Crea sito
READING

Una chiacchierata attorno al libro “Oleandro...

Una chiacchierata attorno al libro “Oleandro Bianco” (“White Oleander”) di Janet Fitch

Questo articolo non è un articolo, almeno non nel senso stretto del termine. Non è neanche una recensione, né un intervento di un opinionista. Più banalmente, è una chiacchierata tra due colleghe su un tema specifico: un libro. Mentre raccoglievamo idee sugli articoli da produrre per il tema del mese, saltò fuori che sia io che Marta avevamo letto il libro il questione, e che se a me era piaciuto molto, lei aveva qualche perplessità. Invece di lasciare ad una delle due il compito di scriverne una recensione e all’altra di aprire il dibattito nella sezione commenti, abbiamo deciso di recensire, se così si può dire, il libro attraverso la forma del dibattito. Qui sotto riportiamo cosa ne è venuto fuori, e la sezione commenti la lasciamo a voi. Buona lettura!

white oleander

Edizione originale del libro

MC: Vorrei che iniziassi tu, perché sicuramente hai la memoria più fresca di e me e anche perché non so da dove cominciare.

MM: Io ti chiederei subito a bruciapelo, visto che mi sembra di aver capito che il libro a te è piaciuto molto: perché ti è piaciuto così tanto?

MC: Mh. Credo in parte dipenda anche dal momento nel quale l’ho letto: avevo 19 o 20 anni, frequentavo l’università a Torino, lontano da casa. Poter vivere in una città che non è la tua città natale quando sei ancora govane e stai *crescendo e cambiando* secondo me è un’ottima cosa. Ti rende capace di vedere le cose per come stanno, visto che sei ad una (più o meno) giusta distanza. White Oleander per me è stato un po’ quello, mi ha permesso di capire cose su me stessa e mia madre, in un momento nel quale potevo permettermi di rifletterci sopra. Rilancio: a te cosa non ha convinto?

MM: La spocchia della madre. L’ho trovato un libro molto godibile e ben scritto, proprio piacevole da leggere, ma la figura della madre mi è sembrata veramente un cliché: troppo bella, troppo perfida, troppo magnetica. Tutto troppo. Mi ha un po’ ricordato (paragone becerissimo) la figura di Alison in Pretty Little Liars, la stronza manipolatrice dalla quale non riesci a staccare gli occhi, nonostante ti stia facendo a pezzetti. Ovvio che la figlia ne subisca il fascino, ma che anche gli altri personaggi, nessuno escluso, pendano dalle sue labbra (senza nessuna solida ragione a latere della sua incredibile avvenenza) mi causava una certa orticaria.

MC: Capisco, eppure ho conosciuto di queste persone. Capisco anche che non risultino (anche per me è così) simpatiche, eppure c’è qualcosa di affascinante nell’avere a che fare con qualcuno che è così sfacciatamente se stesso, e se ne frega di quello che pensano gli altri. Specialmente al giorno d’oggi e tra i giovani, mi sembra che siamo sempre più chiamati ad avere una nostra visione del mondo che risponda a determinati canoni estetici, e quando qualcuno lo fa, la reazione è proprio questa: da una parte ne siamo attratti, dall’altra parte repulsi. Penso sia interessante avere la possibilità, diciamo così, di gravitare intorno a queste persone, ma certo avere una madre così dev’essere un incubo. Secondo me potremmo staccarci dal caso specifico e riflettere sul fatto che tutte le madri influenzano, volenti o nolenti, la prole, no? Io me ne resi conto davvero solo leggendo il libro, prima non ci avevo mai riflettuto molto.

MM: Mi ci stai facendo riflettere ora tu (ciao, ho quasi 29 anni e ciao, mamma!). Non ho idea di come possano avermi influenzata i miei genitori, e nello specifico mia madre. Non ci ho mai riflettuto molto sopra perché, pur avendo avuto – come tutt* credo – i nostri bei conflitti negli anni dell’adolescenza, sono cresciuta abbastanza nel loro solco, per molti aspetti. L’influenza la vedo solo volta al positivo, nell’accezione di cose che mi hanno trasmesso eccetera eccetera.

MC: Beh, meglio così!Il mio rapporto con i miei è abbastanza contrastato invece, probabilmente perché avevo/ho un forte senso d’identità che differiva/differisce da come volevano loro. Non finirò mai di lavorarci su, temo. Una cosa che mi piace del libro è che riesce a rendere i sentimenti di Astrid in maniera onesta al riguardo: il desiderio di staccarsi dalla madre e di essere una persona a sé stante, ma allo stesso tempo c’è il desiderio di essere vista, accettata, amata. Penso che nel corso del libro compia un bel percorso di crescita, sviluppando un sano distacco. Tu che ne pensi?

