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Del mangiarsi le unghie

di Giulia Usai

Nonostante da una vita mi ripeta e mi senta ripetere che è una brutta abitudine, che a lungo andare deforma le dita e che trasmette un’idea di insicurezza, ammetto di far parte di quella categoria di persone che si mangia le unghie. Nel corso dei miei 23 anni, risalendo sino ai più remoti tempi che la memoria ricordi, sono sempre stata un’avida mangiatrice di unghie. Anzi, a dirla tutta, non mi limito solo a sgranocchiare cheratina: la mia bramosia è tale che non disdegno nemmeno le pellicine intorno, sulle quali indugio con meticolosità per selezionare le prescelte ad essere rosicchiate. Stendo i palmi in tutta la loro ampiezza, apro le dita a raggiera e le allontano leggermente dagli occhi per averne una visione globale: dopo attenta analisi, addento l’eletta.

Non dico di esserne orgogliosa. Anzi. Mi tornano alla mente momenti in cui mi incantavo inebetita, preda dei miei pensieri di bambina, e mi proiettavo nei miei altrove assecondando con un certosino lavorio dei denti sulle dita le riflessioni. Puntualmente, i genitori, le zie, l’adulto di turno interveniva, pronto a ricordarmi che non stava bene che le signorine si mangiassero le unghie, che non era per niente elegante, faceva venire su le mani storte e ben presto le avrebbe fatte diventare come quelle di nonna Ruggeri (la mia bisnonna, che com’è uso in Sardegna chiamavo per cognome), che aveva l’artrite e le dita nodose e deformi da ultranovantenne. Io ovviamente non avevo alcuna intenzione di avere mani che assomigliassero a quelle della mia bisnonna, per cui mi ripromettevo di smettere con una così riprovevole abitudine. Il vizio, però, faceva sì che mentre rimproveravo me stessa di contribuire con tanto impegno alla rovina dei miei legamenti interfalangei mi ritrovassi con le dita in bocca, finite per istinto in quella cavità a loro tanto cara.

unghieillustrazione

Illustrazione di Silvia Carrus

Un giorno mia madre decise che questo mio tic andava estirpato. Inizialmente ci provò con le buone, dipingendomi le unghie con il suo smalto: con la convinzione che dove non potevano i suoi richiami potesse la vanità. In base ai suoi piani, infatti, ammirando le mie unghie laccate non avrei osato scheggiare tanta lucida perfezione rodendo come un topolino la parte intorno ai polpastrelli. Quando però si accorse che solo alcune chiazze tenaci di vernice sopravvivevano su un corpo ungueale devastato, passò alle cattive, comprando il famigerato smalto contro l’onicofagia. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un gel trasparente che solidifica sulle unghie e, venendo a contatto con la saliva, rilascia un sapore amarissimo e infame. Le prime volte in cui lo percepii sulla lingua la sorpresa fu decisamente sgradevole: storsi il naso e andai a lavare la bocca per il disgusto. Ma dopo qualche tempo le mie papille gustative si abituarono pure a quello, e facendo spallucce riconoscevo che non era poi una sensazione così orribile, dato che arrivavo abbastanza intrepidamente a tollerarla.

Con l’adolescenza e le conseguenti prese di consapevolezza sull’essere donna, cominciai a sentire anch’io il desiderio di dedicarmi ai vezzi femminili. Esaminando le mie unghie corte, sfaldate e circondate da un’aureola rossastra che toglieva molto potenziale alle mie mani, parte degli arti superiori dalle virtù seduttive storicamente riconosciute, capii che dovevo agire, e pescare nello sgabuzzino delle emergenze della mia forza di volontà.
Per smettere di mangiarmi le unghie, mi ripetevo, basta volerlo: stipulavo quindi sentite alleanze con il Dio del Buonsenso facendo voto di astinenza. Ci sono stati periodi in cui, effettivamente, ho rispettato il fioretto: la cheratina si corroborava, il gonfiore si calmava e le mie mani potevano dirsi pure belle da guardare, aiutata anche dal fatto che per natura ho dita abbastanza affusolate. Durante quei lassi di tempo, compiaciuta dai progressi, sperimentavo sulle unghie le tinte più disparate: dai glitter al blu elettrico, passando per bordeaux anni Novanta di mia madre in via di solidificazione nel mobiletto del bagno. Insomma, gratificavo me stessa per la tenacia di ferro sperimentando sfumature oltre il lecito: addirittura osavo combinazioni improbabili, laccando il mignolo con una nuance verde pisello e l’anulare con una tinta glitterata trasparente, impietosamente abbinata a un indice rosso scuro, e via dicendo.

