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La violenza nella bellezza: abbiamo tutti inseguit...

La violenza nella bellezza: abbiamo tutti inseguito Dafne

** Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale ** 

apollo e dafne

Illustrazione di Ester Rossi

Quand’ero al liceo, lessi la poesia di un ragazzo per il quale provavo una certa attrazione (leggi: glie’ morivo dietro). Nella poesia, che io avrei molto gradito si riferisse a me, paradigma d’amore fuggitivo era Dafne, alla quale il ragazzo si rivolgeva con parole dolci. Questo passaggio s’inserì senza problemi nella mia visione romantica della situazione e non lo misi in discussione mai, neanche quando il suddetto ragazzo fu diventato un ricordo. Perché Apollo e Dafne sono i protagonisti di una storia d’amore tragico, di una narrazione poetica e di una statua tra le più sensuali al mondo, sono l’immagine di un desiderio ardente. Sono qualcosa di bello, romantico, tragico, non problematico. Giusto? Sbagliato. Apollo e Dafne è la storia di uno stupro.

La storia più antica che ci è stata tramandata su Dafne (1) è diversa da quella più nota, se non per il fatto che la ninfa ha già il discutibile vizio di attrarre amanti indesiderati. Il giovane Leucippo, ci dice il mito, s’innamora di lei e, facendosi scambiare per donna, riesce ad accompagnare Dafne mentre fa il bagno nel fiume. Ora, vedere il corpo nudo di creature semidivine non portava troppo bene agli umani, di solito, e infatti Dafne scopre che Leucippo è un uomo e, senza tergiversare, lo ammazza. C’est la vie. 

La seconda storia che ci raccontano su Dafne (2) è già più simile a quella che conosciamo. La ninfa, stavolta, è figlia del fiume Ladone e della Terra. Apollo s’invaghisce di lei e, come spesso accade quando sono gli dei a volere il corpo nudo di una ninfa, dire “no grazie” non basta e fuggire neppure. Quando Apollo l’ha quasi raggiunta, Dafne invoca l’aiuto di sua madre e la Terra la inghiotte per sottrarla al dio. Ma non si può scontentare troppo Apollo, perciò in cambio di sua figlia la Terra gli offre l’alloro, daphne in greco, e Apollo ne fa il suo albero sacro.

La storia che conosciamo noi (3) è simile a questa; solo che è più dura. Ovidio ci racconta di come il dio dell’Amore punisca Apollo, che si era vantato d’essere più forte di lui, mettendo in Apollo l’amore per Dafne e in Dafne il disprezzo dell’amore. Quando la ninfa vede Apollo sa già come va il mondo, e fugge. E Ovidio ci racconta, allora, una storia che conosciamo bene. Di come Apollo inizi a inseguire Dafne, sì, ma senza foga, e usi parole per blandirla, per garantirle che non è un nemico, per augurarsi che la corsa non le faccia male – lui che vuole solo il suo bene! – per dirle che è un dio grandissimo, e la ama moltissimo.

Dafne non si ferma, e Apollo perde la pazienza. Abbandona le parole e la insegue, ora, come una belva la sua preda. Dafne fugge, il panico la invade, e Ovidio si sofferma a descrivere la bellezza del suo corpo scomposto, denudato dal vento e dalle fronde, il modo in cui “la fuga la rende più bella”. Sono versi splendidi e ci trascinano dentro lo sguardo dell’inseguitore, che “vede la bocca, ma vederla non basta”; che gode della paura della preda traendone eccitazione fisica, e desiderio crescente.

Ma Dafne si salva, mi direte; lo sappiamo tutti. E sì, in un certo senso avete ragione. Ovidio ci fa emergere dalla similitudine del cacciatore come ci svegliasse, mostrandoci Apollo così vicino a Dafne da avere il fiato sui suoi capelli. La ninfa invoca suo padre il fiume, allora; e gli chiede di distruggere, mutandola, la sua bellezza troppo desiderata. Così, il fiume la tramuta in un albero nel momento in cui Apollo la raggiunge. È il momento catturato nel marmo da Bernini, e molti commentatori della statua dicono che l’orrore nel viso di Dafne le viene dalla percezione della metamorfosi, del suo corpo morbido che muta in corteccia dura. Io ne so un po’ di letteratura, ma molto poco di storia dell’arte, e quindi quel che sto per dire non ha nessun valore scientifico; ma io, quando vedo l’orrore nel viso di Dafne, penso che sia perché le mani di Apollo hanno raggiunto il suo corpo, e sono mani che lei non voleva.

bernini apollo e dafne

Apollo e Dafne (1622-25), Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese – Roma

Dafne è inviolata, però. È salva. E questo è vero. Eppure, Apollo le mette le mani dove c’era il petto e, dalla corteccia, sente ancora battere il cuore; copre il legno di baci, anche se il legno non vuole. Pronuncia un discorso, infine, lui che può perché ha ancora una voce, e dichiara che se Dafne non può essere sua come donna, sarà sua come albero, e sarà sua per sempre. E, in un abbaglio della vista che il lettore è costretto a condividere con lui, vede l’alloro muoversi al vento e gli pare che dica, finalmente, sì.

