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Quel che l’acqua le ha dato: Frida Kahlo nel...

Quel che l’acqua le ha dato: Frida Kahlo nella vasca da bagno

La storia (history) dell’arte è fatta di tante storie (stories), più o meno vere, più o meno plausibili. E questa storia, poco importa se è solo una mia invenzione, a me piace immaginarla così.

È un freddo pomeriggio del novembre 1938, in una camera d’albergo di New York, e lei è nella stanza da bagno. Si gode il silenzio, la solitudine, dopo giorni fatti di chiacchiere e convenevoli, in cui il suo ruolo è quello dell’animale esotico, la moglie del famoso artista che, guarda un po’, sa dipingere anche lei (eccome, se sa dipingere, si dicono i galleristi mentre guardano le sue tele, i suoi colori, le sue sopracciglia). I vestiti sono per terra. La gonna, la sottogonna, la camicetta, lo scialle colorato, la pesante collana che le ha regalato Diego, ora sono solo un mucchio in un angolo. Solo i capelli sono ancora perfettamente intrecciati, quasi una corona che la fa camminare a testa alta, fiera, regale. Le trecce e il rossetto rosso, e nient’altro.

I piedi sono ancorati alle piastrelle di ceramica, fermi da così tanto tempo da essersi quasi incollati a quella superficie liscia e fredda. Sigaretta fra le dita, ascolta il borbottio dell’acqua farsi sempre più attutito mentre aspetta che la vasca si riempia. La cenere cade sul pavimento mentre il suo sguardo vaga attraverso la stanza. Le piastrelline del pavimento, esagoni bianchi che a intervalli ben precisi cedono il posto ad un esagono nero, il biancore lucido della vasca da bagno ormai quasi colma, lo scintillio dei rubinetti d’acciaio, le lampadine sopra lo specchio. Chiude il rubinetto, ed è un attimo: la gamba destra – quella più debole, quella più corta – striscia contro la sinistra, in quel che è quasi un passo di danza. Testa l’acqua con l’alluce, vi immerge il piede e poi la gamba, sposta il peso e poi l’altra gamba e poi, sigaretta ormai per terra, scivola dentro la vasca.

Si lascia andare. Appoggia la schiena, inclina la testa contro il bordo, stira le gambe. Permette all’acqua di accoglierla.
L’acqua avvolge, l’acqua trasporta, l’acqua purifica, l’acqua consacra. L’acqua fa brillare le sue cicatrici come se fossero di nuovo fresche, l’acqua fa emergere ricordi e paure. La sua infanzia, la sua famiglia, le sue radici al di là dell’oceano. Un grattacielo, come quelli di cui è circondata qui a New York. Vulcani e fiori di cactus, scheletri e conchiglie. Un vestito che fluttua in superficie. L’acqua uccide. Un uomo con una maschera, un corpo (un cadavere?) di donna gonfio e giallastro, una corda intorno al collo. Su essa sta in bilico un minuscolo acrobata, in compagnia di ragni e di vermi. E poi le sue gambe, i suoi piedi dalle unghie laccate di rosso.

quel che l'acqua mi ha dato
Quel che l’acqua mi ha dato (o Ciò che ho visto nell’acqua, 1938) non è solo un quadro. È un flusso di coscienza, un sommario dell’opera di Frida Kahlo, della sua vita e dei suoi traumi. È lo specchio dei suoi sogni ed incubi, un compendio del suo passato ed un punto di partenza per i suoi quadri futuri. Ricorrono gli elementi chiave della sua opera: le origini, le radici, la tradizione messicana, i simboli, il dolore. Ci sono dettagli presi da alcuni quadri precedenti, ed altri che invece si ripresenteranno nei prossimi, ad anni di distanza, come se fra le immagini emerse dall’acqua ci fossero anche premonizioni, idee in divenire.

Il grande assente è il marito, Diego Rivera, quasi un’accettazione da parte dell’artista dell’inevitabilità del loro divorzio, che infatti avverrà nel 1939. Manca anche il suo autoritratto, leitmotiv della sua opera; non c’è nemmeno una figura dalle sopracciglia accentuate, che di solito serve ad indicare la sua presenza. La traccia è nel piede destro, reso deforme dalla polio e, almeno nel quadro, ferito. È così che sappiamo che quei piedi sono i suoi, che le immagini che affiorano dall’acqua sono sue. Ma per saperlo, per capirlo, dobbiamo condividere il suo punto di vista, guardando quei piedi come se fossero i nostri – e questa è forse la chiave non solo del quadro, ma dell’opera intera di Frida Kahlo. Ed è per questo che, per vedere appieno ciò che le ha dato l’acqua, in quella stessa vasca, in quella stessa acqua, in qualche modo dobbiamo entrarci anche noi. Anche a costo di inventaci una storia che di vero non ha quasi niente.


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