglio, noi giovani “postere”) di esempi carismatici da seguire. La scarsità di modelli femminili cui far riferimento non incoraggia le giovani e giovanissime a intraprendere con serenità e sicurezza tutte quelle attività che tutt’ora – e a torto – continuano ad essere implicitamente considerate di dominio maschile.

Ed è proprio perché il loro contributo nel settore è stato ed è oggi ignorato dai più, che le donne sulla scena vengono ancora considerate un fenomeno eccezionale, più che parte integrante di una produzione priva di genere.
Citando ancora Mollie Wells:

Discutere che il genere musicale abbia qualcosa a che fare con il sesso della persona che produce, a meno che non si parli esattamente di quest’ultimo… è semplicemente futile. Delia Derbyshire, Daphne Oram, Wendy Carlos, Doris Norton, Suzanne Ciani, Cynthia Webste… anche Goldfrapp e Ann Shenton. Queste donne non lavoravano ai margini della musica elettronica, ne sono state pioniere. La produzione femminile non è un genere. Smettiamola di fare come se fosse una moda passeggera.

Esatto, smettiamola. Se solo includessimo le donne nella narrazione comune sulla storia della musica elettronica, se ci si ricordasse del loro lavoro, anche gli ostacoli strutturali alla partecipazione femminile andrebbero svanendo.

Madeleine Bloom

Madeleine Bloom

Madeleine Bloom, producer berlinese che ha lavorato al supporto tecnico di Ableton Live, mostra come quanto detto nei paragrafi precedenti abbia trovato un riscontro esemplare nella sua carriera. Quando fu assunta, Bloom scoprì due cose in particolare: la prima era che non riceveva quasi mai chiamate da donne e la seconda, che lei era la prima donna ad essere assunta nel supporto tecnico.

Più tardi, scoprì anche che solo il 7% degli utilizzatori di Ableton Live erano donne. Questo nel 2010 o nel 2011. Non mi aspettavo una grossa percentuale, ma quel 7% mi lasciò sconcertata.

Secondo Madeleine, l’utilizzo di software musicali è ancora un’attività prevalentemente maschile a causa di una serie di cliché sul rapporto tra ragazze, musica ed informatica, che è assolutamente necessario sfatare.

Quando cominciai a dare supporto telefonico fui scioccata da quanto spesso venissi presa per una segretaria o quando qualcuno insisteva per parlare con qualcun altro quando sentiva la mia voce dall’altro capo del telefono.

Tolti questi cliché da cestinare senza indugi e particolari riflessioni, per Bloom, l’incentivo che spinge gli uomini – e non le donne – verso la musica è lo status sociale:

Quando incontro un tizio che suona la chitarra, gli chiedo sempre quando cominciò. Da adolescente? Sì. Per farsi figo e impressionare le ragazze? Generalmente gli strappo un altro sì, anche se a volte un po’ più riluttante. Invece, nessuna donna con cui ho parlato iniziò a interessarsi alla musica da adolescente e per queste ragioni. Perché? Perché una musicista è vista come un’eccentrica e i ragazzi non trovano le musiciste più attraenti. Non c’è alcun incentivo, in questo caso. Ci sono quindi anche meno modelli cui far riferimento.

Se vogliamo sperare di vedere più ragazze dietro la console, ognuno deve fare la sua parte consapevolmente. La prima cosa, ben mostrata nel documentario Ride the Balance, è incoraggiare le bambine ad interessarsi alla musica, ad esprimersi e a credere nelle proprie capacità.

Nel caso della dance music: “Introdurre le ragazze a laboratori sui software musicali prima che comincino ad entrare nella fase mentale in cui si convincono di non esserne capaci”, come dice la producer australiana Anna Lunoe. Far sì che per tutt*, lo status di producer diventi attraente e possibile.

Numero due, cambiare gli schemi della club culture attuale: come spiegato dalla ricercatrice Jennyfer M. Brown nel suo meraviglioso lavoro datato 1996, ma ancora di attualità, le ragazze tendono a lavorare da sole o a prendere come riferimento i colleghi uomini, invece di unirsi in una solida rete tra di loro e sviluppare un sistema di tutoraggio, o un movimento forte in grado da una parte di evolvere e dall’altra di penetrare prepotentemente nel vivo della scena.

Per quanto riguarda Ableton, i tutorial possono essere utili, ma non esiste nulla di edificante quanto imparare ed evolvere con i propri amici. I miei amici si inviano incessantemente preview dei loro nuovi lavori, si chiedono consigli, si riuniscono per lavorare insieme. Noi ragazze dovremmo fare la stessa cosa, creare una rete, una specie di versione tecnologica delle riot grrrls: sostenerci, collaborare e imparare le une dalle altre.

Infine, è necessario che anche la stampa specializzata, i blog, gli organizzatori, le etichette discografiche, insomma, tutta l’industria che gravita intorno al clubbing prenda coscienza di avere un ruolo importante nella creazione dell’immagine della scena e quindi una responsabilità per quanto riguarda la visibilità e l’immagine delle producers.

C’è ancora tanto lavoro da fare, quindi, nella speranza di incontrare presto tante altre digital riot grrrls, è ora di rimboccarsi le maniche, scaldare le dita e tornare su Ableton. Ci vediamo su Soundcloud!