MM: Che il personaggio di Astrid mi ha fatto veramente una tenerezza infinita, in particolare quando si trova ad affrontare le accolite della madre e quando la seconda madre affidataria si suicida. Povera stellina. La parte in cui lei si emancipa, le valigie che crea, l’identità che plasma: come dici tu, compie un gran bel percorso di crescita. Veramente ammirevole, considerate le basi e le varie tragiche situazioni.

MC: Sì. Una cosa buona, che la madre credo abbia fatto per lei, è stato inculcarle sin da subito un qual certo amor proprio. Affronta situazioni veramente difficili, quasi crudeli a livello personale, eppure riesce sempre ad appropriarsene in qualche modo, non le subisce mai. Trova sempre in sé la chiave del cambiamento che le permette di reagire a ciò che le succede intorno. Una cosa che le invidio ancora molto, visto che invece io ho la tendenza a racchiudermi in me stessa, aspettando che passi. Paradossamente, Astrid NON è una vittima, la madre lo è, vittima di se stessa. Sei d’accordo?

MM: Assolutamente, perché Astrid riesce a trarre il meglio dalle peggiori situazioni, mentre la madre subisce passivamente e nel peggiore dei modi una situazione assolutamente comune come l’abbandono di un uomo, reagendo in maniera assolutamente sconsiderata, completamente devastata dal fatto che – parbleu – possa non essere desiderata da qualcuno. Astrid invece nel suo “tenere botta” ovunque, dimostra d’essere la “vera vichinga”. Ma in un modo nuovo, non chiuso e sterotipato come quello di sua madre. Umano, insomma. Impossibile non “tifare” per lei, ma senza pietismi.

MC: Un altro degli errori letali della madre è quello di di arroccarsi nel suo credo senza cedere mai, hai presente? Mentre Astrid mette in discussione tutto e tutti, Ingrid (la madre) continuerà sempre a sostenere la sua ragione, come dici tu, assolutamente cieca a chiunque altro. A prescindere dalle peculiarità che rendono il personaggio tale, io vedo e (se n’è parlato un po’ anche su SR) *percepisco* un narcisismo dilagante e crescente nella società odierna. Il personaggio di Ingrid ne è affetto in maniera esasperata e nevrotica, certo, ma nei giorni in cui mi sento particolarmente pessimista non mi sembra un personaggio così lontano dalla realtà. Questo era uno spunto di riflessione, la nuova domanda è: secondo te è inevitabile che la crescita comporti il fossilizzarsi dei credo, dei comportamenti, dei valori, come nel caso di Ingrid? Io spero di poter sempre essere aperta, come tu dici di Astrid. Non ti sembra che la società ci vorrebbe tutti un po’ più Ingrid e meno Astrid? O quanto meno, a me sembra che andiamo verso quella direzione…

MM: Sì, secondo me (ma non saprei dirti se è una pulsione esercitata dalla società) è più diffuso l’arroccarsi di Ingrid che la vulnerabilità e l’apertura di Astrid. Quando al narcisismo, quello di Astrid è una versione particolare e non replicabile (lei è già bella, non deve impegnarcisi e migliorarsi, io vedo più diffuso questo, che la sua statuaria e incredibile avvenenza) ma il “sei bell* e così sei a posto”, luce verde per tutto il resto, mi pare spunti con una certa frequenza qua e là.

MC: Nel testo si parla, in modo trasversale, anche di “caduta degli ideali: le cose che volevi o credevi di essere da bambino e come diventerai da grande”. La relazione di Astrid con il tipo sposato è un esempio, ma anche come ci si distacca dalla figura materna e solo riuscendo a farlo se ne vedono i tic, ma anche le bellezze.

MM: Credo che in questo caso Astrid non abbia potuto scegliere, e probabilmente sia “la cosa peggiore” che le abbia fatto la madre, con il suo egoismo.

MC: Il crollo della persona che Astrid credeva di essere (perché lei lo voleva, ma anche perché le persone intorno a lei – aka la madre – lo volevano, penso che sia una parte importante nel percorso di crescita delle ragazze: c’è sempre un momento nel quale fai le cose e non sai bene se le fai per te o per i tuoi, no? E poi c’è il momento nel quale le fai per essere parte di un gruppo, e nel mezzo di tutto ciò cerchi di trovare te stessa, o qualcosa di simile). Sto delirando?

