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Tornare a stare insieme (o: storia di un trasferim...

Tornare a stare insieme (o: storia di un trasferimento forzato)

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Non ho mai trovato facile fare nuove amicizie, insediarmi in spazi sconosciuti, abbandonare una relazione sapendo che ad attendermi, una volta girato l’angolo, ci sarebbe stato solo l’ignoto. Parte di me preferirebbe stare saldamente ancorata ad un luogo e una manciata di esseri umani, con il solo scopo di sopprimere la possibilità che l’ansia e il senso di inadeguatezza tornino ad annebbiarmi la vista. Al contempo, sono una di quelle persone che hanno atteso con ansia il momento giusto per abbandonare la propria terra poco fertile e cercare famiglie acquisite altrove. Costruirne di nuove.

Il desiderio di fuga mi abita da sempre, così come il terrore della fuga. Negli ultimi anni li ho messi alla prova entrambi. Dapprima, mi sono costretta ad andare all’estero. Ero convinta che si trattasse di una exit strategy vincente, dato che avevo l’impressione che la mia vita a nord est stesse andando a catafascio.
Ho lasciato relazioni sentimentali e amicali tossiche, che mi portavano più danno che beneficio. E in alcuni casi ha funzionato: sono stata immediatamente meglio. Ho focalizzato le mie energie sulle persone che mi facevano sentire degna di stare al mondo. In alcuni casi, invece, il processo è stato molto più difficile. Il terrore della fuga si è fatto predominante, così come quei pensieri irrazionali e paralizzanti che recitano “non ti amerà mai più nessuno” e “crollerai presto”. Mi sono trasformata in funambolo masochista: sapevo che prima o poi mi sarei arresa, lasciandomi cadere nel vuoto, ma ho continuato per mesi a cercare gli ultimi istanti di equilibrio.

Quando mi è stato offerto un lavoro in una città in cui non avevo mai messo piede, presso la quale mi sarei dovuta trasferire nel giro di dieci giorni, mi sono detta che sarei implosa ancor prima di insediarmi nella mia futura casa. L’idea di abbandonare qualche settimana prima del previsto la mia stanza, la mia band e tutti i miei amici di Trento mi pareva la negazione di un lutto.

Ora sono passati poco più di tre mesi da quei giorni caotici. A Bergamo ho trascorso interi fine settimana a suonare, onde levarmi dalla testa il pensiero di aver fatto un’enorme cazzata a trasferirmi. Suonare e basta, onde prevenire il ritorno dell’ansia. Suonare cercando di non sentire troppo la mancanza di quell’insieme di persone di cui facevo parte prima di trasferirmi. Scrivere canzoni su di loro e su quanto ci annoiavamo a Trento, e quanto riuscivamo a cavare da quella noia provinciale.

Credo che la differenza tra i giorni buoni e i giorni meno buoni, in situazioni di stradicamento come quella che vi ho raccontato, stia nella capacità di guardare a ciò che ci siamo trovate a vivere “a distanza”, a ciò che ci siamo per forza di cose lasciate almeno un po’ alle spalle, come ad esperienze degne, che continuano a vivere in noi. Siamo persone forti, seppur con tutte le nostre vulnerabilità. Siamo forti indipendentemente dai messaggi che ci vengono comunicati fin dall’infanzia, che ci invitano alla dipendenza e a configurarci come creature fragili.
Anche nei periodi di solitudine, non siamo veramente sole, perché godiamo della nostra compagnia. E anche in contesti nuovi, le amicizie giungeranno. Come dice l’adagio: “Andrà tutto bene.”

 

Il tema di novembre sarà insieme. Parleremo di famiglie, relazioni amorose e amicali, convivenze forzate, condivisione pianificata di spazi sociali e molto altro ancora.

Come sempre, vi invitiamo a tenere d’occhio i prossimi temi del mese a inviarci le vostre proposte per potenziali articoli.

 

Foto: fonte


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  1. AliceOFM

    4 Novembre

    Fantastico. Un post davvero fantastico.
    Sarà perchè mi ci sono ritrovata – nell’ansia e nella strana convivenza con la voglia di fuga che però, io, non ho mai assecondato per fobia.

    E per questo non posso dire la mia, non posso trovarmi in accordo o in conflitto con il tema dello sradicamento; ma sono imprigionata nella paura di inseguire qualcosa, e così non si sta bene.
    Ciò che posso scrivere è che se ipoteticamente avessi seguito qualcosa/qualcuno ed ipoteticamente mi ritrovassi in un giorno no, forse ripenserei al perchè, alla fine, ho scelto il nuovo “qui”.
    Ipoteticamente saprei che il mio spirito di sopravvivenza mi ha portata dove l’ansia è eccitazione, non depressione.
    Ma è, appunto, un’ipotesi.

    Alice

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