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10 motivi per amare Peaches

Un set così colorato da sembrare una scena di Adventure Time, tutine aderenti e peni di stoffa che vengono sballonzolati in aria con ampi movimenti, quanto basta perché Mr. YouTube decida di bloccare la visione in alcuni paesi. Ecco il succo del nuovo video di Peaches, Dick in the air, che conta anche la partecipazione di Margaret Cho, comica statunitense e icona gay, e Alia Shawkat, l’attrice di Arrested Development.

La canzone fa parte del nuovo album Rub, uscito il 25 settembre e disponibile su Spotify. Al disco hanno collaborato Kim Gordon dei Sonic Youth, Feist e la polistrumentista nonché scienziata e artista visuale Simonne Jones, che già ha soccorso Peaches nella costruzione delle scenografie dell’opera rock Peaches does herself e per la stesura del testo di Free Pussy Riot.

Con questo album Peaches sembra essersi emancipata dall’electroclash per abbracciare ritmi più vicini alle tendenze tracciate da artist* come Mykki Blanco, che hanno unito l’hip hop a basi da club music.*

rub

La cover di “Rub”

Dall’ultima fatica musicale, I Feel Cream, sono passati sei anni, durante i quali la cantante non è mai stata ferma, in uno slalom continuo tra progetti collaterali, viaggi e attivismo. A lei dobbiamo il ritorno della scena queer nella musica, questa volta sul versante dell’elettronica e rinverdita da un mix di femminismo, sex-positiveness e umorismo.

Prendendo spunto dal suo lavoro, dalla costruzione della sua immagine e dalle dichiarazioni rilasciate da Peaches stessa, ho raccolto 10 punti per conoscerla meglio, e amarla:

1) Fuck The Pain Away

Titolo dell’omonima canzone. Potrebbe diventare il motto di una vita, o una sana autoimposizione. Quasi un inno della scena electroclash femminista, la canzone è diventata la più famosa del suo repertorio, anche per essere stata inglobata nella colonna sonora di Lost in Translation, film di Sofia Coppola uscito nel 2003.

La canzone costituisce, a mio avviso, una totale rottura con quel tipo di musica che esalta il dolore e lo fa diventare una specie di sacra fonte, dalla quale attingere spunto per la propria arte. Il contrario del blues e la nascita di un atteggiamento sano nei confronti dei problemi della vita. Il testo, fedele alla linea di Peaches, non è elaborato, ma riesce ad avere una forza nella sua semplicità che disarma. Piccola considerazione: non a caso ricorrono le parole “The Teaches of Peaches”.

2) “I don’t have to make the choice”

Recita I U SHE. Il testo è pieno di riferimenti al sesso queer e alla volontà di non obbedire ciecamente ad un ruolo/genere preimostato o assegnatoci automaticamente dalla società. A dire il vero, il tema non è nuovo nel panorama musicale (basti pensare all’ondata di gruppi Queercore degli Anni ’80 per intuire che la questione è stata già affrontata, seppur con altre note e diversi ritmi). La novità apportata da Peaches è stata quella di rendere ballabile e orecchiabile una canzone con un simile riferimento, rendendo esplicito quello che prima era parte solo di una piccola e lontana subcultura.

3) “I wanna get you satisfied”

Verso di Two Guys (For Every Girl). Un po’ sull’onda della canzone precedente, questo pezzo ribalta i generi e i ruoli tra sessi. La cosa più interessante del pezzo è il vocabolario usato da Peaches: le parole sembrerebbero, ad un primo ascolto, quelle di un uomo (cisgender). Ma non lo sono.

Altro fatto degno di nota: il ribaltamento di una ricorrente fantasia sessuale maschile (due donne per un uomo = due uomini per una donna).

4) “Why doesn’t anybody talk about a big pussy?”

Affermazione rilasciata per commentare il testo di Vaginoplasty, in cui Peaches esalta le dimensioni del sesso che desidererebbe avere. Nella stessa intervista la cantante spiega che ha iniziato a prendere in considerazione l’idea di farsi ingrandire la vagina per rompere la regola secondo la quale il sesso della donna dovrebbe essere stretto e verginale (al contrario del seno, che, per obbedire ad una fantasia maschile, viene deformato spesso e volentieri).

