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Oh Do Shut Up Dear! Gli stereotipi sessisti nei media sportivi

di Nicole Siri

La latinista Mary Beard ha recentemente tenuto al British Museum una lezione intitolata Oh Do Shut Up Dear!, che analizzava i modi e i luoghi in cui, nel corso della storia della cultura occidentale, le donne sono state zittite dagli uomini. Partendo da un passo dell’Odissea in cui Telemaco dice a Penelope che “i discorsi sono un affare da uomini”, Beard è arrivata a parlare di Jacqui Oatley, la prima donna ad aver commentato il “Match of the Day” per la BBC (nel 2007). In quell’occasione, la telecronista aveva infatti ricevuto critiche molto pesanti dai suoi colleghi uomini, che avevano sostenuto più o meno apertamente che una donna non può fornire un commento tecnico valido a una partita di calcio.

Effettivamente, anche se la situazione sta lentamente migliorando, i media sportivi sono uno degli ambiti in cui l’attenzione verso il politicamente corretto è meno vigile, forse perché si tende a considerarli “meno importanti” degli altri: eppure, la Gazzetta dello Sport è il quarto quotidiano più letto in Italia, e ha un ruolo importante nella formazione dell’opinione e del modo di pensare di una fetta molto ampia di pubblico.

Jacqui Oatley, la prima donna commentatrice del “Match of the Day”

Molto probabilmente, una parte delle cause del dilagare di stereotipi sessisti nei media sportivi può essere individuata nel fatto che, quando si parla di prestazioni fisiche, è molto facile che si producano slittamenti del discorso che, partendo da differenze naturali, ne naturalizzano altre che sono semmai socialmente costruite, soprattutto se chi parla non è particolarmente attento. Per esempio è facile, considerando la maggiore forza fisica degli uomini o la loro maggiore velocità, procedere a dare per naturale anche la loro superiorità tecnica. Non esistono però ragioni fisiche per cui, per la maggior parte dei gesti, un uomo dovrebbe essere un miglior esecutore di una donna: in molti sport in cui il livello degli uomini è tecnicamente più alto, le ragioni andranno semmai cercate nei maggiori investimenti che si fanno, a tutti i livelli, per gli sport maschili.

Se il discorso è tenuto, poi, da persone particolarmente poco consapevoli, è facile che gli slittamenti arrivino addirittura sul piano psicologico. Sulla base dello stereotipo “gli uomini vengono da Marte, le donne vengono da Venere”, molti danno per scontato che il gioco delle donne debba, per esempio, essere caratterizzato da maggiore fair play, minore aggressività, per via della “natura delle donne”.

La ragione principale della persistenza di questi pregiudizi, però, va individuata appunto nella scarsa consapevolezza di chi, questi discorsi, li produce. I media sportivi restano infatti per lo più un dominio quasi esclusivamente maschile, spesso in mano a uomini che non si (pre)occupano di questioni di genere. Accanto ad articoli neutri o attenti a non produrre discriminazioni, continuano così a proliferare discorsi che dedicano un’attenzione indebita e sessualmente connotata ai corpi delle atlete (cosa che si produce in maniera minore e comunque molto diversa per quanto riguarda gli atleti uomini), e discorsi che, marcando il genere femminile delle atlete, rappresentano e interpretano in maniera diversa un comportamento per il fatto che questo è compiuto da una donna invece che da un uomo, influenzando pesantemente la rappresentazione delle atlete e quindi il nostro modo di pensarle.

Serena Williams esulta per una vittoria all'Australian Open 2014

Serena Williams esulta per una vittoria all’Australian Open 2014

Per limitarsi a qualche esempio, viene subito in mente quell’atleta straordinaria che è Serena Williams. Un bellissimo articolo uscito di recente sul New Yorker indaga le ragioni della sua relativa impopolarità: nonostante sia tra i più grandi atleti americani viventi, non è infatti particolarmente amata dal pubblico. Ian Crouch, l’autore, chiama in causa il sessismo dei media (e del pubblico, di cui sono però appunto i media a formare le opinioni): le colpe principali di Serena Williams, infatti, risiederebbero nella sua esuberanza, in un atteggiamento estremamente sicuro di sé (“troppo”, secondo il parere di chi la accusa di superbia), e in qualche esplosione d’ira. La cosa interessante è però che questi stessi tratti caratteriali pesantemente censurati in una donna sono spesso la ragione stessa della popolarità di corrispondenti uomini: basti pensare, per la superbia, a Mourinho, e per l’ira a un altro tennista come McEnroe.

“Williams is indeed singular: she is likely the only person ever to utter on a professional tennis court, “I swear to God, I’m fucking going to take this fucking ball and shove it down your fucking throat, you hear that? I swear to God.” (Of course, John McEnroe said things that weren’t so different, and he is beloved for it.)”

L’idea che le donne debbano essere meno aggressive degli uomini è illustrata brillantemente anche dal caso di Elizabeth Lambert. Calciatrice, divenne un fenomeno virale quando compì un fallo decisamente antisportivo nel corso di una partita nervosa da entrambe le parti, tirando i capelli a un’avversaria con una violenza tale da farla cadere a terra (3 milioni di visualizzazioni su YouTube e più di 5.300 commenti nei pochi giorni successivi alla partita). La cosa interessante, anche qui, è che la giocatrice “fu rappresentata come un mostro fuori controllo” (Grainey), mandata in terapia, e squalificata a tempo indeterminato, compromettendo di fatto per sempre la sua carriera. È chiaro che questo gesto non va scusato, ma è chiaro anche che, per falli maschili altrettanto antisportivi (per citare un esempio recente e popolare, i morsi di Suarez), vengono presi provvedimenti decisamente meno severi.