MM: No, e credo che questo sia il caso in cui cerca di “uniformarsi” al gruppo dell’ultima casa (le russe, per intendersi); ma alla fine è una non-scelta, le tocca semplicemente adattarsi alla situazione in cui l’hanno infilata, nel senso che tutte le scelte che si è trovata a fare sono dipese dall’atto della madre: i servizi sociali, le case eccetera.

MC: Vero. Ma per esempio la storia con il tipo: lei prima insulta la sua coetanea figlia della signora che la ospita dicendo che “lei non diventerà certo così” ma poi invece ci sta con il patrigno, che per certi aspetti è anche peggio (sto iniziando a vedere tutto questo, inclusi i passaggi di case, come un’enorme metafora e forse questo imbellisce troppo il libro ahahah).

MM: Una metafora di?

MC: L’adolescenza, credo. E il passaggio all’età adulta di nuovo: il suo essere schizzinosa con la tipa e poi anche lei compromettere i suoi valori morali, in parte, perché apprende la lezione che niente è bianco o nero.

MM: Ma probabile che lo sia!

MC: I passaggi di case le insegnano tutti qualcosa e potrebbero essere tutti le fasi che attraversiamo nell’adolescenza. Fighissimo!

MM: Sì, però vero che anche l’adolescenza non te la scegli, e probabimente ampia parte di quello che ti succede non lo puoi governare, ma non riesco a togliermi dalla testa il pregiudizio della madre che l’ha incasinata a gogò. Non che nessuno nasca immacolato e privo di condizionamenti, ma qui madre ci ha dato ampiamente del suo (inizio a pensare d’esser stata un po’ troppo fortunata).

MC: Sì! Concordo! E penso anche che quello che Astrid fa, stando con il tipo, sia sì un atto di disperazione e solitudine, ma anche un po’ di ribellione nei confronti della madre, anche se a livello inconscio.

MM: Tipo anche quando si trucca e taglia i capelli e ci sta tutto, povera stellina.

MC: Quando è in riformatorio? Lì non è per far paura alla bulla?

MM: Anche, ma pensavo più a quando inizia a vestirsi solo di nero e si trucca pesantemente. In riformatorio mi sembrava più una scelta anti-estetica, mentre dopo la scelta di un’altra estetica. Un canone assolutamente speculare rispetto alla madre.

MC: Aaaah ok, sì ci sta, la trasformazione è completa, ormai è una persona a sé.
Torniamo al cambio di case: personalmente ero sconvolta dall’affresco fatto dall’autrice, specie quando Astrid finisce in casa con la tipa che non le fa mangiare (GURL) e mi chiedevo QUANTO potesse esserci di vero, e a che scopo servissero le cose fittizie (che ci saranno anche quelle, ovviamente). Pareri?

MM: La mia opinione è basata su film e telefim che hanno trattato (anche marginalmente) l’argomento, ma credo che ci possa essere tanto di vero (ciao Shane di L Word, sto pensando a te!).

MC: Mmmh, dicci di più.

MM: Molto spesso, le storie che trattano ragazzi in affido son intrise di drama. Tipo in L Word la ragazza in questione veniva sballottata da casa famiglia a casa famiglia. So che ora hanno fatto un telefilm zuccheroso sul tema, The Fosters.

MC: Ah sì, questo sì, ma l’unica a cui ho creduto veramente io è la prima; e poi Claire, quella che si suicida.

MM: Ecco, lì la trama per cui la madre è così manipolatrice che addirittura convince la foster Mom a suicidarsi l’ho trovata veramente debole.

MC: Ahahah probabilmente serviva per far andare avanti la storia, suona forzata anche a me… Però poi penso a tutte le cose atroci che le persone fanno e non mi sembra così implausibile. Pensa a tutti i poveri ragazzi gay che si suicidano per quegli stronzi dei compagni. Ci sono davvero troppi esempi, purtroppo.

MM: Già. Ma solo perché è molto bella e molto magnetica? Questo mi pare un po’ troppo. Il che ci porta a società = ha alla fine costruito una società in cui questo poteva accadere. È la nostra? Io non credo.

MC: Mh, adesso non ricordo bene, ma penso le faccia tutto un discorso sulla *gioia dell’essere fertile ed avere figli propri*? Sì, probabilmente nessuno è così aperto (nel senso di vulnerabile /influenzabile dagli altri da poter far sì che succeda una cosa del genere) a meno che tu non sia un adolescente ASTRID STA QUINDI UCCIDENDO UNA PARTE DI SÉ? MMMMH?

