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Occupare spazio, alzare la voce

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Il verbo evaporare mi porta alla mente due immagini. La prima è quella di una generica pentola contenente l’acqua della pasta. L’altra ha le fattezze di un sogno: ritrae un bambino delle elementari accanto al parco giochi della mia infanzia.

Il bambino e la scenografia vanno svanendo mano a mano che tento di metterle a fuoco. Ciò mi suggerisce che possa trattarsi del ricordo di un evento mai accaduto. Non ho idea di chi fosse quella persona che vedo rivolgermisi con aria sprezzante. Non sono nemmeno certa che qualcuno mi abbia mai davvero intimato di “evaporare”. Forse l’imperativo fu rivolto ad altri e io mi limitai ad essere spettatrice della scena.

Ci fu però un breve periodo – di questo sono certa – durante il quale registrai la proliferazione dell’espressione “evapora!” nei cortiletti da me frequentati in età prepuberale. Era una di quelle parole che compaiono di punto in bianco all’interno del lessico dei bambini e che lì restano per qualche settimana, usate fino alla loro prematura consunzione, in barba agli adulti che invitano a moderare i termini e a parlare correttamente.

L’imperativo adeguato sarebbe stato “sparisci!”, ma sappiamo fin troppo bene quanto esso possa suonare tipico del deleterio patrimonio verbale dei grandi, alle orecchie di una bestia umana meno che decenne. Il sinonimo che registrai fu dunque “evapora!”, in barba alla mancanza di fantasia e spirito nonsense delle mie aride terre beriche.

Nell’udirla risuonare al parco giochi, io ero quella che immaginava bambini scomposti in bolle scintillanti di vapor acqueo. Detta così sembra una bella cosa, ma a me pareva piuttosto l’ennesimo esempio di stronzaggine prevaricatoria tradizionalmente rivolta ai casi umani come me.

Durante gli anni della scuola dell’obbligo – le medie, in particolar modo – crebbi nella mia supposta sfigataggine al punto da figurarmi come ultimo gradino della piramide sociale della mia scuola. Arrivai addirittura ad illustrare quest’ultima graficamente, con masochistico ardore e fervida urgenza classificatoria.
L’apice del disagio fu forse raggiunto quando realizzai che alcune persone della mia classe avevano maturato l’abitudine di rivolgermi delle domande, per poi smettere di ascoltarmi nel bel pezzo della risposta, puntando l’orecchio altrove e lasciandomi per alcuni istanti a parlare da sola a voce alta.

La vergogna e il senso di vuoto che provavo in quegli istanti erano parenti delle scintillanti bolle di vapor acqueo entro le quali venivano scomposti i bambini del parco giochi. Nessuno fu mai esplicito nel farmi notare che ero così orripilante e noiosa da meritare un invito all’evaporazione, ma il messaggio giungeva comunque forte e chiaro.

Scrivere pubblicamente online divenne in seguito un modo per dimostrare che ero degna di essere udita. Tenendo un blog, arrivai a prendere atto del valore della mia voce e del mio sguardo sulla realtà, circoscritta o ampia che fosse. Non ambivo al ruolo di scrittrice; passai anni a comporre post per abitudine, su base pressoché quotidiana. Fu così, credo, che la martellante estrazione di frasi scintillanti dal mio corpo lo plasmò fino al raggiungimento della sua instabile forma attuale.

Da adulta quale sono ora, mi capita spesso di attraversare momenti di assoluto sconforto, all’interno dei quali mi ripeto che l’unica logica soluzione sarebbe la sparizione. Me lo dico pur sapendo che non è vero, perché a volte le circostanze mi spingono ad abbandonare ogni corazza e a tramutarmi in donna di pasta frolla.

Nel documentario The Punk Singer, Kathleen Hanna racconta della sua ex coinquilina degli anni dell’università, che fu assalita nella loro casa da un uomo intenzionato a violentarla. La ragazza riuscì a liberarsi e a mettersi in salvo, e in seguito raccontò di aver trovato la forza per divincolarsi e colpirlo nell’urgenza di terminare la sinfonia che aveva iniziato a comporre.
Si tratta di un esempio estremo, ma liminale è anche quel senso di vuoto e abbattimento che ci fa talvolta desiderare l’evaporazione.

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Di queste cose mi sembra di sapere poco o nulla, per quanto le affronti di continuo, ma ciò che ormai do per assodato è che scrivendo ho trovato una parvenza di radicamento al suolo.
Mi piace farlo, mi aiuta a frammentare i problemi e a lasciare tracce durevoli del mio passaggio. Nell’irrequietezza ho scoperto terreno fertile per tutto ciò che non ho ancora scritto e che ora scorgo a malapena in lontananza, con senso di anticipazione.

Questo mese, la redazione di Soft Revolution vi proporrà diversi articoli ispirati al tema “acqua”. Io ho pensato di partire dall’immagine del vuoto dato dall’apparente scomparsa della stessa, perché credo sia importante continuare a ripeterci che, indipendentemente dalle cattiverie che ci vengono dette o dal senso di sconforto che possiamo provare, siamo degne di occupare spazio, di alzare la voce e di essere udite.
Coltivare una passione o una pratica esprevvisa come la scrittura può essere un modo per ricordarcelo e per creare dal nulla una nuova ragione per restare.

In ogni caso, noi di Soft Revolution siamo qui ad accogliere le vostre storie.

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(Immagini: emothug, harinef, eggsackley)


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  1. Elena

    6 maggio

    Grazie, anche solo di leggervi. Non sono abbastanza brava per scrivere la mia storia, ma grazie. Davvero 😀

  2. azzurra

    6 maggio

    “credo sia importante continuare a ripeterci che, indipendentemente dalle cattiverie che ci vengono dette o dal senso di sconforto che possiamo provare, siamo degne di occupare spazio, di alzare la voce e di essere udite.”
    ..non hai idea di che bene mi faccia leggerti margherita,soprattutto certe volte!

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