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Hit So Hard – Patty Schemel e la rimozione d...

Hit So Hard – Patty Schemel e la rimozione delle donne dalla narrazione sul grunge

Come ogni ex adolescente problematica che si rispetti, anch’io crebbi nella convinzione che il Fato mi avesse piazzata nel continente e nel decennio sbagliato.
“Vicenza nel 2004?” – mi dicevo – “Meglio il Pacific Northwest nel 1991.”

Ero ingenua? Probabilmente sì.
Ciò non toglie che, pur essendo consapevole della problematicità delle mie brame, io passi tutt’ora una notevole quantità di tempo a contemplare il clima umido, l’asfalto ed ipotetici parcheggi deserti delle mie cinque Città dello Spirito, che sarebbero Olympia (WA), Athens (GA), Portland (OR), Dayton (OH) e Seattle (WA) (negli anni ’90).
Non trattandosi propriamente di luoghi allegri e “al centro del mondo”, il 98% del mio fanatismo discende dalle esperienze trascendentali che ho avuto ascoltando musica e beandomi di altri esempi di produzione artistica provenienti da lì.

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La prima di queste città a scalfirsi nella mia testa sotto ad un turbinio di sospiri fu Seattle, un grosso e piovoso centro portuale, oggi associato soprattutto alla scena musicale grunge e alla figura angelicata di Kurt Cobain, il frontman dei Nirvana, natio della vicina Aberdeen.
La mia insofferenza giovanile nei confronti del capoluogo berico, unita alla maniacalità con cui tentai di farmi una “cultura musicale”, mi portarono ad ascoltare tutte le band della zona di Seattle sui cui dischi mi fosse dato mettere le mani, e bramare intensamente quelli di altre band sulle quali neanche Napster si dimostrava collaborativo.

hypemovieUn’altra cosa che ho bramato per diversi anni è stata la visione di Hype!, un documentario del 1996 dedicato alla Seattle musicale pre e post esplosione commerciale di Nevermind, il secondo album dei Nirvana.
La colonna sonora del film entrò a far parte della mia collezione di cd quando avevo quindici anni, rivelandomi la tridimensionalità del suono di band come 7 Year Bitch, Love Battery, Fastbacks e Dead Moon. Il documentario vero e proprio, invece, lo vidi quasi dieci anni dopo.

Se si ascoltano molti dischi che sono stati etichettati come grunge, vi è un disagio palpabile, che anche gli adolescenti italiani che sanno poco l’inglese possono cogliere. Non si tratta di semplice “rumore”, come hanno lungamente osservato i miei parenti, quanto di corpus moderatamente coerente di lamenti e ira. Hype! aiuta a contestualizzare questo disagio, offrendo una panoramica sull’isolamento e la noia imperanti a Seattle prima che la città e la sua scena musicale diventassero oggetto di attenzione mediatica.
Ne emerge l’immagine di un luogo moderatamente desolato e fuori mano, tagliato fuori dalle rotte dei tour di moltissime band, che spesso si fermavano in California, senza procedere verso nord. Questa marginalità contribuì all’emersione della cosiddetta scena grunge, poiché spinse alcuni ragazzi e ragazze della zona a formare dei gruppi, a collaborare musicalmente e, in ultima analisi, a condividere un certo tipo di sound.

Da adolescente avevo un’idea molto campata in aria come dovesse apparire la rete musicale ed amicale dei miei ascolti da cameretta. Studiando il manualetto sul grunge di Eddy Cilìa, edito da Giunti, avevo inteso che vi fosse stato un intenso scambio di componenti tra una band e l’altra, così come uno sviluppo ad albero che, da band dal suono molto capellone e anni ’80 come i Malfunkshun, aveva portato ai risultati tra il pop e il funereo dei Temple of the Dog. Mi mancava però un’immagine tridimensionale delle persone coinvolte. Esclusi i casi più noti, quelli che vengono ricordati tutt’ora con cadenza regolare, ignoravo le biografie di moltissime persone che ebbero un ruolo chiave nello sviluppo del suono associato alla Seattle dei primi anni ’90 e alle “istanze grunge” che emersero nei paraggi.
Anche grazie al lavoro di pulizia – probabilmente inconsapevole – operato da Eddy Cilìa nel suo libro, maturai la convinzione che la musica della mia prima adolescenza fosse quasi esclusivamente opera di uomini.

L7_bricks_are_heavyIn un periodo in cui le fonti ancora scarseggiavano, mi fidai della selezione dei dischi fondamentali e delle valutazioni attribuite da Cilìa, anche perché non avevo modo di ascoltare molta della musica di cui egli scriveva, per non parlare poi di quella che non compariva nel libro, se non di sfuggita. Ascoltai Bricks Are Heavy delle L7 con attenzione e piacere, maturando però la convinzione che si trattasse di un’eccezione; un disco cattivo ed enorme a firma femminile, emerso però in un universo maschile.

Una delle mie più grandi vergogne, con la quali impiegai anni a fare i conti, è il sessismo internalizzato che mi portavo dietro, che ora so essere stato plasmato in buona parte dalle narrative sull’arte alle quali fui esposta. Le persone e le fonti di cui mi fidavo di più non facevano altro che ripetermi che per essere artisti veri era necessario essere uomini, e che le poche donne che veneravo non erano altro che eccezioni.

