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The (banana) queen of Paris: Josephine Baker e il ...

The (banana) queen of Paris: Josephine Baker e il mito del primitivism

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Josephine Baker secondo Michele Bruttomesso

Connaissez-vous Josephine? Parlo di Josephine Baker, naturalmente. A Parigi è facile incontrarla fra i poster e le cartoline nei negozi di souvenir. Molti la ricordano come colei che danzò vestita solo di un tutù di banane. Ma Josephine Baker è stata molto di più.

Nata a Saint Louis, Missouri, nel 1906, Josephine lavora come ballerina di fila nei musical, facendosi notare per il suo talento e per le smorfie (prerogativa dell’ultima ballerina della fila, che doveva fingere di non riuscire ad andare a tempo con le altre). Le viene offerto di fare una tournée europea, e di esibirsi a Parigi e a Berlino, prima all’interno della Revue Nègre e poi da solista. È il 1925 e l’Europa impazzisce per lei: agli occhi del vecchio continente, la ballerina rappresenta la modernità americana, perché balla il charleston sulle note del jazz, la musica dal ritmo veloce e sincopato che in molti associano all’America ed al “nuovo” che incombe. Ma è soprattutto il colore della sua pelle e il suo aspetto esotico ad attrarre e affascinare gli spettatori: il pubblico, che associa automaticamente l’essere neri all’Africa e ai peggiori stereotipi, la vuole selvaggia e primitiva, al punto che le viene proibito di usare la cipria, che farebbe apparire la sua carnagione più chiara (e forse troppo simile a quella del pubblico). Lei si adegua e, vestita solo di piume di struzzo o di un tutù di banane, si esibisce nella danse sauvage, nota anche come danse banane.

380px-Baker_BananaJosephine gioca ad interpretare il personaggio che le è stato cucito addosso, comprendendo che da questo dipende la sua notorietà. Adotta e porta a passeggio un leopardo, dispensa presunti segreti di bellezza rivelando di farsi impacchi con le banane, non smentisce i pettegolezzi che la vogliono sessualmente vorace, incarnando quindi le fantasie, i desideri ed i pregiudizi che gli europei hanno riguardo ai neri. Come dirà lei stessa, “The white imagination is sure something when it comes to blacks”, e sta a lei, perlomeno quando è in scena, rassicurare gli spettatori e far loro credere che sì, l’Europa è ancora la culla della civiltà e del progresso, e non hanno nulla da temere. Questo non si limita alla danza, ma anche alle parti che interpreta nei film: protagonista di La Sirène des Tropiques (1927), Zouzou (1934) e Princesse Tam Tam (1935), si trova ancora una volta ad interpretare la parte dell’altra, inteso non soltanto come altra donna ma proprio come diversa, una che non potrà mai essere come le altre. Ma lei marcia su questa diversità, enfatizzandola, e il pubblico la adora: Josephine diventa “la Baker”, e la sua fama è tale da spingere le donne ad abbronzarsi o comprare la sua brillantina per capelli, la BakerFix, per imitare la sua acconciatura. Molti scrittori ed artisti la considerano una musa; Adolf Loos si ispira a lei nel progettare la Maison Josephine Baker, mai realizzata.
Se in scena e in pubblico recita la parte della primitiva, nella vita di tutti i giorni le cose sono ben diverse. Come dice lei stessa:

Since I personified the savage on the stage, I tried to be as civilized as possible in daily life.

Questo però non basta a schermarla dalle discriminazioni: nonostante la sua fama, negli Stati Uniti vige ancora la segregazione razziale, e lei è prima di tutto una donna nera. Come tale, alcuni hotel e ristoranti si rifiutano di servirla o, in certi casi, di farla entrare: si capisce che Josephine non si sente particolarmente patriottica, e rinuncia alla cittadinanza statunitense in favore di quella francese al momento del matrimonio con Jean Lion (e per conto della Francia lavorerà come spia durante la seconda guerra mondiale). Non solo: dagli anni Cinquanta in poi, si schiera sempre più apertamente contro la segregazione, rifiutando di esibirsi in teatri per soli bianchi ed appoggiando Martin Luther King nella lotta per i diritti civili al punto tale che, dopo l’assassinio di King, le viene offerta la leadership del movimento, che Josephine rifiuta, ritenendolo un rischio troppo grande per una donna con dei figli (perché sì, ha anche dei figli, tutti adottati, che chiama la sua “tribù arcobaleno”).

Josephine BakerJosephine Baker è una donna che ammiro, perché la trovo affascinante, perché è adorabile nei panni di Zouzou, ma soprattutto perché invece di rassegnarsi alla sua diversità e diventarne vittima, ne ha fatto il suo punto di forza. Mi rendo conto che c’è qualcosa di profondamente disturbante in una donna nera che costruisce la sua fama perpetrando consapevolmente i peggiori stereotipi riguardo ai neri; d’altra parte, trovo molto, ma molto più disturbante una società che ha bisogno di feticizzare una donna nera e di farle interpretare il ruolo della primitiva solo per potersi sentire, ancora per qualche istante, caput mundi.

 

 

 

 


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  1. marta

    12 febbraio

    Grandissimo grandissimo articolo. Era una donna fatta di contraddizioni e sfumature ma chi non lo è?

  2. Pandora

    13 febbraio

    trovo molte rassomiglianze tra la Baker e la Monroe,entrambe imprigionate in uno stereotipo sono riuscite a costruire una carriera sul personaggio fittizio in cui il pubblico le identificava.la monroe però non era solida come la baker,o forse il personaggio che doveva interpretare aveva troppe affinità con le sue paure..scusate non voglio andare OT,complimenti,sono da due giorni a casa ammalata ed è da due giorni che vi leggo ininterrottamente.ho commentato solo ora nonostante le tentazioni di altri topic (ah,gli anni 90..ah,la letteratura al femminile..)grazie .

  3. valivi

    20 febbraio

    Fingere di essere una selvaggia non è una contraddizione, ma una tattica di sopravvivenza che consiste nel piagare a proprio vantaggio una situazione di disagio. Anzi, non disagio, di vera e propria violenza, perché la discriminazione è una forma di violenza.

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