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Cartoline dal passato: le time capsules

Cartoline dal passato: le time capsules

Strana cosa, la memoria e quel che sceglie di preservare. Non funziona quando si tratta di pagare la bolletta dell’acqua, e se ne sta lì, immobile, fino a quando non ricevo telefonate vagamente minacciose a cui rispondo a mezza voce, scusandomi e promettendo di correre a saldare il debito. Quando invece si tratta di una sciocchezza che potrebbe benissimo essere relegata all’oblio – il testo di una canzone snervante, un commento stupido, un numero di telefono che è stato disattivato circa dieci anni fa – allora funziona perfettamente, riaffacciandosi puntualmente fra i pensieri. Una di queste cose apparentemente inutili è uno status che veniva condiviso su Facebook qualche tempo fa. L’autrice, una persona che non conosco molto bene, rifletteva sulle cose che si trovano nelle tasche delle giacche che non si usano da un po’, considerando questi ritrovamenti quasi come un messaggio lasciato lì dalla se stessa passata per la se stessa futura.
Non so spiegarne il motivo, ma quest’idea mi ronza in testa da allora, forse perché non avevo mai fatto molto caso ai contenuti delle mie tasche. D’altronde, che missiva potrebbero celare scontrini illeggibili, spiccioli e fazzoletti appallottolati? Sono fortunata se trovo delle forcine, o un rossetto che credevo perso. Ma cartoline dalla me passata, questo no.

pioneerplaqueIl concetto dei messaggi dal passato sta alla base delle time capsules. Usate dapprima come uno strumento archeologico destinato alle generazioni future e poi adottato anche da non addetti ai lavori, le time capsules fungono quasi come una fotografia di un determinato momento storico o personale: si selezionano alcuni oggetti, o si stila un messaggio, e lo si pone in un contenitore sigillato e resistente al tempo e alle intemperie, in attesa che questo venga ritrovato ed interpretato a dovere. Un esempio di questo è la Pioneer’s Plaque, un messaggio allegato alle sonde mandate nello spazio, atto a spiegarne la provenienza (ma quasi incomprensibile e poco apprezzato anche dagli umani stessi, come dimostra questo). Ma una time capsule può anche essere strettamente personale, tipo “sotterro alcune cose significative in una scatola che recupererò quando compirò cinquant’anni”, per esempio. Io stessa ho una time capsule, una lettera che ho scritto nel 2006 e mi verrà recapitata nel 2016, a dieci anni dal diploma (argh!). Leggerla sarà molto interessante, se non altro perché l’unica cosa che ricordo di aver scritto sono i paragrafi spesi sul perché ci avessero dato delle matite – e non delle penne – per scrivere una lettera che si sarebbe dovuta conservare per dieci anni nel clima umidissimo e subtropicale di Hong Kong (sono sempre stata una che si concentra sulle cose fondamentali). FutureMe ancora non esisteva.

Andy-Warhol-Time-Capsule-262-300-dpiProprio per la sua resistenza al tempo che passa (matite a parte) e la capacità di riportare a galla ricordi ed emozioni, l’idea di una time capsule personale è molto affascinante, e come tale, è stata impiegata da diversi artisti. Le time capsules più famose sono probabilmente quelle di Andy Warhol, che ha lasciato scatole su scatole sigillate che sono state riaperte solo qualche anno fa. In esse è stato trovato di tutto: foto, disegni, ritagli di giornale, lettere, inviti, annotazioni e addirittura una scatola di latta piena di unghie, speditagli da un suo fan. Se da una parte questa può sembrare l’ennesima autocelebrazione ad opera dell’artista, d’altra parte alcuni curatori vedono nel contenuto delle scatole tracce di un Warhol privato, off the record, e non del personaggio che tutti conosciamo. Ne potete aprire una qui.

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Un approccio simile nei confronti di tutto ciò che per natura è transitorio ed effimero viene da un’artista che purtroppo è molto poco conosciuta, Candy Jernigan. Mentre si prepara a partire per l’Europa, decide di tenere un diario per dimostrare che il suo viaggio è realmente accaduto. La prova sta negli scontrini, biglietti del cinema, fiori secchi e pacchetti di sigarette che appiccica sul suo diario. Tutte cose apparentemente insignificanti, che però sono in grado di tracciare il viaggio e convalidare il fatto di essere in Europa, di essere viva. Perché, in fondo, si tratta di questo: lasciare una scia di sé che sia meno caduca dell’esistenza stessa. Certo, si potrebbe obiettare che forse questo è lo scopo ultimo di tutte le arti, ma l’annotare o il conservare tutto in una specie di archivio evidenzia questa funzione in modo particolare.

jernigan

E sono esattamente l’archivio e la catalogazione a caratterizzare l’opera di Susan Hiller From The Freud Museum, esposta alla Tate Modern. Un’artista con un passato da antropologa, Hiller ha raccolto alcuni oggetti in scatole di cartone, senza rivelare il criterio secondo i quali li ha disposti, lasciando quindi a noi il compito di vestire nei panni di un antropologo-archeologo e dunque decifrare l’eventuale significato racchiuso nel contenuto delle scatole.
freudmuseum
Frammenti di passato, messaggi per il futuro: c’e stato un momento in cui anch’io – e probabilmente anche molt* di voi – ho preso nota di tutto, conservando ogni traccia, ogni prova, o quasi: penso ai miei vecchi diari dal dorso quasi spezzato, zeppi di scontrini, graffette, bustine di zucchero, etichette, testi di canzoni, cronache concitate di giornate assolutamente ordinarie. Cosa mi spingeva a farlo?, mi sono chiesta qualche tempo fa. Lo facevano tutt*, è stata la risposta. Ma perché? Inconsciamente, credo, per lasciare una traccia di me. Per provare a trovare il senso in cose che allora sembravano inspiegabili, insormontabili. Per ricordare. Per lasciare “in eredità” a quella che sarei diventata qualcosa di più di un rossetto o una forcina.


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  1. Valivi

    9 gennaio

    http://centauraumanista.wordpress.com/2013/12/02/il-fascino-della-decomposizione-dieter-e-bjorn-roth-e-figlio-allhangar-bicocca/

    Dieter Roth è un artista e poeta artistico che ha rivoluzionato il mondo dell’arte aprendo le porte dei musei ai materiali decomponibili come spezie, alimenti, scarti destinati alla spazzatura e formaggio ammuffito.

    Egli ha deciso di collezionare in ordine cronologico e in buste di plastica trasparente ogni sorta di materiale di scarto: strofinacci, scontrini, etichette, cartacce, schifezze di plastica raccolte da terra e.. sì, anche un fazzoletto sporco di feci umane (potete immaginare lo schifo provato quando le mie manine si sono appoggiate sulla busta contenente l’insolita reliquia!).
    Lo scopo dell’opera è di realizzare un’autobiografia attraverso gli oggetti di scarto con cui è venuto in contatto e di riflettere sull’enorme quantità di oggetti progettati appositamente per essere scartati.

    Le raccolte degli artisti che avete citato sono sicuramente più piacevoli da osservare, però anche il contributo di Roth secondo me è interessante.

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