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Some Prefer Cake 2014 – Concludendo

di Emanuela De Siati

Venerdì a Some Prefer Cake 2014. Lascio Martina con i suoi panini, aggancio il pass di addetta stampa alla maglietta, scorgo il banchetto dei libri ed ecco una meraviglia: Sorella Outsider, Gli scritti politici di Audre Lorde. Lo compro e lo infilo nello zaino. Sarà un fido compagno fra un film e l’altro.

Partono le prime visioni. Ore 14:00: Alice Walker: Beauty In Truth. Forse il migliore fra i documentari presentati, ci offre un ritratto completo e appassionante della vita e delle peripezie letterarie di quella incredibile donna, scrittrice, femminista e attivista per i diritti umani che fu Alice Walker. Grazie al suo famosissimo e controverso Il colore viola, Alice Walker fu la prima donna di colore a vincere il premio Pulitzer. Il colore viola provocò a suo tempo un grandissimo scandalo all’interno della stessa comunità di colore, perché, oltre a parlare di omosessualità femminile e incesto, denunciava la violenza domestica che subivano le donne afroamericane dai loro mariti, una violenza la cui esistenza era sentita come scomoda dal movimento per i diritti civili dei neri. Non potendo dare la colpa all’uomo bianco, il movimento si rivoltò contro Walker, che ne soffrì socialmente e personalmente. Decisamente da vedere.

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Proseguono le visioni con il corto Vagina is the Warmest Color, una simpatica parodia della già famosa Anna Margarita Albelo (Who’s Afraid of Vagina Woolf) del film vincitore della Palma d’Oro La Vie d’Adèle. Vedere un’Adèle vestita da gigantesca vagina rimettere in scena (in modo esagerato) le scene centrali del film è effettivamente piuttosto divertente.

Di seguito Foot for Love: The Thokozani Football Club in Paris, di Elise Lobry e Veronica Noseda. Questo documentario ci racconta delle Dégommeuses – che non sono solo una squadra di calcio parigina, ma un’associazione che lotta contro le discriminazioni sessuali – e del loro progetto di gemellaggio con una squadra di calcio femminile sudafricana, il Thokozani Football Club del titolo. Le Dégommeuses erano poi ospiti al festival e si sono fermate dopo la proiezione per rispondere alle domande sulla loro associazione e le attività che portano avanti, fra cui accogliere e aiutare rifugiate scappate dai propri paesi perché a rischio di arresto o persecuzione per il proprio orientamento sessuale.

A seguire è stato proiettato Thokozani Football Club: Team Spirit, il racconto onesto e diretto delle componenti di questa squadra sudafricana composta quasi completamente da donne e ragazze lesbiche. Più che una squadra, il Thokozani è una grande famiglia, che accoglie le ragazze scappate o cacciate di casa a causa dell’omofobia dei familiari e fornisce loro protezione contro quello strumento terribile che è lo stupro “correttivo”, molto diffuso in Sud Africa, e di cui sono vittime centinaia di donne lesbiche ogni anno. Una realtà difficile in cui vivere che deve essere raccontata più spesso, specialmente a noi che, in verità, ce l’abbiamo molto più “facile”. Dopotutto, io non rischio la vita ogni giorno solo perché mi piacciono le donne.

Alle 18:00 partita amichevole tra le Fuoricampo e le Dégommeuses, ma non potendo essere ovunque, a malincuore me la perdo a favore del documentario Haru, Island Of The Solitary, che mi ha regalato un’idea che esprimo spesso ad alta voce: “Mizzica andrei a vivere su un’isola deserta!”. Ecco, queste due signore l’hanno fatto davvero su un’isola della Finlandia, attratte da condizioni atmosferiche piuttosto impegnative e spettacolari. Un rifugio da riparare spesso, pesca per sopravvivere, un elicottero che arriva non troppo spesso e tanto silenzio. Più rumore interiore. Le protagoniste non sono due belle sconosciute ma l’illustratrice Tove Jansson, creatrice dei Moomin, i simpatici animaletti mascotte delle Finlandia, e la compagna, anche lei artista grafica Tuulikki Pietilä.

