Crea sito

Imparare la lentezza

img2

Illustrazione di Giulia de Giovanelli

Sto cercando di imparare la lentezza.

Sono sempre di corsa. Ci sono pure nata io, di corsa. Spingendo e faticando nel tentativo di prendermi tutto il merito di qualcosa che, in realtà, sarebbe stata esattamente uguale anche senza il mio aiuto. Mi sono sforzata così tanto da farmi venire l’ittero e guadagnarmi qualche giorno al nido, sotto le lampade. Da sola.

Ma non ho imparato, continuo a comportarmi nello stesso modo. Supero le persone sul marciapiede, mi schiaccio contro i tornelli sempre troppo lenti in metropolitana, lascio indietro la mia ragazza sulle scale perché, le dico, “tu sulle scale ti perdi, rallenti”. E io non rallento. Mai.

Durante il secondo anno di università ho fatto l’erasmus e i suoi tempi dilatati mi hanno quasi fatto impazzire. Sentivo che tutto quel tempo in eccesso mi tirava in asso come sabbie mobili, mi schiacciava bocca e naso lasciando passare la quantità minima di ossigeno per non uccidermi, non un briciolo in più.

A Milano, invece, mi sono sentita subito a casa. Me ne sono innamorata. Non ho mai avuto fascinazione per la bella vita, la grande bellezza, quella maniera non soltanto italiana di doversi sentire a tutti i costi arrivati. Che tanto non si arriva mai da nessuna parte. Giriamo in tondo, e lo abbiamo pure capito da un po’.

Nel bel mondo in cui ci si sposta soltanto in taxi mi ci sono ritrovata un po’ per caso e un po’ anche a disagio, ma c’è un aspetto che non ho mai trovato ruvido: i ritmi. Quella corsa che Milano si porta addosso come un gioiello, con orgoglio. E a ragione: è bella. Ti conquista. Ma è un’amante esigente. Non smette di baciarti soltanto perché hai bisogno d’aria. È lei a dettare le regole, a te spetta seguirla, e di fretta.

Senza rendermene conto, però, ho ritagliato un momento, tenendolo soltanto per me. Quando, a giornata di lavoro terminata, passo da una linea all’altra della metropolitana, sotto il duomo. Quando, a differenza delle centinaia di persone che condividono con me quel percorso, io prendo il corridoio sbagliato. Un corridoio perfettamente uguale all’altro ma che, chissà perché, viene utilizzato soltanto da chi fa il giro al contrario. Che mi investe come la corrente di un fiume. Io cammino in mezzo agli sconosciuti come un salmone, prendendomi il tempo di guardarli negli occhi, di notare le loro borse, i baci di saluto, le occhiaie, i primi capelli grigi, il flirtare al cellulare, il giornale piegato in quattro e non in due, l’elastico delle loro mutande, l’orologio che ticchetta dal polso, assordante.

Andando al contrario, sono riuscita ad annullare la costante sensazione di essere in ritardo, di dovermi liberare per qualcosa. Chissà poi cosa.

Di recente la mia sacca d’aria non mi basta più. Nelle ultime settimane non ho più l’impressione di essere un cavallo di razza. Forse ho avuto i muscoli, una volta, ma adesso sono reduce da uno stiramento, quando fatichi a riprendere la forma. E in questo inaspettato momento di distanza, di cambio di prospettiva (e, sì, di stanchezza), non sono poi così sicura di volerlo fare.

Quindi ne approfitto. Cerco di insegnarmi la lentezza, imponendomi di misurare la frequenza dei passi, di inspirare a lungo, immagazzinando ossigeno. È una vera e propria educazione, una rieducazione. Mi ci avvicino con metodo, quasi col quaderno in mano, lasciando alle sensazioni il senso di sedimentare e dare frutti.

Ricordandomi di non pretendere nulla. E aspettare.