MM: Non ci avevo pensato, ma potrebbe essere una lettura. Secondo me però la madre è semplicemente stronza.

MC: MADONNA MARTA QUESTO È UN TRIP BELLISSIMO.
La madre è stronza. E sul cambio di case/società, mi viene difficile parlarne senza ricorrere a stereotipi, o meglio senza dire ovvietà. A meno che tu non abbia interventi significativi al riguardo, potremmo allora parlare di se sia facile/difficile scriverne senza scivolare nel kitsch, e a quanto questo serva la storia? È evidente che le famiglie e le dinamiche descritte servono per fare da contorno e distinguere Astrid nel bene e nel male, ma credi che “nei contorni” ci sia qualcosa che valeva la pena discutere/segnalare? Io li ho trovati comunque affascinanti, ma l’ho letto da adolescente.

MM: Alla fine, l’hai detto anche tu, il mondo è pieno di persone stronze.

MC: Sì, è vero.

MM: È affascinante che incontri un’umanità così diversa e”consistente” rispetto alla madre, rispetto alla vita che avrebbe fatto (dorata, anzi bianca, artefatta) se nulla fosse successo. Probabilmente se nulla fosse successo sarebbe cresciuta diversamente, ma (once again) nulla di questo l’ha potuto scegliere. Compie le sue scelte, ma all’interno di percorsi definiti dall’azione della madre prima e dalle isituzioni poi. Credo che la sua scelta “vera, completa” sia nell’iniziare una relazione con – non ricordo il nome – e andare a vivere a Berlino. Il lavoro sulle valigie. A voler usare una metafora, mi sembra come se in buona parte del libro agisse “come ubriaca”, con i sensi – giustamente – alterati. E poi, presa coscienza, sobria, sia libera di andarsene.

MC: Mh, sì. Ma forse questa è la versione esasperata della vita che tutti noi viviamo? In fondo quando la lasciamo è povera in canna, ma vive con l’uomo che ama (e da cui è amata) e fa un lavoro – l’artista – che le piace, ma è anche molto concreta al riguardo. Al contrario della madre che, se ricordo bene, faceva un lavoro ordinario dal quale si sentiva frustrata.

MM: Sì, la madre impaginava riviste.

MC: È anche vero che la madre la lascia andare, però, ricordi? Nell’ultima udienza, la madre non la chiama a testimoniare e lei è finalmente effettivamente libera di ricominciare.

MM: Mah, secondo me ormai era marginale quello che poteva desiderare o meno la madre.

MC: Sì, ma di nuovo è SIMBOLICO.

MM: In che senso?

MC: Nel senso che anche se quello che la madre poteva volere o meno per la figlia era ormai limitato, rimane comunque il fatto che per tutto il corso del libro la madre è in galera ma esercita comunque una “presa” su Astrid. Lei cresce, e cambia, eccetera. La madre se ne accorge, lo accetta e si comporta di conseguenza. In un certo senso si redime, cosa che permette ad Astrid di chiudere credo anche il libro (sicuramente il film) con una frase clou che adesso non riveleremo per rispetto degli amici che ci seguono da casa. È una cosa che apprezzo perché so bene che nella vita vera non è così ovvio, è anzi molto raro che genitori e figli riescano davvero a VEDERSI e ACCETTARSI, eventualmente anche accettando di allontanarsi, se pensano davvero che aiuterebbe i figli. Specie in Italia, un discorso del genere è quantomeno impopolare.

MM: Non so. Probabilmente partendo da una “base meno compromessa” rispetto ad Astrid, è più facile “imporre” il proprio stile di vita. È anche vero che una base meno compromessa, (può) implicare un genitore diversamente complicato… Non ne ho veramente idea.

MC: Dici i figli che impongono lo stile di vita ai genitori?

MM: Nel senso di metterli davanti al fatto compiuto. Tipo ciao, sono pastafariano, e no, non mi farete cambiare idea. Deal with it.

MC: Mmmh. Sì, credo che lei/i figli in parte lo fa/lo facciano, ma credo anche che questo comporti inevitabilmente un conflitto interiore: vuoi essere te stesso, ma vuoi anche che i tuoi ti amino, ed è più facile essere amati se sei quello che vogliono loro. Quindi allla fine Astrid riesce ad essere amata per quello che è, anche dalla madre!

MM: Non so. Io l’ho vista sempre con molto spirito whatever.

MC: Nei confronti dei tuoi? Beata te…ahahah ti assicuro, non è scontato.

MM: Sì, credo che molto derivi dalla mia pigrizia, non tanto dalla saggezza.

