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Il femminismo intersezionale e la Morte dell’...

Il femminismo intersezionale e la Morte dell’Orsa, ovvero: Check Your Privilege

femminismo intersezionale

Le illuminazioni ci investono un po’ dove capita. Per dire, non credo che San Paolo se lo aspettasse, di essere fulminato proprio sulla via di Damasco e non su quella di Brindisi, però così è successo. Ecco, io un’illuminazione grossa l’ho avuta mentre traducevo un libro gratis (vabbè) e ho incontrato Michael Kimmel, e, per la precisione, questa citazione di Michael Kimmel:

Essere bianchi, o eterosessuali, o maschi, o middle class significa essere contemporaneamente ubiqui e invisibili. Siamo ovunque, siamo lo standard sul quale vengono misurati tutti gli altri. Siamo come l’acqua, come l’aria. Si dice d’esser stati operati “da un chirurgo donna” oppure “da un chirurgo”. Si parla di “un collega gay” oppure di “un collega”. Un bianco sarà felice di raccontare del suo “amico di colore,” ma quando quella stessa persona menziona semplicemente “un amico” tutti daremo per scontato che si tratti di un bianco. Qualsiasi corso universitario che non abbia nel titolo le parole “donne”, “gay” o “minoranze” è un corso sugli uomini, eterosessuali e bianchi. Ma i titoli di questi corsi sono “letteratura, “storia” o “scienze politiche”.
Quest’invisibilità è politica. (Michael Kimmel. Privilege: A Reader)

Qui su Soft Revolution alcuni di questi concetti non sono nuovi: facciamo un gran parlare di quanto la norma della società sia una norma maschile, analizziamo come questo danneggi noi donne e, secondariamente, gli uomini stessi, discutiamo dei cambiamenti necessari, insomma, ne parliamo assai. Allora perché questa citazione mi colpì tanto?

Perché mi fece realizzare, di colpo e con assoluta chiarezza, che anch’io sono in gran parte la norma. Che anch’io sono in gran parte ovunque. Perché, sì, non sono maschio; ma sono eterosessuale, benestante, e bianca, per non aggiungere che sono fisicamente sana e che il genere con cui mi identifico – femminile – coincide con quello che mi è stato assegnato alla nascita. E non ci avevo mai pensato. Perché – come osserva Kimmel – qualsiasi forma di privilegio sociale è di per sé invisibile a chi ne è detentore. Così, tutte le volte che in un romanzo o in un film il numero di personaggi femminili è vicino all’uno e che la loro caratterizzazione è insoddisfacente io ne sono immediatamente consapevole. Però, quando a metà di un libro la pelle della protagonista è stata definita “marrone scuro come quella del suo papà”, io sono caduta dalle nuvole, perché l’avevo immaginata corrispondente alla norma, cioè, bianca. E mi son trovata a scorrere mentalmente l’elenco dei libri che avessero protagonisti di colore e non so a voi, ma a me non ne son venuti in mente molti. Io, però, non ci avevo mai fatto caso, perché non mi riguardava; perché la norma, in questo caso, ritraeva me.

L’illuminazione ha innescato una serie di reazioni a catena dentro di me, riassumibili per lo più con la frase “check your privilege”, ovvero: fai per gli altri ciò che vorresti facessero gli altri per te. Quando un uomo mina con le sue parole la validità di ciò che sono e ciò che faccio in quanto donna, io m’infurio, ma non sono così sicura di non fare spesso altrettanto ai danni di chi non è bianco come me, o eterosessuale come me, o fisicamente sano come me. “Check your privilege” vuol dire questo: badare a non farla fuori dal vaso, specialmente data la dolorosa consapevolezza con cui reagisco quando lo fa qualcun altro ai miei danni.

Queste riflessioni le ho concepite nella mia vita italiana, nella mia mente che – per lo più – pensa in italiano. Eppure, sono state innescate in me da un autore americano, e per riassumerle ho usato una frase in inglese. Non è un caso: una discussione pubblica su tali argomenti e, in generale, sul femminismo intersezionale – quello che fa proprie le lotte di tutti i soggetti minoritari o deboli e non si asserraglia nell’identità di donne bianche, eterosessuali e benestanti – è quasi completamente assente in Italia. Io per prima ho spesso giustificato questo fatto dicendomi che, in fondo, la nostra società non è ancora multiculturale come quella americana e che quindi, almeno dal punto di vista del razzismo, le situazioni che possono innescare riflessioni simili sono più rare. Poi mi sono resa conto che la metà delle persone che saluto quando cammino per strada nel mio quartiere sono di colore, giusto per attenermi alla mia privata quotidianità, e mi sono detta di finirla: in Italia non stiamo avendo questa conversazione, e, invece, sarebbe ora di cominciare.