Il riferimento agli organi sessuali è sempre presente nell’arte di Peaches. La cosa più interessante è che, grazie all’atteggiamento irriverente della cantante, la sessualità viene rappresentata in maniera gioiosa, goliardica, sarcastica e… colorata.

peaches barbie

5) Free Pussy Riot

Titolo del pezzo con cui Peaches ha coinvolto i suoi fan nella realizzazione di un video di supporto alle militanti russe. L’artista ha dato sempre molto spazio alla causa della band punk Pussy Riot, creando nella città in cui vive (Berlino) una vera e propria rete di attivist*. La proposta del video clip è stata lanciata nell’estate del 2012 su Facebook, quando l’artista ha reso pubblico l’invito alle riprese di “Free Pussy Riot”.
Nella Oderberger Straße (parte nord est della capitale tedesca) si sono ritrovate circa 400 persone in abiti e passamontagna coloratissimi che hanno sfilato in tutto il quartiere.

6) Il supporto alle “piccole” cause

Da menzionare, inoltre, la particolare sensibilità di Peaches verso temi prettamente locali, come il concerto organizzato per il lancio della rivista femminista tedesca Missy Magazine.
Anche in questo caso, è stato bello notare come la cantante canadese abbia preso a cuore l’evento, promuovendo direttamente quello che è stato il concerto per il lancio di Missy Magazine. Nonostante la sua immagine sia stata usata per richiamare l’attenzione del potenziale pubblico, Peaches ha rinunciato al compenso e ha creato un show ad hoc per l’occasione.

7) Peaches does herself

Una “electro-rock opera” in cui la cantante ha raccontato cosa è significato diventare Peaches. Di sicuro lo spirito artistico respirato sin da piccola in famiglia (entrambi i genitori hanno lavorato in teatro) ha avuto un ruolo determinante per l’imbastimento di uno show complesso, che fonde musica, scena, lirica e storytelling. Un viaggio che parte dalla camera da letto, un gioco continuo con la propria identità.

8) Fatherfucker

Terzo album uscito nel 2003. Questo punto meriterebbe un’analisi tutta sua data la ricchezza di temi che incarna. Il titolo ribalta il più classico e abusato termine “motherfucker”. La copertina mostra Peaches con una barba alla Abraham Lincoln, dando così un’introduzione visiva a quelli che sono i temi del disco: una vistosa critica verso l’immagine dell’uomo dominante (di cui George W. Bush è stato in quegli anni la quintessenza), all’eteronormatività, alla rigidità delle categorie sociali.

9) La creazione di una nuova estetica

Peaches è famosa per aver creato un mondo tutto suo, nel quale ha fatto vincere colori e creatività. Attraverso i suoi indumenti di scena scopriamo il suo corpo, la volonta di oscillare tra irriverenza e un’immagine più sensuale – ma per nulla banale – di sé. È quello che ha cercato di fare Lady Gaga per la musica commerciale, provando a dare un’immagine femminile diversa e offrendo il proprio corpo alla sperimentazione. Il risultato, però, non ha creato cambiamenti a lungo termine. Il vantaggio di Peaches sta nel fatto che, pur avendo collaborato con artist* più famos* di lei, non è mai stata divorata dalle dinamiche della pop culture, rimanendo in un equilibrio che le ha permesso di continuare ad osare.

10) Il trionfo della transmedialità

Questa è la conclusione che possiamo trarre dopo aver letto poche semplici note su di lei. Peaches ha mescolato diversi formati e sperimentato con numerose arti. Tutto ciò, però, non è rimasta una pratica isolata. Il risultato del suo lavoro è stato piuttosto la creazione di una sorta di “intelligenza collettiva”, di cooperazione tra divers* artist* provenienti da ambiti diverse, nonché maestanze che hanno preso parte attiva ai suoi show. Il D.I.Y. del XXI secolo è anche questo: subcultura sì, ma inclusione di quanti più soggetti possibili.


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  1. M

    7 novembre

    io adoro Peaches!

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