MC: Ahahahah ti hanno accettata per sfinimento?

MM: Anche, ma soprattutto, ero troppo pigra per elaborare un modo di compiacerli. Quindi verità nuda e cruda che comporta meno dispendio di energie (mi sa che stiamo divagando tantissimo).

MC: Ahahahah capisco, è una tecnica in effetti allora mettiamo l’ultimo punto e chiudiamo.

MM: Facciamo che tu e tu spieghi “perché sì” e io perché nì?

MC: Proviamo.
Perché sì: perché è un accattivante viaggio nella vita di una ragazza che cambia e cresce in situazioni ostili, eppure l’autrice riesce comunque a farti fare tutto il viaggio con lei, senza smarrirti mai. Si tratta anche di una visione accurata e veritiera (per quanto fittizia e quindi accentuata) del rapporto tra madre e figlia e di come questo cambi ed evolva nel tentativo della giovane di trovare una propria personalità e voce. E come Astrid stessa dice, a volte è necessario arrivare alla fine per poter capire l’inizio.

MM: Perché nì: il libro ha il grande pregio d’essere scritto molto bene e di raccontare una storia, che anche se non avvincente in senso stretto vuoi vedere dove va a parare. Ma: la figura della madre, al centro della narrazione e soprattutto della scena, è insopportabile e poco credibile. Tracotante ed inverosimile, il che può essere un problema quando tutto, o quasi dipende dalla sua volontà. Astrid, invece è un pulcino. Ma è affascinante, come hai osservato anche tu, vedere come si evolve e come cresce (ed è impossibile non patteggiare per lei, sperare che tutto vada a buon fine).

That’s all, folks!

L’edizione italiana del volume è pubblicata da Net e dal Saggiatore Tascabili (nella traduzione di Pavani M.)

In homepage: un’immagine tratta dal film, con Michelle Pfeiffer nel ruolo della madre, Ingrid.


RELATED POST

  1. Chiara B.

    2 marzo

    Due pensieri:

    – Claire, la madre affidataria che poi si suicida, non lo fa perché Ingrid l’ha convinta, lo fa perché è una persona depressa. Il libro rende chiaro – e il film lascia intuire – che questa è la ragione principale per cui il suo marito assente ha cercato una ragazzina in affido: per non lasciare Claire da sola, perché lui teme che si suicidi. Claire, un pomeriggio, parla della voglia di morire anche con Astrid, che va giustamente in panico e se ne esce con la meravigliosa frase “tutto questo è contro la mia religione; sono una sopravvivenzialista”. A quel punto, che Ingrid le dia una spintarella non è improbabile; esistono persone che hanno il gusto e l’intuito per la manipolazione dell’altro, cosa che mettono in atto come fosse un gioco perché sono fondamentalmente amorali (non immorali, cioè consapevolmente contro alla morale; amorali, nel senso di essere psicologicamente indifferenti ai condizionamenti della morale comune). Ho conosciuto persone così, quindi forse per questo Ingrid mi risulta credibile, ma sopratutto mi premeva sottolineare che Claire è coerentemente costruita come una donna depressa, che al suicidio sarebbe arrivata comunque.

    – non ho competenze per dire se il libro/film sia un ritratto affidabile della situazione degli affidi negli Stati Uniti; di certo però è un quadro radicalmente diverso dalla situazione italiana. Alla regolazione degli affidi in Italia si imputa di solito, come maggior difetto, la lentezza e difficoltà di gestire le pratiche; certo ci sono inefficienze, ma il principio fondamentale è quello di evitare situazioni come quella di Astrid, che si trova in affido a famiglie nel migliore dei casi economicamente ed emotivamente precarie, nel peggiore in case dove l’affido diventa una mera questione di soldi. E, statisticamente, questo controllo funziona.

    Ciò detto, io ho amato moltissimo il libro: e per quanto il rapporto con la madre sia centrale – e voi due Marte vi ci siete giustamente soffermate a lungo =) – per me è stato fondamentalmente un affresco doloroso e onesto di cosa vuol dire passare dall’infanzia all’età adulta attraverso un vissuto traumatico; come si fa a fare di una situazione sostanzialmente eterodeterminata un’esperienza soffertamente propria; e, alla luce della fortissima sensibilità artistica di Astrid, una lezione su come si possano trovare frammenti d’insospettabile bellezza anche in angoli di vita teoricamente squallida.

  2. francesca

    4 marzo

    bella questa idea di discussione aperta a forma dialogo su un libro…bella bella

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.