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Un esempio classico è quello del modo in cui è stato spesso inquadrato il lavoro musicale delle Hole, una band che cominciai ad ascoltare davvero solo nel periodo in cui abbandonai il grunge per approdare ad altri generi affini.
Ciò che appresi leggendo il libro di Cilìa, era che le Hole meritavano attenzione solo perché Kurt Cobain aveva – a detta del giornalista – messo pesantemente mano all’album Live Through This. Per il resto, si trattava di una band la cui memorabilità stava solo nella figura difficile di Courtney Love. Un animale da circo, in sostanza.

Laddove le tragedie personali, l’abuso di droga e la follia che dominava molte altre band grunge composte da uomini non fecero altro che contribuire alla creazione di figure mitiche e venerate alla stregua dei martiri, nel caso delle donne che vissero esperienze analoghe, entrarono invece in atto processi di demonizzazione e rimozione.
In tal senso, il caso delle Hole si conferma esemplare. Eppure è stato necessario attendere fino al 2011 perché qualcuno provasse a raccontare la band senza fermarsi sui primi piani del volto di Courtney Love, prestando la dovuta attenzione alle dinamiche di genere coinvolte.

Hit So Hard è il documentario che, in un certo senso, fa da complemento a Hype! nel raccontare la desolazione vissuta dai musicisti e dalle musiciste che trascorsero l’adolescenza nel Pacific Northwest. Esso si focalizza sulla storia di Patty Schemel, la batterista delle Hole, rivelando al contempo degli scorci d’esperienza che sono in buona parte assenti da qualsiasi altra narrativa sulla scena grunge alla quale io sia stata esposta e abbia attivamente cercato.

La storia di Patty Schemel aveva tutte le carte in regola per diventare parte della Grande Narrazione sulla sezione “anni 90” della Storia della Musica Occidentale, se ignoriamo per un attimo il fatto che stiamo parlando di una donna. All’inizio degli anni ’90, Patty era una batterista di tutto rispetto, celebrata all’interno della scena grunge (e non solo) per il suo stile, ben riconoscibile nel suono delle Hole e delle tante altre band nelle quali militò.

Drum_World_-_Patty_SchemelLe sue vicende personali non erano meno memorabili. Proveniente, come molte altre persone del suo giro, da una famiglia disastrata, Patty cominciò molto presto a darsi all’alcol e alla droga.
Da adolescente, si trovò costretta a nascondere di essere lesbica, ma ciò non le evitò di diventare vittima di umiliazioni da parte delle ragazze della sua cerchia che lo vennero a sapere.
Dopo aver vissuto, insieme agli amici, la sequela di tragedie e momenti oscuri che segnarono la sua band e quelle ad essa vicine durante la prima metà degli anni ’90, Patty frequentò diverse cliniche di riabilitazione per affrontare il suo problema con l’eroina e, nel 1998, divenne addirittura senzatetto.
Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che non ci si ricorda di lei solo perché, per fortuna, è ancora viva, ma allora viene da chiedersi come mai Kristen Pfaff – la talentuosa bassista delle Hole morta per overdose di eroina due mesi dopo Kurt Cobain – sia stata completamente rimossa a sua volta.

Hit So Hard, non a caso, esplicita la natura sessista dell’accoglienza riservata a Patty Schemel, in quanto artista e batterista, senza per questo sollevare Courtney Love dalle sue responsabilità, nella fase in cui ella fu esclusa dalla band.

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Si tratta di un documentario di ottimo livello, che si regge su un’ottima storia; una di quelle degne di essere raccontate.
Guardandolo, mi sono sono fermata diverse volte a ponderare l’assurdità della situazione.
Sono cresciuta nutrendomi di musica grunge e cercando in tutti i modi di saperne di più sull’argomento, eppure ho dovuto aspettare anni ed anni per imbattermi in qualcosa che raccontasse in modo approfondito la vicenda umana di una donna della scena, senza che tutta l’attenzione fosse in realtà posta su Kurt Cobain (che – ricordiamolo – era sonoramente femminista e antisessita) o su qualche altro uomo.
Non a caso, Hit So Hard mi è piaciuto tantissimo, perché ha parlato sia alla parte di me che ha un legame viscerale e sacro con certi dischi, sia a quella che va ricercando le prospettive femminili su realtà culturali convenzionalmente dipinte come maschili.

Ora sarebbe bello che i documentari e i libri di questo tipo si moltiplicassero, portando alla luce le storie delle altre donne della scena. Io ci spero.

 

 

(Immagini: Seattle Band Map, Locandina di Hype!, le Hole, Patty Schemel, Patty insieme a Kurt e Frances Bean Cobain)


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  1. Robin

    7 marzo

    Grazie per l’articolo! Spero di riuscire a reperire il documentario al più presto…

  2. Martina

    7 marzo

    Madonna Margherita che relapse di voglia di andare a Seattle a leggere questo articolo.
    Aspetta che mi metto su il DVD Singles di Cameron Crowe e sprofondo.

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