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Senza pregiudizi e regole: l’antologia “Accessing the future”

di Roberta Ragona

L’altra mattina mentre cercavo di capire da dove cominciare per raccontare Accessing The Future mi è venuta in soccorso l’attualità. Avrei preferito che non l’avesse fatto, ma già che c’era.

Nelle ultime tre settimane vi sarete imbattuti nella notizia dei libri per bambini fatti ritirare dalle biblioteche dal nuovo sindaco di Venezia. (Se avete voglia di approfondire, Topipittori ha pubblicato un riassunto esaustivo della questione). Quei famosi libri “gender”, dove il termine gender sta a significare… cosa, poi? Apparentemente tutto ciò che c’è di brutto e di sbagliato c’è nel mondo secondo il Manuale delle cose che siccome mi piacciono a me voglio che le fate pure voi o siete delle merde, per citare Zerocalcare.

Perché se si va a leggere la lista dei testi messi all’indice, le questioni di genere propriamente dette sono solo una frazione – e forse nemmeno la più numerosa – dei temi trattati. Di cosa parlano quei libri? Nella maggior parte dei casi di differenze, nella più ampia accezione possibile.

No oppression takes place along a single axis, and therefore no attempt at activism or progressive representation can deal with only one marginalization as if no other existed.

Nessun tipo di oppressione si svolge lungo un solo asse, e quindi nessun tentativo di attivismo o rappresentazione progressiva può occuparsi solo di un tipo di marginalizzazione come se non ne esistessero altre.
Djibril Al-ayad

atf-cover1Ed ecco riassunta qui sopra in poche parole il succo della questione, nonché lo spirito di The Future Fire, casa editrice di un magazine e di numerose antologie di speculative fiction su temi sociopolitici, come Accessing The Future, l’ultima nata.

Sono partita dai libri di Venezia perché ora la parola spauracchio è “gender”, usata con l’ignoranza di chi non ha idea di cosa voglia dire. Domani sarà un’altra parola, ma non cambia il concetto: trattare le questioni di genere, gli episodi di discriminazione, le difficoltà di accesso ai servizi essenziali come faccende separate e non comunicanti forse è mancare il punto.

L’idea di un’antologia di fantascienza che affrontasse il tema della disabilità, sia fisica che mentale, come Accessing The Future nasce dall’incontro tra Djibril Al-ayad, publisher di The Future Fire e Kathryn Allan, studiosa universitaria appassionata di fantascienza e disabilities studies.

Kathryn accarezzava l’idea di un’antologia di science fiction a tema disabilità dal 2010, dopo aver finito il suo PhD sul tema del post-cyberpunk femminista, la tecnologia e la vulnerabilità del corpo, progetto fortemente influenzato dal proprio vissuto personale di convivenza con una malattia cronica.

Avrebbe volute leggere più storie di fantascienza che includessero la disabilità in maniera realistica, attraverso personaggi a tre dimensioni. Dopo aver lavorato con The Future Fire su Outlaw Bodies e We See a Different Frontier, ha proposto a Djibril l’idea dell’antologia. The Future Fire magazine aveva alle spalle quasi dieci anni di pubblicazioni di science fiction sociopolitica, e due antologie intersezionali (feminist, queer, postcolonial…) per cui Accessing the Future e il tema dell’ableism era in qualche modo il seguito di un discorso sugli aspetti e sulle voci meno rappresentate nella narrativa di genere.

Perché la fantascienza? In primo luogo perché la speculative fiction ha la libertà di essere utopisticamente irrealistica, immaginare futuri o realtà parallele in cui i pregiudizi e le regole del nostro mondo non esistono; ma anche dalla constatazione che le questioni che riguardano la disabilità sono spesso trattate in maniera superficiale sia nella finzione che nella società.

Nella fantascienza – in particolare cyberpunk o space opera – i personaggi disabili o sono “guariti” attraverso i miracolosi ritrovati della moderna tecnologia o fuggono ai limiti del proprio corpo nella libertà totale del cyberspazio. Oppure, se l’autore è davvero molto pigro, la disabilità fisica è lo stigma di una carenza morale ed etica. Inoltre, la science fiction è uno specchio della società che la produce. Dato che si svolge in un futuro più o meno lontano o in una realtà che non è la nostra, gli scrittori hanno campo libero nell’analisi della propria cultura, nelle conseguenze delle azioni di una società. La science fiction funge sia come campanello d’allarme sia da terreno di prova per le nuove idee.