Stavolta la sera porta con sé due bei lungometraggi narrativi. Il primo è Tru Love, dal titolo poco promettente per la banalità ma abbastanza piacevole da guardare, che racconta la semplice storia di due donne, una trentacinquenne e una sessantenne, che si incontrano in circostanze casuali e sono istantaneamente affascinate l’una dall’altra. Il Canada sforna ottimi film per i contenuti e si fa apprezzare per un alto grado di civiltà sociale riguardo questi temi. Il film è un deciso invito ad apprezzare la vita fino all’ultimo istante, ad aprire il cuore per poter aprire la mente se vogliamo davvero essere amati, nonostante le ferite che tutti abbiamo, chi più, chi meno. L’unico particolare scoraggiante è il vestiario fatto da cappottoni, pellicce e lana pesante delle protagoniste. Ma quanto freddo fa in Canada?

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L’ultimo film della serata è Ang huling cha-cha ni Anita (Anita’s Last Cha-Cha-Cha – Filippine, 2013) di Sigrid Andrea P. Bernardo. Questo lungometraggio è stato la grande rivelazione della giornata. Raccontata con umorismo e tenerezza, troviamo la storia di Anita, una bambina di 12 anni un po’ maschiaccio, che si innamora perdutamente di una donna che torna al villaggio e che era stata protagonista di scandalo in passato. La piccola Anita e i suoi due amichetti si trovano inaspettatamente coinvolti in dinamiche quasi da adulti, ma lo fanno con una tenerezza e un’innocenza tipica dei bambini, rendendo il tutto davvero adorabile. Aggiungete a ciò l’allegria e la vivacità delle tradizioni filippine, insieme alla loro ossessione per il ballo (samba e cha cha cha) e alle esilaranti riunioni delle pettegole del villaggio, ecco che abbiamo un film delicato, un po’ triste, visivamente bellissimo, divertente, adorabile e, a modo suo, profondo.

La giornata di sabato inizia, invece, con un elenco di corti: O Olho e o Zarolho, che dal Brasile si chiede se si possano avere due mamme (risposta: sì), Bonne Espérance (Svizzera), Candy Cravings (Finlandia), Goodnight My Love (Stati Uniti), Gleisdreieck (Cile) e Georgena Terry (Stati Uniti), un documentario sull’industria delle biciclette e sulla proposta di creare una struttura specifica per il corpo della donna. In questi casi la domanda sorge spontanea: quanti oggetti comuni sono stati pensati per la donna? Ad iniziare dallo specchio sul lavandino la risposta è scontata, chiedetelo a mia madre.

Si continua con Die Katze tanzt, che racconta il giorno dell’addio al nubilato di una ragazza e della sua migliore amica. L’interrogativo suscitato da questo film è quante “amiche del cuore” siano solo delle codarde che preferiscono rinunciare all’amore per una vita convenzionale e ipocrita.

A seguire: I Love Her (troppo breve perché possa raccontare davvero qualcosa), Dream Date (mettiamola così: ha un finale che è un po’ un anticlimax), Orbitas (animazione mozzafiato, questo sì) e Mujeres de buen vivir con la regia di Cecilia Montaug (Spagna). Mi soffermo su quest’ultimo, interessante per aver raccontato la vita delle lesbiche nel periodo franchista. La regista e la produttrice erano presenti in sala a disposizione del pubblico per eventuali domande e hanno dichiarato che il loro intento non era solo raccontare il lesbismo durante il periodo franchista, ma anche portare al grande pubblico i risultati di una ricerca accademica, risultati che nella maggioranza dei casi non riescono ad uscire dalle porte delle università. Una delle protagoniste del documentario racconta con incalzante ironia i suoi ricordi da ragazza, ed è esilarante sapere che in questo periodo buio, gay e lesbiche adulti prendevano il nome in codice di librai e libraie, mentre i/le più giovani venivano chiamat* fumetti: va quindi quasi da sé che l’ambiente LGBT venisse chiamato “libreria”. Non si finisce mai d’imparare. Molto bello, comunque, il momento in cui la signora esclama: “Come sono nata presto! Se fossi giovane adesso urlerei a tutti: ‘Amo la mia amica!’ e se agli altri non piacesse fatti loro. La libertà che avete adesso è bellissima”.

