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Erasmus: A di avventura, B di bidet

Ci sono due italiane, tre francesi, quattro brasiliani. Oppure: ci sono tre italiane, due inglesi, due polacche, qualche spagnolo, una portoghese. Oppure ancora: ci sono tre italiani, una brasiliana, una tedesca di origini messicane e due spagnoli. Potrebbero essere gli incipit di tre barzellette, invece è semplicemente l’Erasmus.

Quando sono partita per il Portogallo, alla fine di agosto 2011, non avevo la benché minima idea di dove fosse Coimbra e di come avrei fatto per farmi capire: confidavo nella buona sorte, nel mio dizionario italiano portoghese – portoghese italiano e nelle persone che avrei incontrato lungo il cammino.

In effetti, ho avuto fortuna: un gioviale vecchietto portoghese mi ha indicato a gesti dov’era il mio ostello e lungo la strada ho incontrato una coppia che, impietosita, si è offerta di aiutarmi con i bagagli. Non è però stato il caso della mia amica Priscila, che è arrivata in Portogallo dall’Amazzonia e fino ad allora, come molti brasiliani, non aveva mai preso un treno: “Non sapevo nemmeno che esistesse una parte per mettere la valigia, tutto era molto nuovo per me, quindi l’ho portata fino al mio posto e poi sono messa a piangere, stanca, pensando “che sto facendo qui”. Il fatto che il primo giorno abbia incontrato persone maleducate non mi ha aiutata molto”.

Quentin invece sapeva già cosa lo aspettava, perché la sua famiglia è portoghese per metà e in Portogallo in vacanza era già venuto molte volte: “Sono venuto in macchina dalla Francia e all’inizio credevo che la città fosse molto grande, poi ho scoperto che si poteva fare tutto a piedi. Fin dall’inizio ho amato i caffè, le strade animate… Non vedevo l’ora di scoprire la quotidianità di quello che fino ad allora era soltanto un posto di vacanza!” Da Rio de Janeiro, Isabella era preoccupata, ma è durata poco: “Avevo paura di non riuscire ad adattarmi e di avere nostalgia, ma ben presto la mia nuova realtà è diventata la mia nuova casa”.

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Illustrazione di Benedetta Vialli

Personalmente, io ho cominciato a sentirmi a casa soltanto quando sono riuscita a trovare una stanza. Trovare una camera a Coimbra, forse la principale città studentesca del Portogallo, non è niente di troppo complicato: serve però una buona dose di spirito di adattamento, visto che molto spesso ti ritrovi a convivere con sette persone e un solo bagno, senza condividere necessariamente le stesse idee in fatto di ordine e pulizia.

Quando ti trovi a vivere con chi a colazione mangia baccalà e cappuccino e chi invece ti chiede per quale motivo vuoi pulire l’interno della doccia, visto che comunque ci passa l’acqua, inizi a mettere in discussione diversi aspetti della tua vita – per esempio, se valga la pena vivere con un bagno sporco soltanto perché non riuscite letteralmente a mettervi d’accordo su chi deve pulirlo.

“La casa faceva schifo” ricorda ancora Priscilla “ma ad un certo punto ho iniziato a rilassarmi, alla fine non ero la loro madre, quindi ho lasciato che facessero disordine e ho semplicemente aiutato gli altri quando si decidevano a pulire”. Tuttavia, c’è rimasta male quando è stata rimproverata per tutta l’acqua che consumava: come la maggior parte dei brasiliani è abituata a fare un paio di docce al giorno, una al risveglio e una prima di andare a letto, e in Europa questa abitudine viene considerata strana.

Per contro, io con tutti gli italiani piangevo l’assenza del bidet e io con tutti gli altri italiani non venivo capita in pieno dal resto del mondo. “Credevo servisse per lavare i piedi” racconta Nicky dall’Inghilterra, quando sono andata a vedere una stanza in casa sua e ho gioito perché, miracolosamente, nel bagno c’era questo incredibile oggetto “Quando davamo delle cene io e gli altri coinquilini – ndr: un inglese, due spagnoli e una portoghese – ci mettevamo le bottiglie a rinfrescare”.