Il pippone apparentemente autoreferenziale è quasi giunto al suo termine. Concludo con un esempio pratico:

Ora. Tralasciando il benaltrismo, la nota dinamica per la quale a fronte di *inserire problema sociale gravissimo* allora non possiamo preoccuparci di *inserire problema sociale comunque grave ma statisticamente meno frequente di almeno 0,1 unità*. Tralasciando questo, è notevole che, presa a pretesto l’uccisione riprovevole di un animale selvatico per parlare del femminicidio (uhm), si ritenga di portare nella conversazione anche un misterioso ragazzo nero; misterioso perché, se dell’orsa sappiamo il nome, per il nome del ragazzo non c’è stato spazio. Per completezza, allora: si chiamava Michael Brown, era nato nel 1996 e il 9 agosto, otto giorni dopo il diploma di scuola superiore, è stato ucciso da un poliziotto bianco nel quartiere di Ferguson a St. Louis, Missouri, con almeno sei colpi di pistola, mentre era disarmato.

In sintesi: la frase “vale più la vita di UN’ORSA e di UN RAGAZZO NERO di quella delle donne” è agghiacciante. E l’incapacità di recepirla come tale mi colpisce ancor più da parte di una persona la cui identità pubblica è legata a una lotta politica per una società più giusta. Perché, se ce lo fossimo dimenticati, il femminismo è questo. Invece, un femminismo che per le proprie lotte oblitera o umilia quelle altrui mi sembra più simile all’egoismo.

Immagine in homepage da roaringsoftly.com


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  1. Paolo

    12 settembre

    Zanardo non è razzista ma ha commesso un grosso errore di comunicazione (non è il primo e per una che si occupa di comunicazione è piuttosto grave).
    Detto questo, romanzi con personaggi neri ci sono, il fatto che noi non gli abbiamo letti non significa che non ci siano.
    e dire “il mio collega gay” “chirurgo donna” non è di per sè sminuente se noi stessi non attribuiamo all’essere gay o donna meno valore. Il fatto che gli eterosessuali cisgender siano statisticamente di più non inficia (non dovrebbe) il rispetto per le minoranze sessuali, così come il fatto che i chirurghi donna siano ancora relativamente pochi rispetto agli uomini non inficia la loro professionalità

  2. Garnant

    13 settembre

    Mi trovo completamente d’accordo. La consapevolezza dei privilegi sociali che acquisiamo automaticamente se siamo bianchi/etero/cis ecc., e di quelli che perdiamo per la nostra eventuale markedness.

    Una donna che accusa un afroamericano di essere privilegiato dalla stampa è più che agghiacciante.

  3. L.

    15 settembre

    “Una donna che accusa un afroamericano di essere privilegiato dalla stampa è più che agghiacciante” – verissimo. Ma Garnant, dove vedi quest’accusa? Io non la vedo. Rileggiti il post, che può essere discutibile per la sua forma ma non dice questo.

    Che l’intersezionalità debba essere alla base di tutto, non c’è dubbio. L’asse dei fattori discriminanti è mutevole, e bisogna essere in grado di spostare il punto di vista per saper vedere chi è “sotto” in un dato momento.
    A proposito, ieri è stata uccisa un’altra donna – il cui nome, ai fini di questo discorso, non è rilevante quanto il suo esser donna. Ne avete sentito parlare? Avete letto più di un trafiletto sui giornali? perché la sostanza della discriminazione forse è più questa, che non chiamarla donna o per nome.

  4. garnant

    15 settembre

    (facendo click su see more)
    “Se dovessimo valutare dalle manifestazioni di protesta, vale più la vita di UN ORSO e di un RAGAZZO NERO di quella delle donne. Mai visto protestare con questa veemenza per un femminicidio.”

    Oh l’ha anche messo in maiuscolo “RAGAZZO NERO”. Per me questo è lamentarsi che un afroamericano ha più visibilità di una donna sulla stampa.

  5. L.

    15 settembre

    non vedo il mio commento quindi ci riprovo.
    La frase, Garnant, come tu stess* scrivi si riferisce alle “manifestazioni di protesta” e non alla stampa. E va letta al contrario, evidentemente – basta prendere in considerazione l’avverbio GIUSTAMENTE, ripetuto 2 volte, in riferimento alle indignazioni prese a confronto. A fronte di una giusta indignazione collettiva a favore di soggetti discriminati c’è stupore per una minore reazione a fronte di un fenomeno grave e ripetuto di violenza di genere – quindi anch’essa frutto di discriminazione.
    Ripeto, a me il post non è piaciuto, ma da qui a fargli dire cose che non ha detto, ce ne corre.