C’è un gioco che si può fare quando si leggono articoli scientifici sulla storia di Apollo e Dafne, ma anche su uno qualsiasi degli altri circa cinquanta episodi di violenza sessuale nei quindici libri delle Metamorfosi: contare quanti autori rubricano gli episodi sotto “corteggiamento”, “amore” e “intrigante erotismo” e quanti, invece, sotto “violenza”, “voyerismo” e “stupro”. Che io mi senta sollevata nel registrare che questa seconda categoria anche soltanto esista la dice lunga sullo stato degli studi classici e in generale della società occidentale. Eppure è così, e, abituata a considerare la cancellazione dell’esperienza della vittima come una norma, provo vera commozione quando studiosi grandissimi – L. C. Curran e Charles Segal, vi voglio bene – sanno amare e sentire la bellezza della poesia e al contempo vedere e nominare la violenza e l’abuso.

Ed è a questo, credo, che bisogna mirare. Non si può – e non si vuole – cessare di vedere la bellezza dei versi di Ovidio, o dei marmi del Bernini, o di quell’immensa porzione di letteratura mondiale che estetizza la violenza sulla donna. Ma si può, e si deve, riconoscere questa violenza, e nominarla, e interrogarsi incessamente sugli effetti che ha su di noi. Perché altrimenti la incorporiamo; la facciamo diventare normale, persino bella. Perché se uno studioso vede un episodio di intrigante erotismo, di corteggiamento, di amore, nell’inseguimento di una donna che preferisce avere il corpo distrutto piuttosto che stuprato, quello studioso sarà un uomo che non riconosce uno stupro quando lo vede; o quando lo fa. E a noi, questo, non piace.

(1.) Pausania 8.20.4.
(2) Palefato, De incredib. 49.
(3) Ovidio, Metamorfosi 1.452-567.

Bibliografia:

Curran, L. C., Rape and Rape Victims in Ovid’s Metamorphoses, in Peradotto, J. e Sullivan, J.P. (edd.), Women in the Ancient World: the Arethusa Papers, New York 1984, 263-286 (link)

Gloyn, E., Reading Rape in Ovid’s Metamorphoses: a Test-Case Lesson, “The Classical World” 106, 2013, 676-681 (link)

Larson, J., Greek Nymphs: Myth, Cult, Lore, Oxford 2001 (link)

Richlin, A., Reading Ovid’s Rapes, in Richlin, A. (ed.), Pornography and Representation in Ancient Greece and Rome, Oxford 1992, 158-179 (pdf)

Segal, C., Il corpo e l’io nelle Metamorfosi di Ovidio, in Barchiesi, A. (ed.), Ovidio. Metamorfosi, vol. 1, Milano 2005, XV-CI


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  1. Ita

    18 marzo

    Anche il buon Dante non se l’è risparmiata, e nell’ultima strofa di “Così nel mio parlar voglio esser aspro” immagina di vendicarsi e punire la donna-petra che nelle quattro strofe precedenti l’aveva rifiutato.

    S’io avessi le belle trecce prese,
    che fatte son per me scudiscio e ferza,
    pigliandole anzi terza,
    con esse passerei vespero e squille:
    e non sarei pietoso né cortese,
    anzi farei com’orso quando scherza;
    e se Amor me ne sferza,
    io mi vendicherei di più di mille.
    Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
    che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,
    guarderei presso e fiso,
    per vendicar lo fuggir che mi face;
    e poi le renderei con amor pace.

  2. Valeria Righele

    18 marzo

    @Ita:
    Ma è terribile 😐
    Alla faccia dell’asprezza.

  3. Paolo1984

    18 marzo

    quei miti risalgono a determinate epoche storiche e ne rispecchiano la mentalità, uno studioso ha il dovere di storicizzare il che non significa smettere di apprezzare ovidio

  4. marta

    18 marzo

    Che bellissimo articolo. Grazie.

  5. Francesca

    18 marzo

    <3 articolo stupendo ( e illustrazione WOW)

    Avere un minimo di prospettiva quando si spiegano i classici in un liceo sarebbe un modo naturalissimo di introdurre in classe un sacco di discorsi importanti

  6. Skywalker

    18 marzo

    Articolo eccellente. Dovrebbe vincere il Macchia Nera.

  7. irene

    18 marzo

    Bellissimo articolo, complimenti, bellissimo per i contenuti e perchè è un piacere leggerlo

  8. Giorgeliot

    21 marzo

    Davvero, articolo stupendo. Complimenti!

  9. Chiara Bonsignore

    2 aprile

    In ritardo estremo, dico a tutti grazie degli apprezzamenti, grazie davvero. Quanto alle Rime Petrose… che male; ci vorrebbe proprio un articolo a parte!

  10. michele

    16 aprile

    articolo magnifico, semplicemente.

  11. Close The Door

    22 aprile

    La profonda misoginia della cultura greca è una verità nota a chiunque abbia studiato al liceo classico. Mi sono divertita (?) a collaborare alla pagina di wikipedia sulla violenza sessuale, la lista degli stupri presenti nella mitologia greca è mia. Ma capiamoci non è tanto il gesto narrato in sé a scandalizzare, quanto le conseguenze che si narrano nel mito: cioè, a stupro avvenuto non succede mai nulla che punisca l’aggressore. Oltre a questo non mi risulta che nemmeno la legge di Atene o di Sparta prevedessero una punizione per l’aggressore. Sarei felice di essere corretta su questo punto. Perché se ne conclude che il codice di Hammurabi e i versetti della Bibbia erano mooolto più attenti all’incolumità delle donne.

  12. frida

    7 ottobre

    Sono d’accordo… Ogni volta che vedo le sculture di Bernini vedo violenza orribile

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