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Quando mio fratello giocava con le mie bambole

Quando mio fratello giocava con le mie bambole

di Francesca Falchi

Mio fratello M ha nove anni meno di me. Questo significa che ogni undici anni i miei anni sono i suoi anni scritti al contrario, il che è una cosa fichissima. Questo significa anche che M ha ereditato tutti i miei giochi. I quali, essendo io femmina, erano in gran parte giochi “da femmina”. Tra i più amati c’era un set da cucina bellissimo con tutti dei cibi di plastica che sembravano veri. Piaceva a tutti i suoi amici, maschi e femmine. Cucinavano per mia nonna, per il nostro porcellino d’india, per chiunque capitasse loro a tiro. Quando nessun essere senziente si prestava alla degustazione, cucinavano per le bambole e gli animali di peluche.

Altro grande successo erano le Barbie, che abitavano in una grossa scatola verde dell’Ikea, assieme ai loro brutti vestiti anni ’90 e a quelle spazzole rosa di plastica troppo grandi per loro e troppo piccole per le manine di pargoli umani.

Man mano che M acquisiva conoscenza del mondo e delle aspettative sul ruolo che avrebbe dovuto avervi in quanto bimbo maschio, “le mie Barbie” sono diventate “le Barbie di mia sorella”. Io ero un’orribile ragazzina delle medie cosparsa di spille da balia e non guardavo una Barbie da anni, ma ero un alibi perfetto. M aveva deciso che lui non era, in teoria, proprietario di alcuna bambola, ma allo stesso tempo ne aveva a disposizione uno scatolone.

Assieme alle sue amiche femmine e a un altro, unico, maschio non conforme, M utilizzava “le Barbie di mia sorella” per giocare a Winx. Le Winx erano cinque fatine dei cartoni animati, ignude e truccatissime, che erano di moda in quel periodo. Amavano la natura e la musica, erano amiche tra loro e frequentavano una scuola di magia. Per i maschi invece andavano i Gormiti, una serie di pupazzi di mostri. All’epoca non avevano uno show, un fumetto, una storia o che so io: erano solo dei mostriciattoli che potevi comprare. Di loro si sapeva che erano divisi in gruppi chiamati “popoli” che si prendevano a mazzate tra di loro. Non avevano una loro canzone, non erano amici, non andavano a scuola, non facevano un cavolo di niente a parte essere brutti e prendersi a mazzate. Un ragazzino cui facevo da babysitter, quando faceva lottare i suoi Gormiti, emetteva solo suoni gutturali. Interrogato, mi spiegò pazientemente che i Gormiti non sono umani, ergo non parlano. Capivo M e i pochi altri che preferivano le Winx. Per quanto raccapriccianti, avevano delle attrattive che i giochi “da maschio” non offrivano.

giochi da maschio e da femmina

Illustrazione di Marianna Coppo

Per i maschi i giochi che hanno a che fare con affettività eccetera, attività accudimento, cura di sé stessi o degli altri sono preclusi. Se si pensa che il gioco è uno dei modi principali in cui i cuccioli imparano, è naturale che poi in certi campi i maschi si ritrovino un deficit. Si suppone che li appassionino tizi che parlano poco e picchiano molto. Supereroi, Power Rangers, Ben Ten, inserire protagonista di cartone animato a caso, sono praticamente tutti guerrieri. Sono competitivi, forti, veloci, aggressivi, autosufficienti, vincenti.

Certo, l’universo del “da maschio” è più vario di quello del “da femmina”, vengono commercializzati come per maschi anche giochi che insegnano abilità spaziali, coordinazione occhio-mano, organizzazione e altre cose costruttive. Se il marmocchio è condannato ad essere un maschio beta, potrà per lo meno diventare un ingegnere passabile. Grazie a questa relativa varietà di stimoli, i bambini possono scegliere dove posizionarsi all’interno di un ampio spettro di uomini poco comunicativi e emotivamente distaccati che spazia da Gengis Khan al dottor Spock, a seconda del loro personale mix di potenziale distruttivo e capacità logiche.

Oppure possono fare cose “da femmina” e affrontare derisione dei pari e preoccupazione dei genitori (mio figlio vuole le bambole, vorrà dire che è gay? Dovrei mandarlo da uno psicologo?). Lo stigma verso un maschio che si abbassa a fare cose (leggere libri/desiderare oggetti/giocare con giochi) “da femmina” è più forte che verso le femmine che fanno cose “da maschio”, perché le cose “da femmina” sono disprezzabili. I “giochi da femmina” non godono di buona stampa, e per ottime ragioni. Tuttavia, giocare a cucinare cibo immaginario o fare le pulizie, coccolare bambini finti, mettere in scena episodi della vita di tutti i giorni usando piccole persone di plastica, non sono attività di per sé malvagie. E nei maschi, per quanto risulta a me, non suscitano disinteresse e/o ripugnanza, almeno non prima che venga loro insegnato che devono tenersene alla larga. Anzi, credo sia normale che tutti i bambini vogliano imitare le cose che fanno gli adulti attorno a loro.

I giochi destinati alle femmine sono fortemente e uniformemente connotati: si fa di tutto per renderli immediatamente riconoscibili come tali. Oggetti che non hanno la caratteristica intrinseca di attirare le bambine e respingere i bambini vengono customizzati e pubblicizzati per ottenere questo risultato. Anche M, che è daltonico e quindi non riconosce i rosa e i viola, si rende conto che “certe cose hanno tutti brillocchi, ma altre, se non vedi che sono tipo fucsia, non è che è chiaro che sono per femmine.” È evidente come la segregazione di genere nei giochi per bambini danneggi le femminucce, ma ogni condizionamento sessuale vive a patto che nell’altro sesso ne venga provocato uno opposto, e anche i maschietti hanno di che lamentarsi.

 


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  1. Paolo1984

    30 gennaio

    Supereroi e Spock sono un po’ più complessi dei Gormiti ma il problema è la paranoia dei genitori “oddio se mio figlio gioca con X poi diventerà Y” che si tratti della Barbie o dei Gormiti

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