La disabilità è un tema estremamente personale, ma è anche un tema culturale ed è importante che venga affrontata nel modo più diverso possibile, anche attraverso una riflessione critica sui modi e sulle parole utilizzate per descriverla. E come per altre forme di diversità, le persone che sono più a disagio ad affrontare il tema sono coloro che ne hanno meno esperienza diretta. Uno dei modi di aprire maggiormente la discussione è scrivere storie che riflettano le persone con disabilità per quello che sono, non come problemi che necessitano di una cura o come storie agiografiche di sacrificio e forza nelle avversità da cui trarre ispirazione.

E non ultimo, servono buone storie, ben scritte, ben congegnate, piacevoli da leggere quanto significative, perché non basta “il messaggio”: le persone hanno diritto di leggere una buona storia, non una favoletta morale.
(Se per caso vi fosse venuta voglia di leggere buona fantascienza con personaggi tridimensionali e storie ben raccontate, Kathryn consiglia Anna Caro, Jack Hollis Marr, Nick Wood, Aliette de Bodard, Larissa Lai, Jacqueline Koyanagi, Morgan J. Locke, James Patrick Kelly, e Nalo Hopkinson. O se siete appassionati di Young Adult, le recensioni di Disability in Kidlit possono essere un ottimo punto di partenza).

Check your privilege, scriveva Chiara.

La narrativa di genere, il luogo del fantastico e dello sconosciuto per eccellenza, tende ad essere incredibilmente anche il terreno dove gli stereotipi fioriscono più facilmente e fanno più fatica a venire riconosciuti e discussi, come alcuni casi recenti nel mondo del fumetto e videogiochi non hanno mancato di dimostrare.

Io per disegnare un’illustrazione ho finito per scoprire un mondo intero. Che poi alla fine non dovrebbe essere proprio quello che fa la fantascienza?

 


 

Fonti per questo post:

Publisher Weekly

Apex Publications – Accessing the Future: An Interview with Editors Kathryn Allan and Djibril al-Ayad

Ask Nicola – Accessing the Future: Disability in SF

Infamous Scribbler – A look at “Accessing the Future”

Different Frontiers

Theaker’s Quarterly Fiction – Accessing the Future: interview with Kathryn Allan and Djibril al-Ayad

Visibility fiction – Interview with Kathryn Allan co-editor of Accessing the Future


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  1. Paolo

    27 luglio

    è sicuramente positivo che chi sceglie di inserire nel suo romanzo dei personaggi disabili cerchi di essere credibile, anche originale evitando di ripetere strade già battute oppure ripercorrendo quelle strade in maniera innovativa.
    Detto questo, mettere un villain affetto da disabilità non è sintomo sempre di pigrizia o di razzismo verso i disabili dato che carenze etiche o morali sono riscontrabili tra i disabili come tra i normodotati della realtà come dell’immaginario.
    Immaginare un mondo futuro dove la tecnologia ovvia alle difficoltà poste dalla disabilità può essere poco originale sul piano narrativo (ma poi chi decide cosa è originale e cosa no?) ma non necessariamente offensivo

  2. Tostoini

    28 luglio

    Sì certo Paolo! Probabilmente sono stata poco chiara io nell’esprimermi, intendevo l’approccio “kalòs kai agathòs” in cui il corpo perfetto dell’eroe bellissimo muscolosissimo e magari pure biondissimo è la metafora della sua perfezione morale a cui fa da controparte lo stigma fisico come indizio visivo di carenze morali (modello Tersite, insomma, visto che ho scomodato i greci 🙂 )

  3. Paolo

    28 luglio

    Devo dire che pur non essendo nè biondissimo nè muscolosissimo gli eroi di questo tipo non mi procurano fastidio comunque oggi non c’è solo il kalos kai agathos nè tutti i villain hanno un aspetto deforme. contrapporre un eroe belloccio a un villain deforme può essere per me un indizio di scarsa fantasia ma non per forza di razzismo. Per me l’importante è che ci sia pluralismo: il kalos kai agathos contrapposto al villain deforme può restare (anche in forme rivisitate, rinnovate) purchè ci siano anche altro nel panorama narrativo (e penso ci sia)

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