Un altro esempio, a testimonianza della scarsa attenzione dei media sportivi, potrebbe essere quello di Mo’ne Davis. Tredicenne, circa un mese fa è diventata un caso mediatico negli Stati Uniti per essere stata la prima ragazza nella storia della Little League Baseball (il campionato giovanile) a riuscire a farsi accreditare uno shutout: cioè, giocando come lanciatore, non ha permesso a nessun giocatore della squadra avversaria di segnare un run, tornando alla casa base dopo aver conquistato le altre tre. La giovane atleta, i cui lanci superano la velocità di 110 km/h, ha raggiunto una fama tale da comparire sulla copertina di Sports Illustrated, il più autorevole giornale americano di sport, dove non era mai arrivato nessun giocatore della Little League – né maschio, né femmina.

Mo’ne Davis sulla copertina di Sports Illustrated (numero del 25 agosto 2014)

I commenti sono stati generalmente di supporto (tolto qualche episodio isolato di esplicito maschilismo come quello del pessimo Eric Bolling – cronista per il canale conservatore Fox News che, intervistandola, le ha chiesto con molta disinvoltura perché non praticasse uno sport “più adatto alle femmine”), ma non è difficile accorgersi del persistere di un certo sessismo anche laddove non vorrebbe esserci.

Molte osservazioni dei commentatori ESPN, durante la diretta della partita in cui Davis ha realizzato il suo shutout non sarebbero state fatte se nella sua posizione si fosse trovato un suo coetaneo maschio – anzi, sono precisamente le osservazioni di chi si meraviglia che una serie di stereotipi non corrispondano alla realtà. Così i commentatori hanno notato che una ragazza può concentrarsi sull’obiettivo come farebbe un uomo, senza essere per forza irrazionale ed emotiva – “If she’s not smiling, you really don’t know that there’s an emotion going on there – just very focused”; che può non temere il contatto fisico – “not to mention that aggressive running […] Not afraid of contact either”; che riesce giocare come tutti gli altri – “She’s has the ability to do that as well as anyone else” (seriamente, di quale membro maschio di una squadra sarebbe normale sentir commentare “…e riesce a giocare proprio come tutti gli altri!”?); e infine che può fare tutto questo senza rinunciare alla propria bellezza – “She is beautiful, and she was beautiful today”.

Che fare, dunque? Assumere giornalisti sportivi più attenti, rendere più consapevoli gli attuali giornalisti sportivi. Far diventare le donne parte attiva del discorso. Far sì che i media sportivi smettano, con la loro larghissima diffusione, di perpetuare stereotipi che, forse, influenzano la nostra cultura più di quanto si pensi.


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  1. garnant

    9 ottobre

    Mi sento di dire che Serena risulta antipatica alla maggiornaza degli appassionati per la bruttezza estetica del suo gioco, ha un tennis inguardabile, io personalmente mi trovo costretta a spegnere la tv. Inoltre è talmente superiore dal punto di vista fisico rispetto alle altre tenniste del circuito che rovina il divertimento, chiunque altro tu tifi, sicuramente perderà sotto una pioggia di orribili pallate, tanto vale non guardare neanche l’incontro.

    Ma questa è una critica che tanti appassionati (non la maggioranza) muovono identica in campo maschile a Nadal, però Nadal ha anche estimatori dell’estetica del suo tennis (a me piace il passante lungolinea antidefeder) e incorre periodicamente in infortuni vari e quindi gli altri tennisti hanno più spazio, in generale rovina meno il divertimento nel circuito.

    Il sessismo nel tennis lo vedo altrove, per esempio nel disgustoso commento di Inverdale quando la Bartoli vinse Wimbledon, difatti poi la BBC ha rimosso il cronista.

    Sono invece indecisa sulla questione dei minori introiti del tennis femminile. Oggettivamente le donne, giocando 2 set su 3, stanno meno in campo rispetto agli uomini che giocano 3 su 5, questo rende gli incontri maschili oggettivamente più profittevoli.

  2. Paolo

    9 ottobre

    Suarez è stato squalificato per nove partite e interdetto da qualsiasi competizione internazionale per quattro mesi (la squalifica dovrebbe terminare il 26 ottobre), e quanto a come è stato rappresentato: su internet il giorno dopo era pieno di prese in giro che lo dipingevano come un vampiro, un cannibale, Hannibal Lecter.
    Vero è che non è stato mandato in terapia (che io sappia) nè squalificato a tempo indeterminato e in Uruguay i tifosi l’hanno accolto come un eroe, non so se la Lambert è stata accolta nello stesso modo dai tifosi della sua squadra

  3. Stefania Demetz

    9 ottobre

    Sono una donna che si occupa di eventi sportivi e questo articolo mi pare molto stimolante. Lo sport è “maschio” ed è curioso che ai corsi di sportbusiness si iscrivano soprattutto ragazzi. O che, ad esempio, le gare femminili nello sci vengono pagate meno (in termini di diritti TV) rispetto a quelle maschili eppure l’audience tra gare maschili e femminili è pressoché simile, non ci sono enormi differenze. La discriminazione sportiva, quindi avviene su più fronti. Per fortuna ci sono sempre più donne – sia come dirigenti sia come giornaliste. Cioè: rispetto allo zero, pian piano anche lo sport ha iniziato un lento cammino verso l’apertura. Speriamo questi porti anche a un nuovo linguaggio.

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