E su queste note di benvenuto entusiasmo e voglia di vivere delle ragazze di altri tempi, la giornata continua con un interessante documentario su Violette Leduc, importante autrice francese ai tempi di Simone de Beauvoir. Vita travagliata, malinconia che diventa disperazione che diventa voglia di vivere al massimo: Violette Leduc, la chasse à l’amour, regia di Esther Hoffenberg.

A questo punto avrebbe dovuto venir proiettato, Born to Fly: Elizabeth Streb vs. Gravity, ma per problemi tecnici la visione è stata rimandata al giorno dopo. Sfasando dal cronologico, vi dico già che Born to Fly mi ha fatto venire la voglia di andare urgentemente ad iscrivermi in palestra. Un gruppo di macchine da guerra, ballerini super potenziati, si tuffano attraverso vetri, camminano su muri ad altezze improponibili e tanto altro ancora. Fanno parte del collettivo di Streb capitanati da un’impavida Elizabeth Streb, ideatrice dell’azione estrema. “Ad un certo punto ti accorgi che prima di domandarti “Che cosa?”, viene l’azione”.

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Il film migliore del sabato è certamente Reaching For The Moon (Flores raras – Brasile, 2013) di Bruno Barreto. La storia della poeta Elizabeth Bishop e Lota de Macedo Soares, architetta visionaria, e della loro travagliata storia d’amore. Nonostante la fretta con cui è stata trattata tutta la prima parte della trama, e a causa della quale sembra quasi illogico il loro incontrarsi un giorno e innamorarsi un altro, la seconda metà del film scorre bene, con entusiasmo e un’ottima sceneggiatura, fra l’ironico e il drammatico, aiutata anche dalle performance delle due attrici principali, che hanno fatto giustizia ai personaggi storici di cui vestono i panni. Anche qui, finito il film, la voglia di correre in libreria e rifornirsi di tutti i libri di poesia di Elizabeth Bishop è dura da combattere.

Dopo qualche ora di sonno, si ritorna sulle scene, che stavolta iniziano presto per recuperare i problemi tecnici del giorno prima. Questa domenica il festival ci offre inizialmente una combinazione di corti e documentari alternati. Prima una serie di cortometraggi: Le pietre e l’Amore, di produzione italiana (finalmente!), La tricia o cómo curar la tristeza (Messico), Double Bind #3 (Francia).

Poi, l’interessante documentario sulla vita e le opere della scrittrice chicana Gloria Anzaldúa ALTAR. Cruzando Fronteras, Building Bridges (regia di Paola Zaccaria – Daniele Basilio – Italia, 2009).

A seguire abbiamo i corti Milk and Vodka (Australia), Ojos que no ven (Stati Uniti), il documentario sulla pittrice visionaria The Worlds of Bernice Bing (U.S.A.), Hero Mars (U.S.A.) e il ribelle documentario Kumbia Queers: Moe Lourde Bitte! (Germania).

Siamo ormai alle battute finali ed ecco gli ultimi due lungometraggi narrativi. Il primo è Broken Gardenias (Stati Uniti). La qualità narrativa non è ottima ma forse le intenzioni sì. Se una ragazza nerd incontra una lesbica dal carattere deciso succede che queste due si mettono in viaggio per Los Angeles alla ricerca del padre e di se stesse. 