  6. Garnant

    15 settembre

    La manifestazione di protesta la vediamo solo attraverso la stampa e i media, anche se fossimo fisicamente in strada non sapremmo cosa sta succedendo nelle altre città, motivo per cui è sempre difficile valutare cosa è vero e cosa è distorto da stampa e media.

    Nel momento in cui si decide di misurare il grado di indignazione dell’opinione pubblica, per capire se è adeguato rispetto all’omicidio di una persona unpriviledged, ci si trova senza parametri perché semplicemente non esiste un grado di indignazione “adeguato”. Il fatto che allora si usi deliberatamente come termine di paragone un’altra categoria di persone unprividged ammazzate mi agghiaccia.

    Vale a dire a mio parere il ragazzo nero non doveva proprio entrare nel discorso, gli avverbi non bastano.

  7. MIriam

    15 settembre

    Quando ho letto un paio di giorni fa il post in questione di Lorella Zanardo le sue parole mi hanno provocato uno shock e un fastidio indescrivibili. Quello che continua a stupirmi è il seguito della sua pagina Facebook e del suo blog, legato ancora alla popolarità delle iniziative di qualche anno fa e al film “Il corpo delle donne”.
    Il punto della discussione a mio parere è il seguente: non è importante solo parlare di femminismo e di discriminazioni di genere, non basta. E’ importante parlarne bene. Molto bene, con cognizione di causa, con precisione, usando non solo la pancia ma anche i dati, le ricerche, la lettura continua di libri, articoli e saggi che possano aiutarci a percepire le cose in una maniera sempre più lucida e non solo istintiva. Lorella Zanardo, parlando in questo modo, per me si colloca in un punto pericoloso per le discussioni più serie sul tema (sull’agghiacciante tema orsa/ragazzo nero è tornata in questo post: https://www.facebook.com/ilcorpodelledonne/photos/a.204431295380.262531.137025620380/10154640380090381/?type=1). La mancanza di sensibilità relativa ad altre forme di discriminazione, in un personaggio pubblico che per tante persone (sigh) incarna determinati valori, non si può scusare. Voi Soft Revolution vi collocate all’estremo opposto: pubblicate resoconti e riflessioni precise, puntuali, intense, che mi restano addosso per giorni e settimane intere. Ogni giorno vengo a cercare una riflessione che mi scuota e che mi coinvolga e la trovo SEMPRE. Mi sembrate quello che c’è di più vicino in Italia a certe giornaliste che scrivono per le testate tra le più importanti del mercato mondiale e anglosassone (Slate, New York Magazine, Bitch e tanti altri siti e giornali), degli stessi temi importanti che trattate quotidianamente su questo sito. Grazie.

  8. L.

    16 settembre

    bene, allora assumendo per giusti i commenti sopra, mi chiedo: se l’intersezionalità è da intendersi come il non poter recriminare a fronte di categorie più discriminate, chi potrebbe più parlare? ci sarà sempre qualcun* più discriminato. Per me la consapevolezza dei propri privilegi non equivale all’autocensura. Come ho detto sopra, l’intersezionalità dovrebbe promuovere una flessibilità del punto di vista e un tener conto di tutto, non dovrebbe essere un’arma per tacitare qualcun*.
    Legittima la critica al blog di Z. (anche se a chi si chiede il motivo del suo seguito chiedo se conosce il lavoro che fa da anni sul territorio). Però allora mi aspetto che si critichino i siti antirazzisti perché non si occupano di discriminazioni di genere, gli antispecisti perché non si occupano di razzismo, e via dicendo. Il confronto tra l’indignazione per l’orsa e la mancata indignazione per altri soggetti discriminati, in questo caso migranti, è stato fatto da più di un giornalista/intellettuale. Sono ugualmente da mettere alla gogna, per voi? o in questo caso si usano un peso e misura specifici?

  9. garnant

    16 settembre

    Per quanto mi riguarda è l’esatto contrario di come dici L.

    Per me è legittimo recriminare quanto si vuole, su tutto quello che si vuole, una tematica per volta o tutte insieme a discrezione, con emotività e/o argomentando in modo scientifico, come si preferisce, è il pluralismo, il lettore poi valuterà da sè.