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C’è vita senza bidet? Noi pensiamo di no.

Eppure, dopo qualche tempo, tutto questo sembra non avere più importanza. La convivenza fra persone di nazionalità diverse trova quasi sempre un assestamento: regole e le abitudini vengono ridefinite, non c’è più nulla di portoghese, o italiano, o brasiliano, ma qualcosa di diverso, che non appartiene a nessun paese esistente. “Non sono arrivata a creare un nuovo mondo, ma in Portogallo mi sono sempre sentita straniera” ricorda ancora Priscilla “Però ho vissuto nella realtà degli studenti internazionali, dove ogni cosa era una festa e tutto sembrava meraviglioso; per questo credo che io e i miei amici, quasi tutti studenti Erasmus, non abbiamo conosciuto la vera Coimbra – o forse, abbiamo conosciuto solo il meglio.”

Quentin vorrebbe ancora oggi che quel periodo non fosse mai finito, ma ammette di aver avuto bisogno di un periodo di adattamento prima di riuscire a viverlo in pieno: “Sono stato insieme perlopiù a brasiliani, italiani e spagnoli… Sono paesi diversi dalla Francia, le persone sono più calorose e fanno presto a organizzare cene, abbracciarsi, invitarti; a volte mi sembrava di essere un disturbo, quindi tentavo di andare e di essere rilassato ma è stato molto difficile all’inizio. Dopo, quando ho scoperto che mi chiamavano perché veramente gli piacevo ho iniziato a rilassarmi e a essere più naturale, ma c’è voluto un po’ di tempo”. Cosa ha trovato più strano? “In Francia quando fissiamo un’ora arriviamo a quell’ora, tipo pranziamo alle 12 e ceniamo alle 19:30… in Portogallo tutto accade qualche ora dopo, ma è solo questione di abitudine”.

Un paio d’anni dopo, di tutto questo che apparentemente si può sintetizzare solamente con feste e “esperienze”, cosa resta? Nel mio caso è rimasta una nuova lingua, il portoghese, molte amicizie sparse per il mondo e un modo di pensare diverso, più rilassato: cerco di non abbattermi subito davanti alle situazioni difficili, pensando – come mi hanno insegnato gli amici brasiliani – che la vita è lunga, le cose possono sempre migliorare e il potere del pensiero positivo non è da sottovalutare.

“Più che conoscere posti e persone nuove, Coimbra mi ha insegnato a conoscermi meglio e mi ha fatto capire che potevo cavarmela da sola,” ricorda Isabella: “Ho scoperto che sono in grado di cavarmela nelle situazioni difficili meglio di quanto pensassi”. A Quentin, invece, è rimasto il desiderio di viaggiare e una nuova apertura mentale: “Come molti Erasmus mi sono innamorato e penso che ho mosso cielo e terra per poter continuare a viaggiare dopo. Sono più tollerante, più aperto, più socievole, meno timido. Adesso do sempre una possibilità alle persone e sono più generoso, meno materialista. Ho scoperto che le persone hanno più valore di qualsiasi altra cosa e che forse è meglio girare che il mondo, che avere una macchina o un bell’appartamento a Parigi…”.


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  1. bellissimo articolo! Mi dispiace di non esser riuscita a fare questa esperienza mentre frequentavo l’università.

  2. Ante

    19 novembre

    Evviva l’ersmus!!! Ho avuto la grandissima fortuna di vivere quest’esperienza in Normandia ed è stata la più bella della mia vita!! Ho conosciuto ragazzi e ragazze di tutto il mondo, ho appreso tantissime cose nuove sulle loro culture, ho sprimentato lingue sconosciute, ho intrattenuto discorsi sul bidet in continuazione ahahah tantissime emozioni!!

  3. Ilaria

    20 novembre

    Che bello questo post, è scritto davvero bene! E sì, all’estero senza bidet all’inizio è un vero shock che accomuna tutti gli italiani!

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