La mia dieta nailfree, però, durava solo il tempo che la lotta impari e già predestinata tra assennatezza e spirito onicofago si concludesse a favore del secondo. Accadeva quindi che un giorno, senza preavviso, quando nulla nella mia condotta poteva far sospettare una ricaduta, intercettassi una pellicina nel mio campo di osservazione e la trovassi più appetitosa del solito, oppure percepissi lo stuzzicante richiamo di un’unghia cresciuta oltre il dovuto: la tentazione vinceva allora sul rigore, e azzannavo con gusto una delle mie dita, per troppo tempo indenne ai rosicchiamenti.

Al giorno d’oggi, il mio vizio persiste. Mi impegno con più costanza del passato nell’applicare gli smalti, ma la loro speranza di vita generalmente si riduce a mezza giornata. Dopodiché, la pennellata di tinta uniforme comincia a scheggiarsi per un’impercettibile crepa generata dai miei denti, e da lì il distacco dell’intonaco è inesorabile. Se poi ci aggiungo il fatto che puntualmente nel fare la spesa l’acetone è l’ultimo dei prodotti che ricordo di inserire nella mia lista, tracce intrepide e testarde di smalto resistono attaccate alle unghie per settimane, facendo pensare che sia affetta da una singolare forma di vitiligine che affligge la cheratina.

Non posso mancare tra l’altro di accennare ai piccoli drammi quotidiani a cui una mangiatrice di unghie deve fare fronte, primo fra tutti lo sfilamento dei collant. Siccome in chi pratica l’onicofagia le estremità delle dita non sono lisce e arrotondate, ma leggermente dentellate e sfrangiate, è esperienza frequente che, pur prestando estrema delicatezza nell’infilare un nuovo paio di calze, proprio quando l’operazione sembra essersi conclusa con successo un’impietosa sporgenza dell’unghia si arpioni al tessuto. L’impercettibile smagliatura in un attimo dilaga a macchia d’olio, rendendo i collant freschi d’acquisto inutilizzabili (o solo tanto grunge, dipende dai punti di vista).
In secondo luogo, chi mangia le unghie sa bene quanto sia imbarazzante il momento in cui è necessario avvicinare un dito alla riga di un libro, o verso un punto preciso di una mappa, per indicare qualcosa alla persona accanto. Il candore della carta esalterà l’inestetismo del nostro indice frastagliato, e la spettatrice o lo spettatore di cotanta lampante imprecisione probabilmente inorridirà e dissimulerà il disappunto fingendo di concentrarsi sulla posizione che volevamo segnalare.

Una cosa è certa: voglio liberarmi di questo viziaccio, anche se talvolta il richiamo che esercita su di me una pellicina è oltremodo stuzzicante. Ho chiesto a un’amica, ex mangiatrice di unghie (oggi fieramente fuori dal giro, con le sue mani sottili e curate), come abbia fatto a vincere il terribile richiamo della cheratina: “Non facendolo più, semplicemente. Ho smesso in un momento di tranquillità, e poi perché non ne potevo davvero più di vergognarmene”. Ecco la sua risposta, che a dirla tutta ha risvegliato in me un’analisi di coscienza, visto che millanto con compiacimento grande forza di volontà in molti aspetti della vita. Dove nemmeno la vanità ha potuto, potrà perciò l’orgoglio ferito: vado a ricomprare quello smalto amarissimo, ché magari ho cambiato gusti e davvero non lo potrò tollerare. Giusto una piccola spinta esterna per aiutare la mia risolutezza ad imporsi.


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  1. Federico

    15 giugno

    Secondo me esistono viziacci decisamente peggiori, come fumare, essere irrispettosi, mentire, comportarsi in maniera inaffidabile. Una ragazza gentile, educata, piacevole ed intelligente lo è a prescindere dai suoi capelli, dalla sua taglia, dal suo abbigliamento e dalla lunghezza delle sue unghie.
    Parere personale

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