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L’ultimo film presentato è invece Lengua materna con la regia di Liliana Paolinelli (Argentina, 2010), la stessa regista di Amar Es Bendito, proiettato il giovedì. Un racconto di tutti i giorni: una madre che scopre che la figlia ha una relazione con un’altra donna. O le mamme sono cieche e non conoscono i propri figli o questi sanno mentire bene. Cosa accadrà? Le mamme accetteranno la situazione o accetteranno i figli nel senso più materiale del termine? Di solito è sempre un’aspettativa di cui non si possono prevedere i risvolti. Si può recitare un rosario per allentare la tensione. Il film si distingue per la capacità di rendere il racconto in maniera tragicomica, un tratto che a quanto pare è tipico della regista in questione.

Come sapete (o forse no) alla fine di Some Prefer Cake viene fatto un po’ il quadro della situazione, e vengono assegnati lodi e bacchettate durante una premiazione. Quindi, senza rullo di tamburi, la giuria di qualità ha premiato il film statunitense Foxy Merkins (la mia collega non sarebbe d’accordo), il documentario francese Violette Leduc, la chasse à l’amour e il corto brasiliano O Olho e o Zarolho.

Il premio del pubblico, ovvero le votazioni più alte che noi spettatori abbiamo consegnato alla fine di ogni proiezione, sono state assegnate a: Reaching for the Moon di Bruno Barreto, presentato in anteprima nazionale al festival, per i lungometraggi; per i documentari ad Alice Walker: Beauty In Truth di Pratibha Parmar e per i cortometraggi Orbitas di Jaime Maestro.

Quest’anno sono stati proiettati in tutto ben 46 film. Abbiamo visto ospiti internazionali come: Esther Hoffenberg, regista di Violette Leduc, la chasse à l’amour; Boel Westin, biografa di Tove Jansson e autrice, tra gli altri, del recente volume Tove Jansson. Life, Art, Words; Adele Tulli, giovane regista vincitrice nel 2011 del premio per il Miglior documentario al Torino Gay e Lesbian Film Festival; l’attivista femminista parigina Thérèse Clerc, un’arzilla signora di 86 anni protagonista del film Rebel Menopause; e la regista Cecilia Montagut, che ha diretto il documentario Mujeres de buen vivir.

Inoltre, all’interno di questo evento ormai annuale, sono stati presentati i libri tradotti di Audre Lorde (Zami. Così riscrivo il mio nome e Sorella Outsider), vendute magliette bellissime, la mia collega ha partecipato con entusiasmo ad un workshop di Tango Queer che si teneva la mattina in una saletta contigua, molte hanno fatto amicizia e le presenze sono state all’incirca 6000.

Voglio riportare qui una frase del libro di Audre Lorde che sto leggendo, a mio avviso molto vera:

“Sarei morta, presto o tardi, che avessi parlato o no. I miei silenzi non mi avevano protetta. Il vostro silenzio non vi proteggerà. Invece con ogni parola vera detta, con ogni tentativo di dire quelle verità di cui ancora vado alla ricerca, avevo preso contatto con altre donne per esaminare insieme le parole più adatte a dire un mondo in cui tutte crediamo. A costruire un ponte sulle nostre differenze. Ed erano tutte quelle donne a darmi forza e a mettermi in grado di analizzare gli elementi essenziali della mia vita”.

Quindi ringraziamo ancora una volta Some Prefer Cake, che ogni anno da otto anni ci dà l’opportunità di confrontarci, trovarci e crescere insieme, di scoprire autrici e realtà ancora sconosciute, e di divertirci ritrovandoci (o meno) sul grande schermo, consapevoli che la rappresentazione è una necessità, ma se fatta bene, diventa arte. Se fatta male, avremo sempre delle storie divertenti da raccontare.
Ecco, non ho altro da aggiungere. Al prossimo festival!


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