RELATED POST

  1. Stefana

    14 aprile

    Purtroppo si vive di abitudini. Mi trovo ad essere disoccupata dopo circa 27 anni di lavoro in ufficio. Credimi, non è facile adattarsi a nuovi ritmi. A nuovi orari. A un nuovo modo di pensare la propria vita. Potrei godermi di più il letto al mattino, la colazione, i giornali; eppure la sveglia è lì tutte le mattine e non ho intenzione di farla tacere!
    Ricordo mia nonna che diceva sempre che alla fine ci si ritrova tutti nello stesso posto (al cimitero…). E’ vero! Ma le abitudini hanno il potere di plasmarti la mente. Buona fortuna!

  2. Francesca

    20 aprile

    Ti faccio i complimenti per il bellissimo articolo. Un articolo che mi rincuora, perché mi sembra di guardarmi allo specchio – finalmente, aggiungerei, dopo tutte le lamentele opposte che sento. Ho vissuto anch’io il disagio di una fretta apparentemente non giustificata, anche quando vivevo in una cittadina sonnolenta che fa della calma il suo maggior vanto. Preferivo camminare da sola, perché quando camminavo con altri, amici compresi, prima o poi qualcuno mi urlava di rallentare; ero investita da disagio e senso di soffocamento ogni volta che, nell’arco di un sabato sera che iniziava alle sette e mezza e sarebbe finito appena a mezzanotte, qualcuno si fermava a gingillarsi, ritardando l’arrivo al locale prescelto. Il nervosismo del mio guardare ossessivamente e pensare: “sì ma sono già le dieci e mezza, se vogliamo prendere una birra lì e far due parole, tempo che arriviamo ci rimane un’ora. Per stare seduti a bere e chiacchierare avremo solo un’ora”. Io non corro perché non ho il senso della calma, ma proprio perché a me PIACE fare le cose con calma: bere con calma quella birra, invece di impiegare mezz’ora ad arrivare al locale. Sempre puntuale, sempre in un “inferno di solitudini immeritate”, come lo chiama Benni. Mettiamoci anche che sono sempre stata una grande camminatrice-con-musica-in-cuffia; come si fa a camminare piano ascoltando una chitarra carichissima?
    Mi sento meno sola, sul serio.
    E neanch’io, tra tutte le cose che ho sofferto – sofferto tantissimo, davvero, fino a una sfiorata crisi di nerva – del passaggio da questo mondo tranquillo alla grande Milano, posso annoverare la fretta. Finalmente posso farmi tutte le scale della metropolitana correndo. Posso correre e nessuno mi dice nulla, nessuno mi chiede di andare più piano, anzi, sarebbe terribile se facessi il contrario. E’ l’unica caratteristica di questa città che mi fa finalmente sentire tranquilla (paradossalmente): nessuno mi farà perdere tempo a fare con lentezza cose che non la richiedono.
    Il motivo che mi ha spinta a commentare, comunque, è stato l’aneddoto del corridoio sotto il Duomo. Perché faccio tutti i giorni la stessa cosa. La stessa identica. E me ne sono sempre lamentata parecchio (perché, io, non ho ancora capito neanche qual è, il fantomatico corridoio giusto: ogni volta, per quanto mi sforzi di capire, finisco sempre e comunque lì, e ogni volta una falange oplitica mi assale mentre tento di raggiungere il mio treno M1 direzione Sesto). Non l’avevo mai vista dal punto di vista con cui l’hai messo in quest’articolo. E forse è il caso che ti ringrazi e provi a pensare lo stesso, la prossima volta in cui mi ritroverò a fare il “salmone”.
    Perché ogni tanto anch’io sento il bisogno di placare la mia fretta e tenerla alla larga per un attimo.
    Soprattutto quando mi rendo conto che quello che mi dà davvero fastidio di quel breve tratto di strada non è trovarmi un fiume umano controcorrente, ma rallentare.
    Grazie 🙂

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.