    L’importante è che non si faccia la classifica tra categorie di persone discriminate. Non è solo di cattivo gusto, è proprio moralmente agghiacciante e anche dannoso in un’ottica di progresso sociale.

    Fare la classifica con l’orso invece è semplicemente ridicolo, livello benaltrismo da far cascare le braccia.

  10. L

    16 settembre

    “Woman is the nigger of the world” lo cantava qualcuno famoso già molto tempo fa e non mi risulta che nessun* si scandalizzasse, anzi.

    Dove tu, Garnant, vedi una “classifica” io vedo una domanda, che certo poteva essere formulata con più buon gusto, sulla coesione (ovvero sulla sua mancanza)delle donne nei riguardi della violenza di genere.

    Domanda a cui possono darsi molte risposte, tutte interessanti, a cominciare dal rifiuto di identificarsi con le vittime. Materiale in ogni caso su cui riflettere, dopo aver finito di scandalizzati per il cattivo gusto.

  11. Garnant

    16 settembre

    Io in questo testo di Zanardo non trovo la domanda “perché le donne sono poco solidali con le donne”, trovo la domanda “perché l’opinione pubblica è più solidale con gli afroamericani che con le donne”.

    E’ certamente utile chiedersi perché le donne sono poco solidali con le donne, Simone di Beauvoir ne ricavava risposte interessanti già nel Secondo sesso.

    Gli uomini sono più solidali tra loro? Gli afroamericani sono più solidali tra loro? Se si, perché? Non trovo questo in Zanardo. E’ esattamente il motivo per cui le questioni devono essere poste in modo corretto, come dice Miriam. Non credo che porre correttamente le questioni sia limitante o una censura, al contrario.

    Woman is the nigger of the world mi pare molto intersezionale invece, si riconosce che entrambi sono discriminati, senza accusare uno di avere più
    visibilità dell’altro nell’opinione pubblica.

    Perché insisto tanto con questo concetto di opinione pubblica e di stampa, perché è molto diverso parlare di mobilitazione della “gente comune” e di mobilitazione da parte di gruppi di persone discriminate, proprio per la questione del check your own priviledge.

    Insomma io e te L. abbiamo proprio opinioni diametralmente opposte.

  12. L.

    16 settembre

    Sul porre le questioni in modo corretto concordo (e che questo post non fosse scritto bene e non si capisse l’ho già detto qui e direttamente all’autrice).
    Sulla tua interpretazione (anche del titolo di Lennon) no.
    L’accusa di maggior visibilità ad una “categoria” di soggetti discriminati piuttosto che ad un’altra in quel post non esiste proprio. Che Z. stia parlando di mobilitazioni di soggetti discriminati lo si capisce dal resto dei suoi post successivi, che certo non sei tenut* a leggere – ma se si vuol criticare direi che sarebbe bene conoscere il contesto e sapere di cosa si sta parlando.
    Così come da pochi commenti, permettimi, non credo si possa dire di conoscere così bene le opinioni altrui e dare giudizi apodittici – a proposito di tagliare con l’accetta. Ciao.

  13. garnant

    16 settembre

    Gli altri post di Zanardo sull’argomento insistono sullo stesso concetto: l’afroamericano che indigna più della donna sui giornali. Esempio (dal link fornito sopra):

    “Quando anni fa io vidi una donna in tv appesa come un prosciutto, “vidi” che alle h 9 di sera si poteva MOSTRARE una donna appesa come una bestia, senza provocare reazioni. Restai ammutolita e ricordo che piansi. […] Ma se quella sera ipotizzai, avessero appeso un ragazzo nero e lo avessero stampigliato sul culo, avremmo reagito contro la trasmissione anche se la tv non la guardiamo. E perche?
    Perche i giornali avrebbero denunciato il grave fatto, perchè i nostri amici che guardano la tv avrebbero organizzato giustamente una protesta e sarebbero stati indignati e noi con loro.”

    Più avanti in effetti Z., in seconda battura, se la prende con le dirigenti donne d’azienda che non vanno in piazza per le morte ammazzate, che è interessante, ma l’impianto agghiacciante del discorso rimane.

    Non mi sembra grave comunque che discordiamo su questo argomento L. (su altri argomenti magari concorderemo).

  14. L.

    16 settembre

    ecco delimitiamo – concordo, non è grave, si può finire qui 🙂
    vado a seguire un post che ho fatto su FB su un “ragazzo nero” (non è una battuta, purtroppo) e sul modo scandaloso in cui una notizia drammatica è stato riportata da alcuni giornali. Alla prossima.

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